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Oltre 50 i migranti affogati nella battaglia tra libici e Ong

Le motovedette di Tripoli responsabili della strage del 6 novembre: impedivano ai naufraghi di salire sulla nave umanitaria Sea Watch
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Quando siamo arrivati sul posto c’erano già diversi cadaveri che galleggiavano e decine di persone in acqua che gridavano aiuto. Abbiamo dovuto lasciare stare i corpi per cercare di salvare più gente possibile. I libici ci ostacolavano in tutti i modi, per quanto incredibile possa sembrare, ci tiravano anche patate addosso.

Loro non facevano assolutamente nulla, abbiamo dovuto allontanarci un po’ per non alzare troppo il livello di tensione e in quel momento abbiamo visto che sulla nave libica i militari picchiavano i migranti con delle grosse corde e delle mazze. In tanti si sono buttati a mare per raggiungerci e sono stati spazzati via dalla partenza improvvisa della motovedetta. È stata una cosa straziante. E la colpa è di tutti noi, degli italiani, degli europei che supportiamo questo sistema.

Quelle navi libiche le paghiamo noi. Quando ho raccolto dall’acqua il corpo di quel bambino, ho toccato davvero il fondo dell’umanità».Queste le parole di Gennaro Giudetti, attivista italiano imbarcato sulla Sea-Watch, la nave della ong che lunedì, dopo aver risposto ad una chiamata del centro di coordinamento della Guardia Costiera di Roma, ha raggiunto un gommone di migranti che stava affondando a largo della Libia ma in acque internazionali.

Contemporaneamente  è sopraggiunta una motovedetta della marina libica e poi è scoppiato l’inferno.I migranti infatti venivano presi e picchiati dai libici, così tentavano di tuffarsi in mare per raggiungere la Sea-Watch sulla quale già si trovavano i parenti, una scena da girone dantesco aggravata quando la nave libica è partita a tutta forza trascinando coloro che si stavano gettando in acqua. A quel punto è intervenuto un elicottero italiano per tentare di fermare la strage.

Ora il bilancio è di 50 dispersi anche se le speranze di trovarli vivi sono scarsissime. I superstiti sono giunti a Pozzallo insieme a 5 corpi recuperati tra cui un bambino di due anni morto sotto gli occhi della madre. Ora è la magistratura di Ragusa ad aver preso in mano l’indagine per stabilire le esatte responsabilità.

La Sea-Watch ha messo a disposizione la sua scatola nera dove è impresso il drammatico invito dell’elicottero, registrato nelle conversazioni sul canale 16 riservato ai soccorsi: “Guardia costiera libica, questo è un elicottero della Marina italiana, le persone stanno saltando in mare. Fermate i motori e collaborate con la Sea Watch. Per favore, collaborate con la Sea Watch”.Niente da fare, la motovedetta libica è ripartita a tutta forza con una quarantina di persone che ora finiranno in qualche lager. Con essi sparisce anche il tentativo di Minniti di fermare le partenze e gli sbarchi affidandosi a partner completamente inaffidabili e tagliando fuori dal mediterraneo le navi delle organizzazioni umanitarie. Al di là del lavoro della magistratura le responsabilità sono ormai politiche.

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