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Se la green economy fa acqua

Malgrado le buone intenzioni dell'Onu, le risorse idriche del pianeta restano in mano alle corporation
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Il summit Acqua e Clima di Roma dello scorso ottobre, fortemente voluto dal Ministro dell’Ambiente, ha messo insieme rappresentanti dei Paesi impoveriti, le Istituzioni locali e quelle estere, nonché le corporation e le grandi multiutility. S’è discusso dei popoli, delle loro necessità e della partecipazione democratica. Il Cardinale Parolìn, Segretario di Stato vaticano, ha portato i saluti del Papa e una sua importante riflessione con la quale ha sottolineato il valore delle comunità locali nella gestione della preziosa risorsa e del decentramento per la “cura” della Terra. Un monito per le istituzioni, un invito ad astrarsi dagli eccessi dei formalismi e puntare direttamente all’uomo. Il Presidente del Consiglio dei Ministri ha affermato la necessità di occuparsi degli 800 milioni di persone sul pianeta, che non hanno accesso diretto all’acqua potabile.

Buone intenzioni dunque. Si scontrano, però, con alcuni dati che raccontano anche altro. Il richiamo teorico a forme di partecipazione democratica non ha trovato alcun riscontro concreto. Se la condivisione delle politiche dell’acqua con i territori è stata solo astrattamente prospettata, alle multinazionali del settore è stato riconosciuto un ruolo di primaria importanza.

Nella parte conclusiva dell’evento, al quale ha portato il suo contributo anche il Presidente della Repubblica Mattarella, è stata presentata la cosiddetta “Alleanza tra le imprese”, così la riflessione generale ( e le ricette che ne sono derivate) si è sbilanciata in favore del business e le buone pratiche e il diritto umano all’acqua sono diventate mere dichiarazioni di principio. Il summit su Acqua è Clima è solo la tappa di un processo in atto molto complesso e sul quale è possibile intervenire per orientare le scelte in favore dei popoli e del riconoscimento concreto del diritto all’acqua. Affinché ciò avvenga è necessario inquadrare la vicenda, destrutturarla, concettualizzarne i passaggi fondamentali, ricollocare ogni parte in una diversa posizione tenendo conto del contesto generale e reinterpretare la realtà. La soluzione è consequenziale. Tra gli elementi da esaminare e mettere in discussione accorrono senz’altro i principi filosofici e giuridici di riferimento, il ruolo del Governo e degli Enti Locali, delle imprese, la tariffa, le risorse disponibili, il ruolo delle banche e il valore che gli attori dei processi riconoscono alla Terra e agli esseri che la popolano. Alcune considerazioni di merito potrebbero indurre a riformulare la cd Dichiarazione di Roma.

L’intera legislazione ambientale e quella ad essa connessa, dalle risoluzioni delle Nazioni Unite ai provvedimenti degli Enti locali, passando per le norme nazionali, ad eccezione di alcuni paesi che hanno modificato la propria Costituzione riconoscendo i diritti della natura, è permeata da un approccio fortemente antropocentrico.

Un’impostazione data alle norme, che per l’effetto si è radicata culturalmente. Paradossalmente questa visione, che pone al centro l’uomo, tende a escludere l’umanità. Tra le elaborazioni che ne sono derivate v’è il riconoscimento delle persone giuridiche con scopo di lucro, artifici formali ai quali sono attribuiti alcuni diritti delle persone fisiche; dall’altra parte l’essere umano subisce una compressione dei diritti, talvolta dei diritti naturali, che cedono spazio alle Corporation. Il diritto al profitto sull’acqua delle Corpo- ration può schiacciare il diritto umano al punto da giungere a negarlo. Una pratica ingiusta che resta nell’alveo della legittimità formale. La Risoluzione delle Nazioni Unite agenda 2030 sullo sviluppo sostenibile al punto 6 afferma che è necessario «ottenere entro il 2030 l’accesso universale ed equo all’acqua potabile che sia sicura ed economica per tutti». Riconoscere l’economicità dell’ac- qua significa affermare che per poterne disporre deve essere pagata una tariffa, che ne è il prezzo, e il “diritto” è riservato solo a quei clienti, che sono in grado di versare la somma richiesta quale corrispettivo. Da questa impostazione economica discendono le azioni dei Governi e il riconoscimento d’un ruolo dell’impresa in conflitto, talvolta, con la funzione sociale alla quale dovrebbe assolvere nell’interesse della collettività. Soluzione che trova in Italia la sua sintesi in un’“alleanza tra le imprese” nella sua funzione di lobbing. Cosicché, al di là delle generiche affermazioni di principio sui diritti e la partecipazione democratica, la Dichiarazione di Roma dà slancio alla realizzazione di grandi opere idrauliche quale occasione di profitto per le imprese; più che risolvere le criticità del ciclo integrato, riconosce centralità al ruolo delle banche anticipatrici procedendo verso la finanziarizzazione dell’acqua. Impossibile avere dubbi sulla capacità delle lobby economiche e finanziare d’incidere sulle scelte politiche. La vicenda del Glifosato è esemplificativa.

L’attuale incertezza della Commissione europea chiamata dalle popolazioni e dal Parlamento europeo a inibire l’uso del temutissimo fertilizzante, che impatta sulle falde idriche, sono il sintomo della necessità di un consolidamento istituzionale in senso più democratico. Le pressioni della Monsanto s’impongono persino sul principio di precauzione ( art. 191 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea) finalizzato ad evitare i rischi per la salute inibendo l’uso dell’elemento sotto osservazione nell’ipotesi vi sia incertezza sulla dannosità dello stesso. Nel caso di specie l’IARC ( International Agency for Research on Cancer) ne ha addirittura affermato la cancerogenicità.

Analogamente le Corporation dell’acqua sollecitano il Governo, per favorire investimenti tarati su obiettivi propri, che non sempre aderiscono agli interessi della collettività. La massimizzazione dei profitti, la volontà di realizzare economie di scala, può condizionare ad esempio la scelta sulle tecnologie da impiegare. Le dighe sono opere faraonica ad alto impatto ambientale; le multinazionali sono certamente interessate a realizzarne, a gestirne l’acqua che contengono e l’energia che producono. Soluzione politicamente inaccettabile per le comunità, poiché potenzialmente generatrice di conflitti e estremamente costosa. Il Consiglio Nazionale Forense in occasione dell’evento di settembre a Milano The rules of water svoltosi sotto gli auspici delle Presidenza italiana del G7, nel proprio documento delinea un modello di sviluppo sociale e ambientale diverso e lo confronta con quello reale diffuso. All’approccio antropocentrico delle legislazioni, ne contrappone uno ecocentrico, che colloca al centro i diritti della Terra, che riconosce il valore della gestione in equilibrio del rapporto tra l’uomo e la natura.

Esistono scenari reali, casi concreti di vita umana, sui quali riflettere e soluzioni da applicare. Gli avvocati ci raccontano delle sofferenze e della disperazione che genera l’impossibilità di disporre di una scheda prepagata quando è necessaria, per accedere alla fontanina del villaggio nei paesi impoveriti. E individuano alcune possibilità che ci offre la scienza per affrontare il problema della carenza idrica, a partire dall’agricoltura che assorbe l’ 80% dell’acqua dolce disponibile. L’impiego di distillatori solari potrebbe costituire una delle opzioni.

La tecnologia, alla quale fa accenno il Presidente del CNF nel proprio documento al meeting di Milano, è quella proposta dallo scienziato Giorgio Nebbia; l’impianto imita i processi della pioggia, non incide negativamente sul bilancio idrico e produce energia. L’impiego potrebbe dare autonomia ai coltivatori e ridurne i costi dell’attività, poiché non impone il pagamento di una tariffa. Chiaramente questa possibilità si scontra con l’interesse di chi punta a far profitto sull’acqua e mira alla scarsità, che ne aumenta il prezzo. Per questa ragione è il concetto stesso di Green Economy che deve essere messo in discussione, laddove l’approccio all’ambiente è strutturalmente condizionato dal profitto.

In Italia secondo i dati forniti ad Ecomondo, la fiera annuale di Rimini, le imprese coinvolte nel giro d’affari “ecologici” sono almeno 385mila con un fatturato complessivo di oltre 200 miliardi di euro con lo scopo di raddoppiare entro il 2030, termine fissato dalla Nazioni Unite per realizzare gli obiettivi di svilupdegenerano po sostenibile. Ma la finalità di aumentare il fatturato è un gigantesco condizionamento dell’ecosviluppo. I mega impianti di depurazione proposti in Italia, ad esempio, impegnano risorse ingenti, servono territori vasti, realizzano economie di scala per le multinazionali del settore, ma non sono necessariamente la migliore soluzione tecnica. Al Global Water Expo è emerso che in Europa ogni anno vanno nei depuratori 40 miliardi di metri cubi di acque reflue, ma ne sono riutilizzati solo 964 milioni di metri cubi. Se da una parte le grandi aziende puntano a una gestione virtuosa dei materiali post trattamento realizzando un doppio profitto ( depurazione e post depurazione), dall’altra dobbiamo interrogarci sulla soluzione a monte, se cioè destinare i reflui ai depuratori sia la cosa migliore da fare sul piano ambientale e sociale o siano da preferire le alternative sottraendoli di sicuro allo sversamento in mare. La gestione dei reflui potrebbe destinare il materiale organico ai territori, nutrire la terra inducendo a rinunciare ai fertilizzanti chimici, migliorando la qualità degli alimenti e salvaguardando le falde idriche. Un processo virtuoso e ambientalmente compatibile, che nel tempo potrebbe non avere un costo per la collettività o addirittura potrebbe produrre un risparmio.

Affinché ciò avvenga è necessario che i Governi avviino una riflessione sul proprio ruolo. Devono pensare a come recuperare e rafforzare la propria funzione. La politica deve andare oltre e guardare con uno sguardo lungo, dove il business non arriva, per confermare o negare il percorso sul quale si è incamminata. È necessario che muti la prospettiva e le legislazioni siano fondate su una nuova visione. II Presidente del CNF Andrea Mascherin, nel sollecitare una revisione della legislazione internazionale e locale, propone una nuova generazione dei diritti. Il progetto si può realizzare attraverso un processo graduale.

Secondo il Papa che li ha convocati, i Movimenti popolari possono fornire la copertura politica alle decisioni e le conoscenze, oltre a un punto di vista molto diverso da quello delle multinazionali e delle banche. Le norme già ci sono. La Convenzione di Aarhus sulla partecipazione democratica dei cittadini è entrata in vigore già nel 2001, ma è assolutamente disapplicata, sebbene la condivisione delle decisioni con la comunità, che ne deve beneficiare, possa avere solo effetti positivi. L’assenza di dialogo crea spesso contrapposizioni, che talvolta in veri e propri scontri. Ma la visione darwiniana di un’evoluzione umana fondata sui contrasti e la prevaricazione del più forte è superata in toto dalle analisi più recenti. Le contrapposizioni non mancano nella storia, ma, in termini temporali e quantitativi appaiono marginali, per quanto più sentite in quanto dolorose. La crescita umana, però, come quella degli altri animali, si è basata sulla collaborazione.

Nel 2018 a Brasilia si svolgerà il Word Water Forum, un evento organizzato essenzialmente dalle multinazionali del settore idrico, al quale partecipano le istituzioni nazionali e internazionali per discutere della gestione dell’acqua. Contemporaneamente e non distante si svolgerà il Forum Alternativo Mondiale dell’Acqua organizzato e partecipato dai Movimenti popolari per discutere del riconoscimento concreto del diritto. È evidente che fin quando i Governi non si lasceranno coinvolgere in un percorso condiviso con le popolazioni, saranno orientati solo verso proposte di soluzioni garanti di un’ipotetica funzionalità tecnica. Una politica del diritto all’acqua dal volto umano non può perdere l’occasione d’incontrare e ascoltare un consesso formato da persone provenienti da ogni parte del mondo. Linguaggi e approcci diversi necessitano di una mediazione culturale. E gli avvocati devono essere chiamati ad assumere la responsabilità di questo ruolo sociale che culturalmente gli appartiene.

Il riconoscimento del diritto umano all’acqua si basa sulla Risoluzione delle Nazioni Unite n. 64 del 2010, che l’Italia ha approvato mostrando grande solidarietà nei confronti dei Paesi impoveriti in controtendenza rispetto alla maggioranza dei paesi del G7 ( Stati Uniti, Canada, Regno Unito e Giappone). Solidarietà che invero è stata ribadita anche al summit di Roma. Ma la rappresentazione di una volontà politica e l’enunciazione dei principi non trova ancora riscontro nell’azione concreta.

Per invertire la rotta e recuperare il tempo perduto, bisogna ripartire. Un primo passo può consistere nel riformulare la Dichiarazione di Roma in senso democratico e poi puntare a un progetto più ambizioso e coraggioso di partecipazione dei cittadini per la revisione complessiva della legislazione ambientale guardando con un occhio all’uomo e con un occhio alla natura.

* Avvocato Cassazionista, specialista in Diritto e Gestione dell’Ambiente, saggista e giornalista pubblicista

 

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