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«Paura delle minacce? Sono un avvocato, non mollo il mio cliente»

Intervista a Pierluigi Barone, il legale a cui hanno bruciato l'auto: «La violenza contro i difensori mina la Costituzione e la nostra civiltà»
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LA STORIA

Hanno dato fuoco alla sua macchina perché difende un ragazzo accusato di omissione di soccorso. Ma l’avvocato Pierluigi Barone non cede: «Paura? Io sono un legale e non mollo i miei clienti. Questo modo di fare violento mina i principi base della Costituzione e della civiltà. E noi non possiamo cedere».

Diritto alla difesa sempre più nel mirino di coloro che ignorano i principi basilari di uno Stato di Diritto. Dopo i violenti attacchi sul web contro i legali degli stupratori di Rimini e le aggressioni ai difensori degli indagati per l’omicidio del giovane Emanuele Morganti ad Alatri, oggi tocca all’avvocato Pierluigi Barone. La storia è nota: la sua auto è andata in fiamme davanti la sua abitazione di Lugo. Poi un telefonata anonima al suo studio: «Il tuo cliente è un assassino», riferendosi ad uno dei cinque giovani, difeso da Barone, indagato con gli altri per omissione di soccorso per la morte del 18enne Matteo Ballardini, trovato morto lo scorso aprile da un passante sul sedile passeggero della sua auto, dove era stato abbandonato all’alba dai compagni con cui avrebbe trascorso la sarata consumando droghe.

«Al momento è aperto un fascicolo di indagine contro ignoti racconta l’avvocato minacciato al Dubbio -. Ho fatto la mia denuncia e ho fornito tutti gli elementi per dare un nome agli ignoti di cui già gli investigatori dovrebbero avere un volto. Spero che abbiano controllato le utenze telefoniche. Da subito si è capito che non poteva essere una casualità. A rafforzare l’ipotesi la successiva telefonata, fatta in un italiano perfetto, una voce né di un anziano né di un bambino».

L’incendio alla macchina è però solo un avvertimento. «Mi hanno detto che poi toccherà alla casa, e poi a mia moglie, che è stata anche insegnante di Ballardini per tre anni alle medie». Gli chiediamo se voglia fare il nome del suo cliente ma preferisce di no «perché persone vicine alla vittima sono già andate ad urlare fuori l’abitazione e il posto di lavoro del mio cliente. Tra l’altro egli è indagato, non è stato ancora processato» . Più del violento gesto ciò che crea rabbia nell’avvocato Barone è la mancanza di conoscenza dei fatti da parte di molti: «Il mio cliente, che fu l’ultimo a vedere Ballardini in vita e poi tornò sul posto per constatare come stava, pensando che il ragazzo fosse morto è venuto subito da noi e noi in pochi secondi abbiamo chiamato i carabinieri, li abbiamo mandati sul posto e abbiamo tenuto il ragazzo a disposizione, il quale successivamente ha reso una confessione amplissima su tutto quello che era successo. Io ho fatto fare al mio cliente quello che un avvocato dovrebbe indirizzare a fare. Non gli ho detto “sparisci ché non hanno delle prove”, mi sono comportato in maniera corretta. Il mio non è un cliente che se ne è fregato della situazione. Ha collaborato e prima ancora che il padre di Ballardini sapesse che il figlio era morto, erano stati già presi tutti gli amici». Ad alimentare lo stupore dell’avvocato le parole di sostegno di una concittadina: «una signora nel manifestarmi la sua solidarietà ha detto “però anche voi delle volte difendete della gente… ”. Cosa significa allora che un medico dovrebbe lasciar morire un rapinatore ferito durante una rapina?». Barone teme che simili episodi possano impedire il normale esercizio della professione di altri suoi colleghi: «Altri avvocati per paura potrebbero rifiutarsi di prendere gli incarichi. Questo modo di fare violento mina i principi base della Costituzione e della civiltà: gli avvocati sono stati introdotti come primo atto più di 2000 anni fa come garanzia. Nei Paesi totalitari non ci sono, in Corea del Nord non è previsto l’avvocato. Significherà qualcosa?». Ma il problema culturale riguarda anche la magistratura sostiene Barone: «Un giorno, come avvocato d’ufficio, fui chiamato ad assistere un uomo accusato di omicidio stradale e il Pm cominciò ad urlare anche contro di me come se fossi stato un complice che guidava l’auto insieme a lui. Anche la magistratura deve cambiare atteggiamento: noi siamo operatori di giustizia come loro, ognuno con la sua funzione, l’importante è che la si svolga correttamente».

L’avvocato Barone è tra i 63000 firmatari della proposta di legge per la separazione delle carriere, promossa dall’Unione delle Camere Penali: «Ho firmato perché il giudice deve elevarsi e vedere accusa e difesa sullo stesso piano. Non è possibile che se la difesa dimentica una prova non la può richiamare, se la dimentica l’accusa, il giudice se può ci mette una toppa. Il giudice nella procedura deve essere equanime. La finalità della separazione è creare una forma mentale dei giudici che vedano le parti sullo stesso piano».

E quando gli chiediamo se ha paura risponde convinto: «Non ho paura per niente. Certamente accompagneremo mia moglie la sera se avrà necessità di uscire. Se accetto di difendere un cliente non c’è verso che io lo abbandoni, a costo di dover passare dei guai. Se lo abbandono che avvocato sono?».

 

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