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L’uccisione di Noemi e la tv (e il giornalismo) senza pietà

Come ad Avetrana, il caso di Specchia vede tristemente protagonista una ragazzina. Ma le analogie non finiscono qui. In entrambi i casi la storia è stata vampirizzata dalla tv del dolore
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Tutte e due giovanissime ( Sarah 15 anni, Noemi 16) tutte e due sparite e trovate morte. Tutte e due pugliesi, la prima di Avetrana, la seconda di Specchia. Ma le assonanze tra i due casi non finiscono qui. C’è un altro elemento che unisce i due casi: il racconto dei media, che travalica molto spesso il diritto di cronaca e entra in una sfera più vicina al processo mediatico. Con tutto quello che il processo mediatico porta con sé: giudizio sommario, morbosità, voyeurismo, incitazione all’odio. Appunto tutto fuorché la pietà per le vittime o l’elaborazione collettiva dell’evento in maniera tale che non si ripeta, che non accada mai più.

Ad Avetrana l’attenzione mediatica, resa ancora più spietata dalla presenza di un “mistero” e di una intricata faccenda familiare, aveva costruito una narrazione sfociata nelle visite sul luogo del delitto. I pullman partivano dai posti più lontani e si fermavano là dove era stato trovato il corpo della povera e piccola Sarah. Quell’attenzione, che si riversò su tutti i programmi e giornali, ebbe un punto di non ritorno. Durante una punta- ta di Chi l’ha visto? la conduttrice Federica Sciarelli disse, in diretta tv, alla madre di Sarah, che la figlia era stata trovata morta. Che era finita. Che non c’erano più speranze. Il volto dell madre, quasi pietrificato, resta indimenticabile, uno spartiacque nella storia della televisione.

Oggi, con Noemi, questa storia si ripete: stessa morbosità, stessa attenzione ossessiva. La morte si fa spettacolo, perde la sua tragicità, come nel video in cui il fidanzato reo confesso di Noemi esce dalla questura: da una parte c’è lui che saluta e fa le boccacce come se fosse una star, dall’altra c’è chi lo vuole linciare. In mezzo ci siano noi, attoniti, sbalorditi di come l’ennesimo femminicidio sfoci non in una riflessione collettiva ma nel bisogno di vendetta.

Ma c’è un altro video, forse anche peggiore. E’ quello in cui una giornalista sempre di Chi l’ha visto? dice ai genitori del ragazzo che il loro figlio ha confessato, che ha ammesso di aver ucciso Noemi. La reazione dei genitori è per un verso incredula, dall’altra violenta. Si disperano, dicono che è colpa della famiglia della ragazza se il figlio è diventato un mostro. Forse, secondo alcuni, quel video è una bella pagina di giornalismo, un ritratto imperdibile di una famiglia coinvolta in un omicidio così orribile. Forse. Io vedendo quel video ho provato disagio, ho sentito che assistevo a una scena che non aggiunge nulla alla mia conoscenza dei fatti, ma che semmai ci impedisce davvero di capire in quale humus sono avvenute le cose.

Quel video ci mette nella posizione di voyeur. Ci rende dei guardoni, ci sottrae alla comprensione. Ma davvero così sappiamo meglio cosa è accaduto? Il problema, a prescindere del giudizio su questo video, esiste. Il direttore del tg La7, Enrico Mentana, in riferimento a questo caso di cronaca, ha sollecitato chi fa informazione a darsi dei limiti, a non cadere nella trappola della morbosità. Un invito che non può non essere accolto.

 

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