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Così i prefetti demoliscono le aziende italiane

La storia della famiglia Mucciola, al centro di un braccio di ferro con la Prefettura, tra interdittive antimafia e ricorsi
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Da un lato il ministero dell’Interno li autorizza a trattare informazioni «segretissime». Dall’altro, però, la Prefettura blocca tutti gli appalti pubblici, certificando il rischio di infiltrazione e portando l’azienda, dopo 50 anni, al fallimento. È la storia della famiglia Mucciola, finita al centro di un vorticoso giro di interdittive antimafia e ricorsi che ha bloccato l’azienda per 5 anni. Tutto accade a Reggio Calabria, quando i Mucciola hanno per le mani un appalto caldissimo: l’aeroporto dello Stretto. È in quel momento, quando i soci dell’azienda denunciano il sospetto di una distrazione di fondi che tutto inizia a crollare. «Fino a quando non abbiamo toccato qualche “intoccabile” il nostro incontro con un soggetto controindicato non aveva dato fastidio a nessuno», spiega Piero Mucciola, titolare della società. Il «soggetto controindicato» è Paolo Martino, cugino del patriarca Paolo De Stefano, ritenuto il referente economico del clan in Lombardia.

Da un lato il ministero dell’Interno li autorizza a trattare informazioni «segretissime». Dall’altro, però, la Prefettura blocca tutti gli appalti pubblici, certificando il rischio di infiltrazione e portando l’azienda, dopo 50 anni, al fallimento. È la storia della famiglia Mucciola, finita al centro di un vorticoso giro di interdittive antimafia e ricorsi che ha bloccato l’azienda per 5 anni. Tutto accade a Reggio Calabria, quando i Mucciola hanno per le mani un appalto caldissimo: l’aeroporto dello Stretto. È in quel momento, quando i soci dell’azienda denunciano il sospetto di una distrazione di fondi che tutto inizia a crollare. «Fino a quando non abbiamo toccato qualche “intoccabile” il nostro incontro con un soggetto controindicato non aveva dato fastidio a nessuno», spiega Piero Mucciola, titolare della società. Il «soggetto controindicato» è Paolo Martino, cugino del patriarca Paolo De Stefano, ritenuto il referente economico del clan in Lombardia. È per via di alcuni sporadici contatti con lui che il nome dei fratelli Mucciola finisce in un’indagine del pm Ilda Boccassini, che però non li indaga, limitandosi a registrare quegli incontri definiti inopportuni. «Questo sconosciuto, come un lupo affamato, ha cercato di ‘ inserirsi’ tra noi e l’ente appaltante di una gara a Milano – racconta – per chiedere una lauta provvigione.

Ma abbiamo subito interrotto i contatti». Un nome che non inquina la vita dei Mucciola fino a tre anni dopo, nel 2012. «Scoprimmo un buco da 2.180.000 eu- ro che la Sogas ( società di gestione dell’aeroporto dello Stretto) di Reggio Calabria aveva creato sul nostro appalto e fu in quel momento che la menzione della Boccassini servì in maniera scientifica a far scattare l’interdittiva – denuncia -. Era l’unico modo per mettere a tacere una società scomoda». Nonostante si tratti di fondi pubblici, infatti, i soldi per i lavori all’aeroporto non arrivano e i Mucciola cercano di fare chiarezza. «Il presi- dente della Sogas ci diceva che la Regione non aveva mandato i fondi – racconta Mucciola -. Ma abbiamo scoperto che invece erano stati anticipati già più di 2 milioni di euro e che per il resto bisognava rendicontare l’ 80% dei lavori. Noi, però, eravamo al palo. Non potevamo andare nè avanti nè indietro e allora abbiamo avvisato della situazione tutti i soci della Sogas, tra i quali Comune, Provincia e Regione». Da lì a tre mesi arriva l’interdittiva antimafia, dopo richiesta di certificazione avanzata proprio dalla Sogas, che aveva già ricevuto mesi prima il nulla osta prefettizio. Vengono così revocati tutti gli appalti.

I Mucciola presentano ricorso al Tar, che sospende il provvedimento ad aprile del 2013 in quanto «radicalmente contraddetto» da quel nulla osta alla segretezza per trattare gare «classificate fino alla categoria ‘ riservatissimo’ in ambito Nato», ordinando così l’immediata riconsegna di tutti gli appalti. «Questa sospensiva, però, non è mai stata applicata», sottolinea Mucciola. La Prefettura si oppone e dopo mesi ottiene l’annullamento davanti al Consiglio di Stato, che rimanda tutto al Tar invitandolo a valutare con maggiore attenzione. Ma da quel momento la società non si rialza più. Tra la Prefettura e i Mucciola si innesca un botta e risposta, col Tar in mezzo a fare da arbitro. Una storia inquietante, scrive Mucciola in un esposto indirizzato alla Procura e all’Anac, che ha spazzato via dal mercato un’altra impresa «fra l’indifferenza e l’inerzia delle istituzioni a seguito dell’uso irragionevole e incomprensibile del potere». La società chiede alla Prefettura di rivedere la sua posizione, anche perché i fatti contestati si riferiscono al 2009, troppo remoti per essere attuali, chiedendo, in alternativa, di commissariare l’appalto dell’aeroporto e salvare i lavoratori. Ma 8 mesi dopo tale richiesta, la Prefettura conferma ancora una volta l’interdittiva, denunciando la presenza di tre soggetti controindicati nel collegio sindacale. Il primo, ufficiale della Guardia di Finanza in congedo, senza macchia all’atto dell’assunzione dell’incarico, era finito in un’indagine, ma si era dimesso quattro mesi prima dell’interdittiva. Gli altri due, invece, soci di un’altra società regolarmente munita di autorizzazione del ministero dei Trasporti e, quindi, di nulla osta prefettizio. Interdetti per i Mucciola, puri per l’altra azienda.

Alla nuova interdittiva la famiglia non si può però opporre, perché nel frattempo l’azienda è fallita e toccherebbe al curatore fallimentare agire. «Ma lui ci ha detto che la linea è non mettersi contro la Prefettura», sottolinea ancora Mucciola. Il danno, stabilisce una consulenza tecnica, è di 11 milioni 250mila euro, «a causa dell’inottemperanza della Prefettura di Reggio Calabria nel concludere il procedimento di aggiornamento richiesto», si legge. «Non siamo mai stati indagati, mai ricevuto un avviso di garanzia. Per chi lavora col pubblico l’interdittiva, una legge incostituzionale, è la morte dell’azienda – conclude -. Se avessimo commesso qualche reato l’azienda sarebbe stata commissariata e salvata. Così, invece, abbiamo perso tutto».

 

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