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Bernardini: «La riforma per dare certezze quando si violano i diritti umani»

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Nonostante gli sforzi fatti dal governo, il sovraffollamento è in continuo aumento. Ogni mese si suicidano i reclusi nonostante il piano nazionale per la prevenzione del suicidio in carcere, sono ancora troppo pochi i ricorsi alla pena alternativa e, in generale, gli istituti penitenziari non rispettano pienamente il dettato costituzionale. Una via di uscita da questa situazione è la modifica all’Ordinamento penitenziario. Il governo, sulla base di precise linee guida dettate dal legislatore, è delegato a risistemarlo semplificando tra l’altro le procedure davanti al magistrato di sorveglianza, facilitando il ricorso alle misure alternative, eliminando automatismi e preclusioni all’accesso ai benefici penitenziari, incentivando la giustizia riparativa, incrementando il lavoro intramurario ed esterno, valorizzando il volontariato, riconoscendo il diritto all’affettività e gli altri diritti di rilevanza costituzionale e assicurando effettività alla funzione rieducativa della pena. Ma l’iter per l’approvazione rimane ancora lungo. L’unico movimento politico a chiedere al governo di andare avanti senza tentennamenti sulla riforma dell’ordinamento penitenziario attraverso la rapida attuazione dei decreti attuativi, è il Partito Radicale. E lo fa attraverso il Satyagraha, l’iniziativa non violenta che vede coinvolti migliaia di detenuti. Rita Bernardini, della presidenza del Partito Radicale, è giunta al 23esimo sciopero della fame.

Lei, con la presidente del Comitato Radicale per la Giustizia “Pietro Calamandrei” Deborah Cianfanelli, assieme ai 11.000 detenuti che hanno aderito al Satyagraha, il 16 ottobre ha ripreso a oltranza lo sciopero della fame per chiedere al ministro Orlando di mantenere gli impegni sulla riforma dell’ordinamento penitenziario. Notizia della settimana scorsa è che i primi decreti attuativi sono stati inviati al garante nazionale dei detenuti Mauro Palma che li ha prontamente visionati e rimandati al ministro ponendo delle osservazioni. È una buona notizia che lascia ben sperare per la piena attuazione della riforma?

Non mi pare che, almeno per ora, ci sia la consapevolezza da parte del governo che, a tirarla ancora per le lunghe, tutto rischi di saltare. Insomma, quella “prepotente urgenza” denunciata dall’ex Presidente della Repubblica nel 2011 e poi confermata – sotto la pressione nonviolenta di Marco Pannella – con il messaggio alle Camere del 2013, non è sentita come dovrebbe. A proposito, che fine ha fatto Napolitano? Da lungo tempo non dice più una parola sulle condizioni di detenzione e sul malfunzionamento della giustizia nel nostro Paese. Pensa forse che sia tutto risolto?

La situazione delle carceri resta drammatica. Perché pensa che sia importante l’attuazione della riforma dell’ordinamento penitenziario? È un punto d’arrivo, oppure solo l’inizio?

La situazione delle carceri continua ad essere drammatica. Noi lo sappiamo perché le celle le frequentiamo e dunque conosciamo in presa diretta la disperazione e l’isolamento che vive ogni giorno la comunità penitenziaria. La riforma dell’Ordinamento penitenziario, se fosse approvata dal governo secondo la delega ricevuta dal Parlamento, sarebbe un buon “nuovo inizio”. Un po’ come quando i sindacati strappano un contratto: da quel momento inizia la lotta per metterlo in atto. Per cominciare a ridurre il sovraffollamento, i decreti dovrebbero prevedere di aumentare i giorni della liberazione anticipata da un lato e, dall’altro, un maggiore accesso alle pene alternative al carcere che sempre pene sono, ma molto più efficaci ai fini di un vero reinserimento sociale del detenuto, senza ricadute nel reato.

Eppure, c’è chi reputa pericolosi i decreti attuativi. Proprio il mese scorso, l’onorevole Vittorio Ferraresi del Movimento Cinque Stelle e membro della Commissione giustizia, durante l’intervista ai microfoni di Radio Radicale ha detto espressamente che le deleghe sono pericolosissime per la sicurezza e la legalità all’interno delle carceri.

Gli sbandieratori della Costituzione dimostrano ogni giorno di più di non averla letta o, se l’hanno letta, di non averla compresa. Parlano di legalità e di certezza della pena ma non si pongono il problema della certezza del diritto anche nell’esecuzione penale quando questa viola i diritti umani. Ciò che mi angoscia, lo confesso, è che non considerano mai le conseguenze di ciò che dicono e fanno, probabilmente sottovalutando il fatto che le leggi e attuazioni liberticide delle stesse possono colpire anche loro.

A proposito di forze politiche. Nel panorama po- litico, indubbiamente, il Partito Radicale è uno dei pochi, se non l’unico, che costantemente compie viste all’interno dei penitenziari, porta avanti denunce sul funzionamento della giustizia e in generale vigila sullo stato di diritto del nostro Paese. Un partito che non è esente però da critiche. Ad esempio c’è il Sappe, uno dei maggiori sindacati di polizia penitenziaria, che più volte prende posizioni contro voi del Partito Radicale. Eppure non dovrebbe appoggiarvi visto che la disumanità e degrado attuale delle carceri logora anche gli agenti penitenziari?

Innanzitutto occorre distinguere i sindacati penitenziari dalla platea dei 35.000 agenti. Se la massa si è notevolmente evoluta negli ultimi anni, i dirigenti sindacali ai massimi livelli sono regrediti sempre di più verso posizioni securitarie e repressive. Il problema, a mio avviso, è uno solo: poiché da anni non svolgono più il ruolo istituzionale che gli è assegnato, che è quello di salvaguardare i diritti degli agenti ( stipendi, qualità e quantità di lavoro), i capi sindacali stanno perdendo consensi nella base degli iscritti, stufa dei loro favoritismi, dei loro privilegi, delle loro chiacchiere senza costrutto, del loro seminare odio. Perché se c’è una cosa che la massa degli agenti sicuramente ha capito è che se i detenuti sono trattati come previsto dalla legge, il loro stesso lavoro ne guadagna in termini di qualità quotidiana.

Il Partito Radicale ha una tradizione anticlericale, eppure dialogate perfino con la Chiesa. Recentemente, infatti, lei è stata invitata a tenere una conferenza sulla situazione carceraria italiana promossa dalla comunità monastica dei monaci e delle monache camaldolesi di Roma.

La nonviolenza di Pannella ha profonde radici nella cultura cristiana. Di formazione crociana e quindi liberale, Pannella si è sempre riconosciuto in quel “perché non possiamo non dirci cristiani” del filosofo di Pescasseroli: un conto sono questi valori, un altro è il potere temporale della Chiesa che Marco e il suo Partito Radicale hanno sempre contrastato. Risale al 1979 la marcia contro lo sterminio per fame nel mondo da Porta Pia a Piazza San Pietro che fu accolta con gratitudine da Papa Wojtyla e con non poche smorfie di disappunto di una parte del popolo radicale. Sulle cose che contano, Marco ha dialogato sempre con tutti, privilegiando spesso le persone più lontane dai suoi principi e dalle sue idee.

Però il Partito Radicale rischia di chiudere se non raggiunge, entro il mese di dicembre, i 3000 iscritti. A che punto siete, il rischio è davvero concreto?

Siamo a 2.400 iscritti e quindi ne mancano “solo” 600. Il tempo a disposizione però è poco: 53 giorni. Il rischio è che cadiamo proprio mentre ce la stiamo per fare. E così sarà se non ci sarà un gesto di solidarietà e di vicinanza da parte di coloro che ci conoscono a dispetto dell’ostracismo e della censura dei grandi mezzi di informazione.

 

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