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Violante: «Così l’avviso di garanzia è diventato una sentenza»

Intervista all'ex magistrato ed ex presidente della Camera che plaude all'iniziativa di Pignatone: «La giustizia non può essere gogna»
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«Ora speriamo che anche le altre Procure adottino la circolare di Pignatone, un vero punto di svolta, figlio della legge Orlando» ( la riforma del processo penale che porta il nome del ministro della Giustizia). Luciano Violante, ex magistrato ed ex presidente della Camera, plaude alle disposizioni del Procuratore capo di Roma volte ad avere oculatezza nell’uso degli avvisi di garanzia.

Giuseppe Pignatone sottolinea che non ci deve essere “una lettura meccanica” delle norme sulle notizie di reato e l’iscrizione nel registro degli indagati e il vicepresidente del Csm Giovanni Legnini osserva che l’avviso di garanzia da strumento di difesa per l’indagato si è trasformato in “gogna”. Che ne pensa, presidente Violante?

È vero; l’avviso di garanzia, un atto con il quale la Procura invita il cittadino indagato a difendersi, è diventato uno strumento di pubblicizzazione della qualità dell’indagato e grazie ai rapporti incestuosi che intercorrono tra molti uffici giudiziari e mezzi di comunicazione si è trasformato in uno strumento di criminalizzazione dell’indagato. Con effetti sulla reputazione, sulla carriera professionale e effetti anche economici rilevanti perché bisogna pagare un avvocato. La circolare Pignatone dispone che la comunicazione va inviata non come “atto dovuto”, sulla base di una semplice denuncia o di un rapporto di polizia ma solo quando, dopo una seria analisi dei fatti emergano “specifici elementi indizianti”

Come nasce questa svolta?

Sostanzialmente nasce dalla legge 103, del 2017, la legge Orlando, dove si invitano i capi delle procure ad assicurare “l’osservanza delle disposizioni relative alla iscrizione delle notizie di reato. ”

Perdoni, presidente, ma, secondo un modo di dire romano, si potrebbe chiosare che si interviene un po’ a “babbo morto”, e se la vogliamo buttare in politica a Prima Repubblica morta. Glielo chiedo perché l’episodio gogna- simbolo furono le monetine del Raphael quando Bettino Craxi aveva ancora solo avvisi di garanzia.

Ma la gogna non nasce dall’avviso di garanzia, nasce dalla comunicazione sull’avviso di garanzia. E lei ricorderà che le televisioni Mediaset stazionavano permanentemente davanti al Tribunale di Milano proprio per dare questa notizia, gli altri mezzi di comunicazione televisiva poi si associarono tutti, ma la prima linea era tenuta da quelle reti che poi, francamente, si trovarono in modo un po’ incongruo ad apparire come difensori della figura di Craxi. E chi fece le marce contro furono la Lega e il Msi. Sono le vendette della storia.

Ma tra i tiratori di monetine del Raphael c’erano soprattutto militanti dell’ex Pci.

Può darsi benissimo. Questo era il clima di allora.

Ora cosa accadrà dopo quella che lei ha definito “una svolta”? Lei recentemente ha avuto parole un po’ dure nei confronti di certa magistratura accusata di fare politica.

Sì, io dissi che in alcune Procure aleggia la figura del “tipo di autore” e cioè che se sei un politico o un pubblico funzionario sei per forza colpevole di qualcosa. E quindi ho parlato di una certa leggerezza nel mandare comunicazioni giudiziarie o agevolare fughe di notizie quando l’indagato sta nella sfera pubblica.

Ora che accade?

La circolare di Pignatone stabilisce che occorre fare una valutazione seria per stabilire che ci siano gli specifici elementi indizianti. E questo tra l’altro con particolare riferimento ad atti amministrativi, tenendo presente che più del 60 per cento dei procedimenti per abuso in atti d’ufficio finisce con assoluzioni o proscioglimenti. E però, intanto, dopo la comunicazione giudiziaria la persona è stata diffamata e ha avuto danni per la reputazione e la carriera. Ora spero che anche le altre Procure adottino le disposizioni di quella di Roma.

Recentemente Antonio Di Pietro ha ammesso che ci fu un eccesso di manette in Mani pulite. Che ne pensa?

Ho rispetto per Di Pietro. Se lo dice lui, c’è da credergli. Ma c’erano anche personalità di primissimo ordine, da Borrelli a Colombo ecc. Starei attento che non si tratti di quelle forme di pentimento a posteriori che servono a rilegittimarsi. Ecco, io sono contrario ai pentimenti pubblici; preferisco quelli che si fanno in privato e in silenzio.

 

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