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Rems del Lazio: passo avanti per evitare reclusioni illegittime

Firmato un protocollo d'intesa con il ministero della Giustizia e la Corte d'Appello
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Sottoscritto il protocollo d’intesa tra il ministero della Giustizia, la Presidenza della Corte di Appello di Roma, la Procura Generale di Roma e la Regione Lazio, in materia di Rems ( Residenza Esecuzione Misure di Sicurezza). Il Protocollo contiene misure organizzative e impegni programmatici finalizzati a rendere effettive le previsioni di legge che hanno disposto la chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari. Si tratta di rendere effettiva l’esecuzione delle misure di sicurezza – applicate in via definitiva o provvisoria – nei confronti di soggetti che, affetti da vizio parziale o totale di mente, vengono condannati a scontare le stesse all’interno delle Rems del Lazio. Nella regione sono cinque le Rems attive, di cui due si trovano a Palombara, le altre tre a Subiaco, Pontecorvo ( struttura che ospita solo donne) e Ceccano. A firmare il protocollo il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, il presidente della Corte d’appello di Roma Luciano Panzani e Giovanni Salvi, procuratore generale della Repubblica presso la Corte d’appello. L’accordo prevede prima di tutto la definizione delle modalità operative di collaborazione tra magistrato/ perito- consulente/ Asl/ Dsm ( Dipartimento salute mentale) e Uepe, gli uffici per l’esecuzione penale esterna. Il protocollo stabilisce, inoltre, una tempestiva ed efficace comunicazione tra direttore della Rems, referente Asl/ Dsm e magistratura e la regolamentazione delle modalità con le quali inviare gli internati presso luoghi di cura esterni. Un punto fondamentale è l’accordo con la prefettura, che ha la competenza nell’area dov’è si- tuata la Rems, per avere standard comuni di sicurezza interna e perimetrale delle residenze. Per attuare tutto questo sarà necessaria la condivisione dei dati relativi al movimento e alle liste dei ricoverati e quella dei dati sulla posizione giuridica e cartella sanitaria delle persone internate.

La Regione Lazio, inoltre, assicura nelle strutture presenti sul territorio regionale, livelli di assistenza terapeutica, ambulatoriale, semi- residenziale, residenziale, ospedaliera diversificati e proporzionati ai diversi livelli di sicurezza al fine di garantire, con il solo intervento sanitario, adeguato ricovero anche ai soggetti di difficile gestione. L’emanazione e l’esecuzione dei provvedimenti di presa in carico, che devono essere eseguiti nel territorio della Regione Lazio, saranno precedute e accompagnate da progetti terapeutici individuali. I dipartimenti di salute mentale dell’Asl, con il perito/ consulente e con il magistrato, concorreranno all’individuazione del trattamento terapeutico più appropriato. In prossimità della scadenza della misura di sicurezza, il magistrato di sorveglianza potrà autorizzare un periodo di licenza finale di esperimento della durata di sei mesi – eventualmente rinnovabile – durante il quale il paziente, sottoposto al regime della libertà vigilata, potrà essere inserito in una struttura terapeutica residenziale o presso la famiglia al fine di proseguire la fase di riabilitazione e reinserimento nel territorio con opportuno Progetto terapeutico individualizzato. L’accordo prevede, infine, anche che periodicamente venga convocato il Tavolo Sanità- Magistratura istituito presso la Direzione Salute e Politiche Sociali della Regione Lazio, per monitorare l’applicazione del protocollo d’intesa.

«È un passo importante per ridurre l’abuso di misure di sicurezza e facilitare le funzioni sanitarie delle Rems», dichiara il garante regionale dei detenuti Stefano Anastasia. «Le Rems – sottolinea il garante – sono ormai una importante realtà del nostro sistema di esecuzione penale. Nella Regione Lazio ne sono attive cinque che in due anni hanno ospitato 170 persone che altrimenti sarebbero state destinate a perdersi nell’inferno degli ospedali psichiatrici giudiziari». Sempre Anastasia spiega però che, purtroppo, l’intero circuito delle Rems è in sofferenza per un uso eccessivo che si fa dell’internamento, in modo particolare in via cautelare, prima ancora che sia acclarata la incapacità d’intendere e di volere dei presunti autori di reato. Proprio su queste stesse pagine de Il Dubbio, Stefano Anastasia aveva infatti denunciato la presenza illegittima di reclusi in carcere, in attesa di essere ricoverati nelle rems. Casi che poi sono sfociati in tragedia. Come la storia di Valerio Guerrieri, un ragazzo di 22 anni che si era ammazzato durante la permanenza al carcere di Regina Coeli. Da dieci giorni aveva un provvedimento di misura di sicurezza e non doveva stare in carcere.

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