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Suicidi, si continua a morire dietro le sbarre

È il quarantunesimo suicidio dall'inizio dell'anno: questa volta è accaduto nella casa circondariale “Spini di Gardolo” di Trento
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Ancora un altro suicidio in carcere. Il 41esimo dall’inizio dell’anno. Questa volta è accaduto mercoledì verso le 14 nella casa circondariale “Spini di Gardolo” di Trento. L’uomo aveva 42 anni, condannato per duplice omicidio, si è ucciso all’interno del- la sua cella. A darne la notizia è stato il sindacato Osapp. «Siamo a quota 41 dall’inizio dell’anno – denuncia il capo del sindacato Leo Beneduci -, questo è un dato tutt’altro che ordinario e normale nonostante le rassicurazioni del guardasigilli Orlando». Interviene anche il segretario generale del sindacato Uil Pa Leonardo Angiulli: «Non vogliamo creare allarmismi o strumentalizzare quest’ultimi episodi – aggiunge Angiulli – ma è evidente che la frequenza con cui si registrano eventi critici impone di suggerire ai vertici dell’am-ministra-zione un cambio di rotta e soluzioni immediate a tutela degli operatori». I sindacati, in sostanza, rivendicano il diritto all’aumento dell’organico di polizia che risulta, a detta loro, carente per sostenere un controllo capillare della popolazione detenuta. Un problema, quello relativo al numero effettivo degli agenti che operano all’interno dei penitenziari, ancora controverso.

Sulla carta, stando agli ultimi dati messi a disposizione dall’ultimo rapporto dell’associazione Antigone, risulta che abbiamo un poliziotto ogni 1,67 detenuti. Messa così sembrerebbe dire che ogni detenuto abbia un agente penitenziario a disposizione. In realtà, il rapporto stesso di Antigone denuncia che ciò è sulla carta, mentre la realtà è diversa anche perché diverse unità sono distaccate verso altre sedi che non sono il carcere. Il problema che emerge, in realtà, non è solo la mancanza di organico della polizia penitenziaria – figura comunque indispensabile-, ma anche il mancato investimento sulle figure professionali come educatori e psicologi. È sempre il rapporto di Antigone a sviscerare il problema spiegando che la carenza d’organico non è una condizione che colpisce esclusivamente la polizia penitenziaria. Tra gli educatori il divario fra organico previsto e organico in forza è molto più accentuato rispetto a quello degli agenti e si attesta intorno ad un valore medio di – 35,03%, toccando in alcuni provveditorati dei livelli particolarmente drammatici ( Toscana e Umbria: – 45,59%; Lombardia: – 44,97%; Emilia Romagna e Marche: 40,71%). Nel 2016 meno del 3% del bilancio dell’Amministrazione Penitenziaria ( che ancora era il Dipartimento competente per questa voce di spesa) è andato alle misure alternative. Il resto alla galera, ovvero al personale di polizia penitenziaria. In sostanza scarseggia la presenza di personale che opera nell’area trattamentale, depotenziando così l’attivazione di percorsi di reinserimento sociale per i detenuti. A tutto ciò potrebbe esserci un rimedio. Ovvero la rapida votazione dei decreti attuativi per la riforma dell’ordinamento penitenziario che punta soprattutto al recupero dei detenuti. Il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, incalzato recentemente da Rita Bernardini durante trasmissione di Radio Radicale “Quota 3001”, ha promesso che si farà entro il 31 dicembre.

 

 

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