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Ma a 50 anni serve davvero fare i giovani?

Stare "al passo coi tempi" è diventata un ossessione per la generazione cresciuta negli anni 80, ma così molti sono caduti nel ridicolo
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Quando finisco di lavorare, e per “lavorare” io intendo aver dedicato ore di concentrazione totalizzante alla musica, mi piace sentire la radio. Le mie preferenze quasi sempre sono rivolte verso trasmissioni che non contengono musica. Ieri ascoltavo l’ottimo e mai né banale, né giudicante Gianluca Nicoletti che nella sua trasmissione Melog conduceva un dibattito sulla “friend zone” che, per i pochi e probabilmente attempati lettori che non conoscessero questo termine è quel luogo dell’anima in cui si viene rinchiusi da una persona su cui poniamo delle mire, ma ci considera solamente come amico.

Sono cresciuto ascoltando Nicoletti e ho sempre pensato che sia un lucido cronista di questa epoca, garbato ma pungente e che abbia l’intelligenza di cogliere, anche da fenomeni marginali sempre spunti di riflessione. Eppure nella puntata che ascoltavo c’è stato qualcosa che mi ha lasciato perplesso: mentre si alternavano telefonate di frienzonati e friendzonatori a tutorial presi da YouTube in cui giovanissimi opinionisti spiegavano quando o come si viene friendzonati e come evitarlo, l’attenzione del conduttore era tutta rivolta all’importanza per le fasce più mature della sua audience di imparare dai giovani le nuove tendenze della società, perché loro sono “avanti”.

A conclusione di ciò diceva di aver sdoganato la friendzone tra gli adulti. Mi permetterà innanzi tutto l’ottimo Nicoletti, con l’affetto dell’affezionato ascoltatore, di dissentire su vari piani. Innanzitutto la friendzone è un elemento presente da decenni nella cultura del nostro paese, basti pensare a tanto cinema degli anni ’70, dalle commedie pecorecce sulle varie liceali in cui Alvaro Vitali in qualche modo ne rappresentava un archetipo ai film di Troisi, Verdone e in qualche misura anche Benigni. Quando frequentavo il liceo il nostro amico Ciccio era sempre il confidente, l’amico fraterno di tante ragazze con cui non riusciva mai a concludere niente. In lui e in noi, era ben chiara però la discrepanza tra i suoi desideri su molti dei suoi rapporti con l’altro sesso e l’ effettiva realtà di ciò che riusciva a fare (a onor del vero poi fu proprio una sua cara amica che per sfinimento decise di regalargli la sua prima esperienza e questo a dimostrare che pure la friendzone non è necessariamente perpetua).

Devo dire che sopportava questa sua condizione, man mano che tutti noi facevamo le nostre prime esperienze, con un ironia e simpatia fuori dal comune. Ma soprattutto mi preme ristabilire che, anche se non era stata ancora denominata così (e nessuno più di chi scrive è convinto dell’ importanza di definire i fenomeni), la friendzone è stata portata al centro del dibattito del paese e codificata da quell’altro lucido cronista dei nostri tempi (magari ne parlo un altra volta) che risponde al nome di Max Pezzali ne “La regola dell”amico” già nel ’98. Quasi vent’anni or sono.

Però non è neanche questo che mi preme sottolineare. Tra le persone che frequento molte, quasi tutte donne (che per inciso mi hanno posto nella friendzone da decenni) sono ossessionate dallo stare al passo coi tempi. Qualche mese fa prendevo un aperitivo con un’ amica, la quale mi educeva dell’esistenza della, a me fino allora sconosciuta, Dark Polo Gang (un gruppo hiphop romano, che è un piccolo fenomeno. E sì, poi li ho ascoltati: (non mi dispiacciono affatto, ma di questo parlerò un’altra volta). Con la prosopopea del musicista che ha una weltanschauung troppo definita per lasciarsi scalfire dalle opinioni dei mortali, le obbiettavo qualcosa che non ricordo e lei per non sentirmi, come  quando i bambini si tappano le orecchie e fanno “bla, bla, bla”, mi diceva: «Vecchio, sei vecchio. Vecchio, vecchio, sei vecchio!.»

Questo episodio mi ha lasciato una voglia latente di approfondire la questione. Sul piano oggettivo: in un’intervista Frank Zappa interrogato sulla differenza del music business agli inizi della sua carriera a quello della fine anni ’80 risponde che quando lui cominciò il tipico manager era un signore in giacca che fumava un sigaro e non aveva la minima idea di cosa stesse per pagare, a volte ci rifaceva vagonate di soldi, altre no. Ma di sicuro era poco in grado di condizionare le scelte degli artisti. Verso la fine degli anni ’70 iniziarono a comparire sulla scena produttori giovani che di fatto imponevano la loro visione condizionando così le scelte degli artisti. Un punto a favore dei vecchi. Ma ancor più importante è il piano soggettivo: è cosa sana considerare come una missione stare “al passo dei tempi”?

Chi aveva 50 anni nel 1984 e adesso ne ha ottantatré, cosa si è perso non avendo preso una posizione sulla rivalità tra Duran e Spandau? Questo ipotetico individuo, che per ragioni anagrafiche sarà stato poco coinvolto nelle dinamiche del ’68, negli anni della sua giovinezza si sarà formato con gli urlatori o al limite con il jazz e in qualche raro caso con la musica classica, e di sicuro quando a casa adesso ha voglia di ascoltare della musica verosimilmente non sceglierà mai di ascoltare Rio, Parade e probabilmente neanche le eccellenze di quel periodo tipo Police o Michael Jackson. Augurandomi di arrivare all’età di cui sopra, mi sarò perso qualcosa non essendo stato in grado di stare al passo coi tempi?

E fino a quando mi toccherà questa consegna? Quand’è che si scade nel ridicolo o per dirla alla Pirandello nell’umoristico? Presi come siamo a dover avere delle chiavi di lettura per il nostro tempo, non stiamo correndo il rischio di diventare come la comica vecchia signora vestita con abiti giovanili e imbellettata di tutto punto? In fondo non sappiamo quando e in che forma interverrà la riflessione che smaschererà l’umorismo insito in questa necessità.

Mi permetto di suggerire alle mie amiche (che non me la daranno mai) che forse andando avanti con gli anni, per stare al passo coi tempi, sarebbe meglio considerare l’ipotesi di vivere con serenità l’età che abbiamo. Nel mio caso questa ultima affermazione si declina facendo un’ottima cena tra amici, innaffiata con altrettanto ottimo vino per poi ascoltarmi i Led Zeppelin, magari sbirciando il chiacchiericcio dei cattivisti su facebook.

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