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Margherita Cassano: «Magistrati e avvocati uniti per velocizzare la giustizia»

«Il rapporto con l'avvocatura è fondamentale in qualsiasi corte d'Appello»
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«Bisogna cambiare l’approccio ai problemi della giustizia: magistrati, avvocati e personale amministrativo devono lavorare insieme per dare risposte tempestive alle criticità». Margherita Cassano, presidente della Corte d’Appello di Firenze, lancia la sfida per affrontare lo smaltimento dell’arretrato civile e penale.

Presidente, è possibile trovare equilibrio nei rapporti tra avvocatura e magistratura?

Il rapporto con l’avvocatura è fondamentale in qualsiasi Corte d’Appello, perché significa dialogare con una componente centrale del processo. Del resto, ritengo che i tempi siano ormai maturi per cambiare l’approccio rispetto ai problemi della nostra giurisdizione: tutti – magistrati, avvocati e personale amministrativo – dobbiamo percepirli come questioni non solo professionali ma anche civiche. Tutti noi, infatti, siamo cittadini prima che professionisti, e dobbiamo comprendere gli stati d’animo di chi auspicherebbe risposte celeri ed efficaci dal sistema giustizia.

A proposito di risposte celeri, la questione dell’arretrato continua ad essere il punto centrale della tensione tra le aspettative di giustizia dei singoli e l’efficienza delle corti.

Certo, per questo è fondamentale l’analisi dei flussi delle pendenze e delle sopravvenienze e, per farla, ho proposto un tavolo di lavoro distrettuale congiunto tra procuratori generali, procuratori della Repubblica, presidenti di Tribunale e Corte d’Appello e organismi rappresentativi dell’avvocatura. Credo sia fondamentale che si ragioni tutti insieme su quale risposta può essere data in tempi ragionevoli su ogni territorio, valutando in modo analitico i parametri medi di produttività dei magistrati.

In quali termini mette in relazione la produttività dei magistrati con arretrato e giudizi sopravvenuti?

A scanso di fraintendimenti, è chiaro che la produttività di un magistrato deve essere alta e non va fornito alcun alibi a chi lavora al di sotto delle possibilità. Io però ritengo che vada compreso che le risorse della giustizia non sono illimitate e che è quindi necessario interrogarsi su ciò che realisticamente si può chiedere alla giustizia di decidere in tempi ragionevoli. Mi spiego meglio: il tentativo del mio distretto, quello di Firenze, è di individuare tutti insieme criteri di priorità ulteriori rispetto a quelli stabiliti dalla legge, per trattare gli affari che nel nostro contesto territoriale sono maggiormente sentiti dalla collettività, posticipando gli altri.

E l’avvocatura è stata interlocutrice di questo progetto?

Certo, prima di fissare i criteri abbiamo sottoposto la proposta agli avvocati di tutti gli ordini del distretto e alle Camere Penali, poi ci siamo riuniti per discutere la bozza di documento, che dunque è stato frutto di un lavoro collegiale. La priorità che mi sono data è quella che i criteri di trattazione e fissazione delle cause seguano regole predeterminate, generali, astratte e soprattutto conoscibili da parte degli avvocati. In questo modo, infatti, si assicura l’effettiva trasparenza del lavoro.

Darsi delle priorità di trattazione non limita la richiesta di giustizia del cittadino?

Oggi la giurisdizione si è ampliata e per un avvocato la scelta di adire l’organo giudiziario non è più l’unica disponibile, anche se ovviamente rimane la sede privilegiata. Esistono, ad esempio, moltissime prassi virtuose maturate all’interno degli organismi dell’avvocatura, per definire i contrasti, soprattutto in ambito civile, al di fuori della sede giudiziaria.

Lei ritiene che il processo civile telematico abbia raggiunto l’obiettivo di velocizzare la giustizia civile?

Il p. c. t. è stato uno strumento fondamentale per l’organizzazione della giustizia civile. Ha inciso dal punto di vista pratico, ma soprattutto ha cambiato in modo incisivo la mentalità dei magistrati: ha innovato le tecniche di impostazione delle sentenze, ma anche quelle di redazione degli atti da parte della difesa, imponendo a tutti uno sforzo di razionalità e sintesi che sta dando ottimi risultati. Non solo, ha facilitato enormemente il lavoro delle cancellerie.

Il processo penale avrebbe bisogno di una riforma simile?

Specularmente allo sforzo fatto per il processo civile, io credo si debba rafforzare la riflessione verso un processo penale telematico. Nella Corte d’Appello di Firenze, in accordo con le cancellerie, stiamo cercando di valorizzare i processi informatici che possono velocizzare i processi: redigiamo telematicamente i verbali e i dispositivi, così al termine dell’udienza è tutto pronto per accelerare la successiva fase dell’esecuzione. Del resto, il problema più grave – sia per i procedimenti di primo che di secondo grado sono i tempi delle cancellerie per la definizione e la trasmissione degli atti al giudice del grado di impugnazione successivo. Questo, purtroppo, avviene non per demerito delle cancellerie, ma perchè le forze disponibili non sono sufficienti.

Oggi la galassia giustizia è al centro di critiche feroci. Come si cambia la percezione dell’opinione pubblica?

Innanzitutto è necessario che noi operatori di giustizia cogliamo tutte le opportunità per rendere tangibili e soprattutto comprensivi gli sforzi fatti. A Firenze, per esempio, abbiamo istituito un punto relazioni con il pubblico nel palazzo di giustizia, in cui gli utenti possono ottenere informazioni. Un altro obiettivo che dobbiamo darci è la riorganizzazione dei portali informatici dei vari uffici giudiziari, affinchè il cittadino possa capire quali adempimenti sono necessari per ottenere i provvedimenti idonei alle sue necessità. Il percorso è tracciato, ma c’è ancora molto da fare per rinsaldare la fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni, soprattutto quelle giudiziarie.

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