“Cosa spinge i maggiori intellettuali novecenteschi o a costeggiare il fascismo o ad abbracciare il comunismo? Perché, con qualche rara eccezione, non esiste, in Europa, un grande filosofo liberale? ” Erano questi gli interrogativi che qualche settimana fa si poneva Roberto Esposito in un articolo su La Repubblica dedicato a Maurice Blanchot.

Sono domande molto sensate e pertinenti, a cui non è facile dare una risposta. Quel che è certo è che il liberalismo continua ad avere ancora, anche dopo il fallimento storico dei totalitarismi, pochissimo appeal in ambito culturale. E ancora oggi le critiche più accese sono rivolte dagli intellettuali alla borghesia, al capitalismo, alla democrazia rappresentativa, alla proprietà privata, cioè a tutte quelle istituzioni che storicamente al liberalismo sono legate. I filosofi, in particolare, sembrano avere una sorta di fissazione anticapitalista, che è quasi un dovere di casta: parlar male del capitalismo, inveire contro le sue “storture”, anche in discorsi che tutto sommato con esso c’entrano poco o nulla.

Il capitalismo diventa così una spesso non definita categoria- ricettacolo di tutto ciò che non va come vorrebbero che andassero i filosofi, sempre alla ricerca di una “autenticità” che il profano e desacralizzante mercato in ogni minuto scalfirebbee alla base. Esso, come diceva giusto un secolo fa Luigi Einaudi in un editoriale del Corriere della sera ( significativamente intitolato “E’ colpa del capitalismo! ”), svolge ancora oggi il ruolo che, nella cultura medievale, svolgeva il diavolo.

Ma tant’è! Ritornando alle domande di Esposito, senza pretendere di andare alle radici profonde dell’ostilità, quel che preme in questa sede sottolineare è che essa si accompagna, da parte liberale, ad una scarsa o rara attenzione prestata generalmente alla dimensione speculativa o filosofica del concetto di libertà; da parte non liberale, che è poi la parte che di fatto esercita il potere culturale e determina l’opinione comune diffusa, anche del cosiddetto “ceto medio riflessivo”, ad una serie di incomprensioni e pregiudizi che portano a snobbare a priori, senza conoscerlo o averlo seriamente studiato, il pensiero dei sicuramente rari, ma pur esistenti, pensatori liberali di spessore.

Non fosse altro che per avere spezzato questo incantesimo da parte non liberale, l’ultimo libro di Massimo De Carolis, che è ordinario di filosofia politica all’Università di Salerno, merita tutta la nostra

attenzione: Il rovescio della libertà. Tramonto del neoliberalismo e disagio della civiltà ( Quodlibet, Macerata 2017, pagine 304, euro 22).

L’oggetto del libro è, appunto, il “neoliberalism”, un termine che in italiano può essere indifferentemente tradotto come “neoliberismo” o “neoliberalismo” ( essendoci solo nella nostra lingua, come è noto, la differenziazione semantica fra liberismo e liberalismo). Il lemma, che indica un movimento culturale e politico al tempo stesso, è entrato comunemente nel dibattito pubblico, soprattutto, come si è detto, con un intento di demonizzazione. Esso fu usato per la prima volta, nel 1938, da uno dei padri del movimento, Alexander Rustow, che è molto citato e considerato nel volume di De Carolis per la sua idea ( che dette il titolo ad un suo saggio del 1945) di considerare “il fallimento del liberalismo economico come un problema di storia delle religioni”. Andrebbe però anche considerato, secondo me, il fatto che gli altri padri del movimento generalmente non solo non si sono considerati “neoliberali”, ma hanno anzi inteso riproporre all’attenzione, ovviamente rendendolo più coerente e aggiornandolo, quel “liberalismo classico” ( old whig per intenderci) che, secondo loro, era stato gradualmente accantonato nel corso dei decenni a loro precedenti dalla cultura e prassi dei paesi occidentali.

De Carolis compie due distinzioni, collocandole nel tempo e nello spazio.

Attraverso la prima, egli segnala il fatto di come il neoliberalismo, iniziato con un grande sforzo intellettuale che avrebbe dovuto fare da supporto ad un progetto politico per il quale i padri si sarebbero adoperati appena possibile ( scrivevano infatti nel periodo del massimo dispiegamento dei totalitarismi e della guerra, e la loro voleva essere proprio una risposta alla “crisi della civiltà”), solo in una seconda fase, collocabile fra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, dopo una lunga incubazione, poté divenire, segnatamente con Ronald Reagan negli Stati Uniti e Margareth Thatcher in Gran Bretagna, un effettivo programma politico, informando di sé, secondo l’autore, le economie di un mondo ormai globalizzato.

Esso prendeva il posto, in qualche modo, dello stato sociale e del paradigma socialdemocratico che aveva dominato, almeno in Occidente, nel secondo dopoguerra, accompagnando la ricostruzione post- bellica ( i cossiddetti “trenta gloriosi” anni).

Quanto invece alla distinzione “spaziale”, il neoliberalismo si divide, sin dai primordi, in una scuola continentale, o più propriamente tedesca, quella cosiddetta dell’ “ordoliberalismo”, e in una austro- anglosassone. I due testi fondativi, o comunque più significativi del neoliberalismo, sono per De Carolis Human action di Ludwig von Mises ( 1949) e

Civitas Humana di Wilhelm Roepke ( 1948), riconducibili rispettivamente alla prima e alla seconda corrente ( l’autore considera ovviamente anche Friedrich von Hayek, e in primo luogo la sistemazione del suo pensiero che si ha in Law, Legislation and Liberty, 197379). Le due scuole, le cui ricette secondo De Carolis saranno destinate a mescolarsi nella prassi effettiva delle politiche neoliberali, pur convergendo sull’obiettivo di promuovere l’ordine spontaneo generato dal mercato, si dividono per il ruolo che vogliono assegnare allo Stato: per gli ordoliberali l’azione di promozione deve effettuarsi attraverso un intervento diretto e continuo che, in una sorta di “dirigismo liberista” garantisca al mercato le condizioni di base per il suo esplicarsi, a monte, ed elimini le concentrazioni e i monopoli che inevitabilmente si creano, a valle; per gli austriaci, invece, lo Stato deve solo far applicare poche e generali leggi generali entro la cui cornice ogni libera iniziativa si svilupperà da sola grazie al meccanismo autoregolatore che, secondo loro, è presente all’interno del sistema dei prezzi.

Alla base del saggio di De Carolis ci sono due interrogativi, così posti dall’autore: “Qual è il problema epocale che i neoliberali riescono a intercettare e a cogliere, con uno sguardo forse parziale e indiretto ma comunque più efficace, alla prova dei fatti, rispetto a ogni altro soggetto politico attivo, all’epoca, sullo scenario globale? E, in secondo luogo, qual è il punto cieco, il limite di questa visione, tanto profondo, a quanto pare, da condannare il neoliberalismo a un inglorioso tramonto” ( p.

17).

Alla prima domanda, De Carolis dà finalmente una risposta appropriata. E dico finalmente perché, dalla sua area culturale di riferimento, erano finora venute solo risposte tese a vedere, con più o meno raffinatezza concettuale e lessicale, il neoliberalismo come offensiva o reazione di non meglio definite centrali del capitalismo internazionale.

L’autore di questo libro colloca invece le opere dei padri fondatori lì dove vanno collocate: nella crisi della civiltà e del pensiero europei, come risposta ai totalitarismi e al nichilismo.

Una risposta molto diversa, ma a ben vedere speculare, a quella data dalle “filosofie della crisi”. Questo significa prima di tutto dare una dignità teorica ad autori e opere che meritano di stare nello scaffale di ogni uomo di cultura, se non altro per la radicalità delle loro domande e delle loro risposte.

Ammetto che però la poca “fortuna” di questi autori fra gli intellettuali è dovuta al fatto che i loro nomi siano legati in senso stretto alle controverse politiche, molto più tarde, generate dalla Reaganomics. Ora, senza pretendere di dare un giudizio su queste politiche ( che fra l’altro da parte di chi scrive non è negativo, ma non è questo il punto), quello che andrebbe messo a tema è se esista un nesso organico fra il pensiero dei teorici di “prima generazione” e le concrete politiche di deregulation di “seconda generazione”. De Carolis lo dà per scontato.

Ma, se è certo che furono sin da principio i teorici a voler dare un senso pratico alle loro idee scendendo in campo “in difesa della libertà” ( con tutto quello che in termini di semplificazione e grossolanità è sempre connessa a ogni “discesa in campo”), è pur vero che essi, anche quando il loro pensiero assumeva i tratti radicali e perciò contraddittori che assume spesso il pensiero dei grandi pensatori, aveva ben presente lo scarto che sarebbe sempre esistito fra pensiero e azione.

Anzi, più radicalmente, furono proprio loro, a cominciare da Hhayek, a mettere a tema nel Novecento questo scarto. Un punto che de Carolis rimuove completamente, mentre a mio avviso è centrale nel pensiero di questi autori, che vi insistono in continuazione, è che fra teoria e prassi non si dà passaggio necessitato ed è perciò che occorre combattere ogni “abuso della ragione” e ogni “razionalismo in politica”.

Razionalismo in politica, come è noto, è il titolo di un famoso saggio di Michael Oakeshott, un autore che De Carolis non cita mai ma la cui vicenda intellettuale e umana incrocia quella dei neoliberali, e spesso si interseca con essa, pur avendo egli una formazione prettamente filosofica e idealistica che i suoi sodali avevano solo in parte. E’ proprio questa rimozione che porta De Carolis ad equivocare il senso più palese del “neoliberalismo” intellettuale, che nasce come opposizione a quella mentalità illuministica a cui De Carolis in più passi lo assimila ( positivismo e determinismo sono le vere “bestie nere” di questi autori, come d’altronde del nostro Benedetto Croce). Ed è in questa dimensione che la loro difesa della libertà vuole collocarsi, con più o meno fortuna.

Oakeshott, ad esempio, rimproverava al suo amico Hayek di aver costruito un “modello” per opporsi ad ogni modello in politica.

E sicuramente il “presupposto oggettivante” che è proprio dell’economia, e in genere delle scienze sociali, non faceva loro gioco ( il liberalismo si colloca probabilmente più a livello di “virtù liberali” che non di riflessioni sulla “grande società”). Che nel loro pensiero non si faccia fino in fondo i conti con il concetto speculativo della libertà, con il suo carattere ancipite e infondato, e con la complessità e non riducibilità delle umane relazioni di potere, e che questo sia il vero “punto cieco” della teoria, son ben disposto ad ammetterlo. Ma in questi casi non ci sono soluzioni a portata di mano, dato il “paradosso antropologico” di cui De Carolis aveva parlato in un suo precedente saggio. Men che meno soluzione può essere considerata quella di un cosmopolitismo non ingenuo, a cui sembra alludere o che abbozza De Carolis nelle pagine finali del libro. Nel quale, in altri luoghi, il concetto politico di neoliberalismo si slarga in maniera quasi esorbitante, fino a indicare il senso di tutta la nostra contemporaneità, in preda alla “dinamizzazione” e alla “liquidità”.

Anche questa mi sembra una forzatura, considerato che il “neoliberalismo” è contrastato da una corrente liberal che a livello di immaginario pubblico, soprattutto fra le élite politiche, non può certo essere considerata minoritaria.

Essa sì che è erede dell’illuminismo. Ed è soprattutto nel suo spazio che si colloca quella tendenza alla “rifeudalizzazione” che prende piede ed entra in contraddizione con quel dispositivo che si riprometteva di combatterla ma che invece finirebbe per riprodurla. Da qui l’idea di una “crisi” o di un “fallimento” del progetto liberale. Un’idea non nuova o originale, in verità, visto che accompagna il liberalismo si può dire sin dalla sua nascita. Ecco, interessante sarebbe mettere a confronto due visioni che appaiono in netto contrasto, la liberale e la liberal, per vedere se per caso fra esse, a livello speculativo, non ci siano punti di contatto o specularità.