Il Dubbio di oggi

Il Dubbio del lunedì

Addio a Walter Becker, il chitarrista rivoluzionario

Scompare a soli 67 anni, con Donald Fagen fondò gli Steely Dan che intrecciarono con sapienza pop, jazz e soul music
Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

C’è stato un periodo tra la fine degli anni ’80 e i primi anni zero in cui quando andavo a suonare all’aperto e arrivavo poco prima del sound check, ovunque stessi, i fonici provavano l’impianto con “Aja” degli Steely Dan o al limite con “The night flight” di Donald Fagen che era il disco solista di uno dei due fondatori di quel gruppo. L’altro era il chitarrista poli strumentista Walter Becker e se ne è andato a 67 anni.

I due si incontrano nel 1967 al Bard College di Annadale-on-Hudson, New York. Non hanno neanche vent’anni, ma condividono la passione per la fantascienza, Nabokov e i fratelli Marx che avranno più che un’influenza nel loro modo di scrivere i testi pieni di riferimenti letterari alternati allo slang e non scevri di gustosi di giochi di parole. Ma soprattutto per il Jazz (dalle origini, fino a quel nuovo suono che stava già prendendo piede e che sarebbe esploso due anni dopo con l’uscita di In a silent way di Miles Davis), e la soul music.
Cominciano a scrivere canzoni su il piano verticale del dormitorio del college.

L’idea è di scrivere una musica che risenta dell’influenza armonica di Ellington, Parker, Mingus e compagnia bella, su un tappeto ritmico che non abbia nulla da invidiare alle produzioni della Motown, la storica casa di Detroit che segna una svolta e sarà (e continua ad essere) il faro per generazioni di musicisti.
Ma come in quasi tutte le storie di musica c’è bisogno di qualcosa che sblocchi il loro talento, molto spesso è l’ incontro con un produttore: George Martin per i Beatles, Jimmy Miller per i Rolling Stones, Chris Balckwell per Bob Marley ecc. per loro la svolta è rappresentata dal produttore George Katz in cerca di nuovi talenti per l’ABC.
Il primo disco si chiama Can’t buy a trill esce nel ’72 e contiene già tutti gli elementi che contribuiranno alla creazione di quel suono che, anche se in Italia pochi conoscono, li renderà uno dei gruppi più amati dai musicisti oltre che e dai fonici: armonie raffinate, ritmiche pimpanti una cura maniacale degli arrangiamenti, delle riprese e del missaggio.
Il successivo “Countdown to ecstasy”, anche se con qualche asperità, rappresenta un ulteriore progresso verso la perfezione. Un ulteriore salto lo compiono con Pretzel logic (1974), un disco che, per le sonorità sembra essere scritto dieci anni dopo.
Con Katy Lied e The royal scam si caratterizzano per l’ uso ancora più ampio di session man mostruosi (cominciato con Jeff Porcaro nel disco del ’74 troppo vasto per poter essere farne una cernita) e per la maturità del sound che troverà la consacrazione, sia per le vendite che per l’attenzione della critica, in Aja e in Gaucho. Due dischi perfetti, due capolavori.
Poi una lunga pausa degli anni ’80 in cui i due perseguiranno i loro progetti solisti e la ripresa dopo il duemila, con dischi altrettanto belli, ma che ovviamente sorprendono meno in virtù di un suono oramai consolidato che ha fatto scuola e ha avuto diversi epigoni.
Alcuni li considerano piatti, noiosi o inutilmente virtuosi. Ma in realtà anche tralasciando i testi, che comunque aiuterebbero a capire la caratura degli autori (immaginate di sentire Dalla senza capire le parole: è comunque una grande musica, ma quanti tra voi se ne rendono conto e saprebbero spiegare il perché?), la narrazione è di altissimo livello.
Se avete un minimo di spirito di ricerca nella vita vi invito a provare ad ascoltare uno dei loro dischi non distrattamente, magari in cuffia a occhi chiusi e vi renderete conto che abbiamo perso un musicista che ci ha dato forse più di quanto ha avuto.

Ultime News

Articoli Correlati