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La Cedu: ad Asti quei due detenuti furono torturati

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Era il 10 dicembre del 2004 quando nel carcere di Asti due detenuti, Andrea Cirino e Claudio Renne, furono torturati. Lo ha stabilito ieri la Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia per le azioni degli agenti penitenziari e perché i responsabili non sono stati puniti per la mancanza della legge sul reato di tortura. Lo Stato dovrà quindi versare 80mila euro per danni morali ad Andrea Cirino e alla figlia di Claudio Renne, morto in carcere all’inizio di quest’anno. Ad annunciare la morte di quest’ultimo – avvenuto l’ 11 gennaio scorso – era stata l’esponente del Partito radicale Rita Bernadini con un post su facebook: «È morto uno dei detenuti torturati nel carcere di Asti. Mi ha dato la triste notizia il Garante dei detenuti del Pie- monte, Bruno Mellano. Claudio era ricoverato alle Molinette dal 27 dicembre, giorno in cui Bruno Mellano lo aveva ancora visto in carcere, perché rifiutava di andare in ospedale, ma nella stessa giornata si era convinto e lo avevano trasferito; stava molto male». La storia ha dell’incredibile, anche se non è l’unica. Il 10 dicembre del 2004, Claudio Renne, all’epoca 30enne, di Novara, e Andrea Cirino, oggi 37enne, di Torino, reclusi nella casa circondariale della frazione di Quarto per reati contro il patrimonio, hanno un diverbio con un agente della polizia penitenziaria. Tornato dai colleghi, l’agente racconta di aver subito un’aggressione da parte dei due detenuti. A quel punto parte una spedizione punitiva contro Renne e Cirino, portati da un gruppo di agenti nella sezione isolamento, denudati e tenuti in celle prive di vetri nonostante il freddo. I due detenuti vengono quotidianamente picchiati, insultati, privati del sonno e della possibilità di lavarsi, tenuti senza materassi, lenzuola, coperte e con il cibo razionato. Un agente ha schiacciato la testa di uno dei due con i piedi. «Non mi facevano dormire. Faceva così freddo che ero costretto a stare tutta la notte per terra, attaccato a un piccolo termosifone. Non appena mi addormentavo, alzano lo spioncino e gridavano: ‘ Stai sveglio, bastardo! ‘. Poi arrivavano i passi con gli anfibi e allora capivo: mi rannicchiavo. Loro entravano in sette od otto nella stanza e partivano calci, pugni, schiaffi. Speravo solo che la raffica finisse, ma non finiva mai», ha raccontato anni dopo Cirino. Il 23 novembre del 2014 la Corte europea dei diritti dell’uomo aveva dichiarato ammissibile il ricorso di due detenuti sottoposti a torture e il ministero della Giustizia aveva offerto un risarcimento – rifiutato – di circa 40mila euro ciascuno ai due detenuti per revocare la causa davanti alla Corte Europea. L’indagine giudiziaria sui fatti di Asti iniziò nel 2005 in seguito a due intercettazioni del 19 febbraio 2005 nei confronti di alcuni operatori di polizia penitenziaria sottoposti a indagine per altri fatti. La Cassazione, il 27 luglio del 2012, confermò quello che accadde all’interno del carcere piemontese. La sentenza aveva stabilito che i fatti «potrebbero essere agevolmente qualificati come tortura». Ma il reato di tortura, in Italia, è stato introdotto nell’ordinamento italiano solamente tre mesi fa, il giudice quindi ha dovuto procedere per reati più lievi, arrivando ad assoluzioni e prescrizioni. L’associazione Antigone, che si era occupata della vicenda di Asti, ha espresso felicitazioni per la sentenza. «Per lunghi anni in Italia non c’è stato modo di avere giustizia – dichiara il presidente Patrizio Gonnella -, ancora una volta abbiamo dovuto aspettare una decisione europea. Questo è un caso di tortura in prigione. Ci auguriamo che ci sia una presa di coscienza e che non ci sia impunità per i responsabili». Il Garante nazionale dei detenuti Mauro Palma ha ricordato che le due sentenze di condanna sono un campanello d’allarme che richiede importanti e urgenti azioni da parte dell’Italia. La prima è la prevenzione, che «consiste – si legge nel comunicato del Garante – nell’inviare inequivoci messaggi che maltrattamenti e tortura non sono minimamente tollerati o coperti, bensì perseguiti penalmente e disciplinarmente». Il Garante chiede pertanto di sapere se e quali provvedimenti siano stati presi rispetto alle persone che hanno agito, permesso o non adeguatamente vigilato negli episodi che la Corte europea dei diritti dell’uomo ha definito come tortura, sia nella caserma di Bolzaneto che nel carcere di Asti. «L’introduzione del reato di tortura nel codice penale – scrive sempre l’ufficio del Garante – consente oggi al nostro Paese di rispondere in maniera adeguata a gravi violazioni dei diritti umani come quelle avvenute nei casi delle due sentenze odierne». Tuttavia Mauro Palma ribadisce che messaggi, anche impliciti, di impunità non possono essere tollerati e che l’azione preventiva deve essere significativamente rafforzata. «In questa azione il Garante – conclude il comunicato – è pronto ad affiancare l’Amministrazione e, quale contributo in tale direzione, presenterà a breve i propri standard relativi alla privazione della libertà in ambito penale, così come emergono dalle raccomandazioni formulate nei Rapporti sulle visite finora realizzati».

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