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Michael Caine: «La mia generazione ha cambiato il mondo »

Colloquio con Michael Caine a Venezia con un docufilm sulla sua vita
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La Mostra del Cinema di Venezia 74 è stata finora un festival di divi e di regine. Negli ultimi giorni infatti hanno calcato il red carpet due premi Oscar, Helen Mirren e Judi Dench, dame dell’Impero Britannico. E dopo le dame la Mostra non poteva certo farsi mancare un cavaliere ed ecco che Sir Michael Caine è approdato al lido con My Generation. Diretto da David Batty, l’icona del cinema inglese diventa narratore della sua vita, dagli anni 60’ in poi e della Londra e l’Inghilterra di quel periodo in cui nasceva la cultura pop e la classe operaia diventava protagonista. «Non pensavo che sarei diventato mai famoso» dice Caine all’inizio mentre il film si trasforma in un viaggio nel tempo in cui riviviamo l’epoca d’oro dei Beatles, Twiggy, David Bailey, Mary Quant, i Rolling Stones, David Hockney e molte altre celebrità. Sir Michael Caine accompagnato da David Batty rivela i retroscena del film in un brillante dialogo con la stampa e la nostalgia per un tem- po in cui si dava tutto meno per scontato, sopraggiunge.

Come ha iniziato a fare l’attore? Ci racconta i suoi inizi?

Nel periodo in cui ho iniziato io, la scuola di recitazione era molto costosa ed io non me lo potevo permettere. A vent’anni lavoravo in una fabbrica di burro dopo esser stato nell’esercito e un giorno mi trovai a parlare con un signore che lavorava li che mi chiese cosa volevo fare nella vita. Risposi che volevo diventare un attore ma non sapevo esattamente come farlo. Lui mi disse: «Mia figlia è una cantante semi- professionista e so che per iniziare ti conviene comprare una rivista, The Stage, dove nelle ultime pagine ci son tutti gli annunci per gli attori». La comprai ma l’unico annuncio che trovai era per un assistente di scena. All’epoca quel lavoro prevedeva anche che si facessero delle le parti minori in uno spettacolo. Così ho cominciato. Prima con delle parti molto piccole, da una battuta, due, tre e poi sono arrivato alle parti da protagonista. Talvolta in alcuni film sono anche riuscito a sposare la protagonista.

A proposito di inizi, ci racconta dell’incontro con il suo collega e amico Sean Connery?

Stavano facendo un casting per un musical, si chiamava South Pacific e cercavano marinai robusti che cantassero delle canzoni d’amore per le donne ed a quel tempo le persone che lavoravano nel mondo del musical non avevano certo il giusto physique du rôle. Hanno incominciato a cercare nelle palestre e così hanno scritturato Sean Connery. Dopo lo spettacolo c’è stata una festa ed è stato li che ci siamo incontrati per la prima volta. Siamo stati anche disoccupati nello stesso periodo e prendevamo sussidi dallo Stato. L’ultima volta che ho fatto la coda per prendere sussidi ero in fila con Sean.

Che tipo di parti si potevano interpretare in quel periodo?

Abbiamo provato a cambiare le cose ma bisogna ricordare che all’epoca non c’erano parti per attori come me, con il mio gruppo di amici quando andavamo a vedere un film di guerra, sceglievamo sempre quelli americani perché erano incentrati sui soldati mentre quelli inglesi raccontavano sempre degli ufficiali. Negli anni 60’ c’era uno spettacolo a teatro dove Peter O’Toole faceva la parte di un soldato inglese e io l’ho sostituito quando andò a girare un film. Lo spettacolo teatrale ha avuto successo ma quando ne hanno fatto un film, hanno scelto Laurence Oliver come protagonista. Noi come generazione di quell’estrazione sociale eravamo assolutamente ignorati dal mondo del cinema.

Vi siete resi conto del cambiamento che la vostra generazione ha indotto nella società?

Per quel riguarda la politica, non avevamo un programma politico, era più una questione di come ci eravamo posti nei confronti del mondo e di cambiamento sociale più che politico. Non avevamo posti dove andare. Ci vedevamo al Fish & Chips oppure nei pub ma se avevi meno di 18 anni non potevi andare nemmeno in quelli. Il grosso cambiamento c’è stato con la creazione dei caffè, dei coffee bar. Ce n’era uno che si chiamava Two Eyes, creato dagli australiani e non dagli inglesi. Si poteva ascoltare la musica e non era costoso. Mi ricordo che una volta ci ho trovato Shirley Bassey che cantava e la pagavano 10 sterline. Non eravamo certo persone che frequentavano le sale da ballo dove si ballava il foxtrot. Poi sono arrivate le discoteche ed a quel punto avevamo di che divertirci, avevamo svago e creavamo svago. È stato un momento perfetto. Era l’epoca in cui c’erano persone come John Osborne e Harold Pinter che scrivevano per la prima volta di protagonisti della classe proletaria come per esempio Alfie.

 

 

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