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«Noi giudici ossessionati solamente dalla carriera»

La denuncia di Morosini, consigliere togato del Csm
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«Due fattori hanno diffuso nella magistratura una preoccupazione quasi esclusiva per la carriera, a danno dell’attenzione per le grandi questioni dei diritti: da una parte il rafforzamento della gerarchia negli uffici, dall’altra la discrezionalità nell’assegnazione degli incarichi». È l’allarme sollevato da Piergiorgio Morosini, togato del Csm ed esponente di primo piano di Md. Morosini nota come le scelte compiute dallo stesso Consiglio superiore sulle nomine siano «spesso difficili, scivolose e opinabili: perciò si deve far riferimento a criteri che consentano di oggettivizzarle. Ad esempio al fatto di aver ricevuto deleghe dal proprio capo. Che così ha in pugno il tuo destino. Una logica che indebolisce l’indipendenza del magistrato e favorisce l’individualismo».

«Ci sono due fattori che cambiano la magistratura: l’accresciuta importanza delle gerarchie e la discrezionalità nel conferimento degli incarichi. A partire da qui rischiamo di avere sempre più magistrati preoccupati soprattutto delle personali prospettive di carriera e meno liberi di interessarsi anche della questione dei diritti». Piergiorgio Morosini fa un’analisi severa, preoccupata ma anche propositiva su alcuni segnali di “inaridimento” della professione di magistrato. A partire dall’intervento su Ong e migranti pubblicato su Repubblica da Mariarosaria Guglielmi ( segretaria di Md, la componente di cui Morosini è esponente di primo piano), il togato del Csm si chiede: «Quanti possono essere i giudici entusiasti di far parte delle sezioni specializzate in materia di immigrazione? Temo che molti di più puntino ad essere assegnati ai Tribunali delle imprese, da dove si presume sia più semplice arrivare a concorrere per incarichi direttivi».

Perché occuparsi di immigrati porterebbe meno vantaggi?

Semplicemente perché all’interno della magistratura è diffusa l’idea che al Tribunale delle imprese ci si occupi di qualcosa di tecnicamente superiore rispetto ad altri settori. Che lì ci si trovi ‘ in serie A’ rispetto ad ambiti ‘ di serie B’ come l’immigrazione. E mi pare un segnale culturale non da poco. Bisogna capire che sono entrambi settori di grande importanza. E le ‘ vocazioni’ non mancheranno.

È un segnale, certo. Dipende dal fatto che l’impegno civile è meno attrattivo rispetto a trent’anni fa?

Certamente il contesto in cui si forma culturalmente un magistrato influisce sui suoi interessi. Ma le assicuro che non si tratta solo di questo.

E qual è il punto allora?

C’è un passaggio che ha inciso molto sull’approccio generale alla professione ed è la riforma del 2006– 2007. Lì si sono creati i presupposti affinché oggi il magistrato tenda a porsi innanzitutto una domanda: cos’è che mi fa fare carriera? Ci sono due aspetti intrecciati tra loro che favoriscono questo atteggiamento mentale: l’enfasi data dalla riforma al principio di gerarchia negli uffici e la maggiore discrezionalità nel conferimento degli incarichi direttivi.

Maggiore gerarchizzazione produce carrierismo?

Mi spiego. Si è rafforzato il principio gerarchico nelle Procure, in virtù della riforma del 2006, in nome di una maggiore omogeneità nell’interpretazione delle leggi e nei metodi investigativi. E qui siamo alla declinazione buona della riforma. Ma nello stesso tempo si è deciso di superare il criterio dell’anzianità senza demerito per l’assegnazione degli incarichi e si è lasciata maggiore discrezionaità all’organo di autogoverno. Il punto è che le scelte per gli incarichi sono spesso difficili, scivolose, opinabili. E allora si deve far riferimento a dei criteri che consentano di oggettivizzarle. Ad esempio al fatto di avcr ricevuto, all’interno dell’ufficio in cui si è lavorato fino a quel momento, degli incarichi organizzativi o delle deleghe.

Oppure a incarichi come docente presso la Scuola superiore della magistratura. Il punto è che molti di questi titoli derivano da scelte del tuo capo. È lui che ha in pugno la tua carriera e, in qualche modo, il tuo destino.

Mi faccia capire: il magistrato tende a diventare come i quadri delle aziende, tutti concentrati nel seguire le indicazioni del capo per poter fare a loro volta carriera?

Diciamo che la miscela tra gerarchia e carriera può diventare esplosiva. Nel senso che si indebolisce anche l’indipendenza interna del magistrato, relativa all’ufficio stesso in cui lavora.

E questo un po’ inaridisce, distrae dalle grandi questioni sui diritti.

Minore indipendenza interna, maggiore attenzione per i profili individuali, comportano il rischio di essere distratti, meno attenti, rispetto alle grandi questioni di tutela dei diritti. E poi c’è un ulteriore ingrediente.

Quale?

Il fatto che un magistrato ora è valutato molto in base ai numeri, alla produttività.

Questo ha un riflesso anche sui contenuti del dibattito interno all’associazionismo giudiziario e dunque all’Anm. Prima i gruppi che la compongono erano molto più attenti alle questioni dei diritti, ai temi generali. Oggi sono decisamente concentrati sull’ordinamento giudiziario, sull’organizzazione, e non si occupano granché di tutto il resto.

L’ossessione per la carriera si riverbera su tutto.

Senta, se le norme e i criteri di valutazione portano a discutere tanto di efficienza, produttività e organizzazione, e se per gli stessi motivi assistiamo continuamente a zuffe per la carriera, è chiaro come siano cambiati gli interessi e la stessa funzione dei gruppi associativi. Certo, non si può accantonare del tutto il fatto che al centro delle zuffe ci siano anche le defaillances del circuito dell’autogoverno.

Scusi, Dottor Morosini: lei è perplesso per il superamento del criterio di anzianità e ricorda come le scelte del Csm sugli incarichi siano spesso difficili, opinabili e scivolose, dunque lei che rappresenta Md arriva a conclusioni simili a quelle del gruppo di Davigo, Autonomia & indipendenza, ovvero meglio tornare all’anzianità?

Che la discrezionalità nel conferimento degli incarichi faccia in modo che spesso le scelte siano opinabili e scivolose è un fatto, ed ha alimentato molte polemiche nella base della magistratura. Credo sia giusto fermarsi e riflettere sull’opportunità di cercare correttivi. Penso intanto non al ritorno della sola anzianità ma a un maggior rilievo da assegnare alle fasce d’anzianità, unitamente alla specializzazione: significa riconoscere che l’esperienza sul campo conta eccome. Io poi ho un’opinione personale sulla riduzione del numero degli uffici attraverso la revisione della geografia giudiziaria, che considero utile anche perché ridurrebbe il numero degli incarichi direttivi. Ma a questo aggiungerei anche una possibile assegnazione degli incarichi semidirettivi, per esempio quelli di presidente di sezione, concepita all’interno dell’ufficio stresso, con una procedura che coinvolga i magistrati che ne fanno parte.

C’è chi, come il giudice di Verona Andrea Mirenda, propone la rotazione.

Anche questa è un’opzione condivisibile, sono d’accordo. Magari combinata con le altre proposte di cui le dicevo. Insomma, da una parte servono criteri oggettivi, dall’altra va usato con saggezza e parsimonia lo spazio delle scelte discrezionali. Sempre se vogliamo farci carico del malumore che serpeggia nella base della magistratura, che ha le sue serie motivazioni.

Magistrati sempre più distratti rispetto ai grandi temi in nome della carriera: già l’élite politica è in crisi, ora pure l’élite dei magistrati rischia l’impoverimento culturale?

E purtroppo non è una sintesi inappropriata. Tenga conto che quando le dico dei numeri, mi riferisco anche al fatto che i carichi di lavoro sono sempre più insostenibili e il magistrato teme di doversi difendere anche da possibili iniziative disciplinari, se non riesce a stare nei tempi. Questo allontana eccome dai grandi temi, su cui si gioca lo spessore culturale della categoria. Ne risente il dibattito tra i gruppi, proprio come è andata perduta la capacità di formazione culturale dei partiti politici. L’auspicio è che, almeno, la Scuola superiore della magistratura continui ad alimentare la formazione sulle nuove frontiere della tutela dei diritti. Anche da quella postazione si può ricercare il migliore bilanciamento con i temi ordinamentali e organizzativi.

 

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