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Medioevo Salvador: trent’anni di prigione per un aborto spontaneo

L'odissea di Evelyn Beatriz Cruz rimasta incinta dopo una violenza sessuale. Il paese latinoamericano ha una delle legislazioni più repressive al mondo sull'interruzione di gravidanza, equiparata all'omicidio volontario. Dal 1997 al 2013 sono state arrestate 600 donne.
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Quando lo scorso anno è stata brutalmente violentata per la strada da una gang di El Salvador, Evelyn Beatriz Hernandez Cruz era poco più che maggiorenne e frequentava l’ultima classe del liceo. Poche settimane dopo lo stupro Evelyn avverte un fortissimo mal di pancia e scopre di avere un’emorragia vaginale: è quando la madre l’accompagna in ospedale che però si rende conto di essere stata incinta e di aver avuto un aborto spontaneo.

Non passa neanche un’ora che la polizia perquisisce la sua abitazione dove ritrova il feto ricoperto di sangue nella fossa biologica: a quel punto scatta l’arresto immediato.

Evelyn, che ha bisogno di cure, resta ammanettata alle griglie metalliche del suo letto d’ospedale per una settimana intera, poi ancora convalescente viene sbattuta in carcere con l’accusa di omicidio volontario aggravato.

Il 5 luglio un giudice la condanna a trent’anni di prigione, come d’altra parte è previsto dal codice penale. «È una sentenza vergognosa, che non riflette le prove portate in tribunale. Si tratta di una decisione fondata sulla morale e non sul diritto e la giustizia», ha tuonato, inutilmente, il suo legale.

La legislazione del Salvador sull’aborto, adottata nel 1997 la spinta del governo conservatore e della pervasiva chiesa cattolica locale, è tra le più repressive del mondo: l’interruzione di gravidanza viene infatti equiparata all’omicidio in ogni caso, poco importa che la madre sia stata violentata, che possa essere in pericolo di vita o che il feto presenti gravissime malformazioni.

Tra il 1998 e il 2013 circa seicento donne sono finite in carcere con l’accusa di aver abortito, mentre si stima che nello stesso lasso di tempo ci siano stati almneno 19mila aborti clandestini. Talvolta qualche “fortunata” può sperare in isolati atti di clemenza, come è accaduto a Sonia Tabora, graziata dopo 12 anni di prigione. Aveva avuto un aborto spontaneo mentre stava lavorando in una piantagione di caffé, ritrovata dai familiari in una pozza di sangue è stata salvata per miracolo dai medici di un centro sanitario privato, anche loro poi condannati per omicidio volontario.

Grazie al sostegno di associazioni per il diritto all’aborto, a una minuziosa documentazione presentata dai suoi legali e all’interesse dei media internazionali, un tribunale ha stabilito che l’allora 22enne Tabora aveva effettivamente perso il feto contro la sua volontà, condannando lo Stato a un risarcimento. Ma si tratta di una goccia nell’acqua e tanti invece sono i casi di cronaca in cui la legislazione salvadoregna mostra la sua ottusa crudeltà e il suo accanimento contro i diritti delle donne.

Members of Amnesty International protest in front of the El Salvador embassy in Mexico city, on May 29, 2013. Amnesty protest against the government of El Salvador by not allowing the abortion of Beatriz, a 22-year-old woman, pregnant with a baby without a brain. AFP PHOTO/RONALDO SCHEMIDT (Photo credit should read Ronaldo Schemidt/AFP/Getty Images)

Nel 2013 un ragazza di nome Beatritz incinta del suo secondo figlio scopre di essere affetta da lupus, mentre al feto viene diagnosticata l’anencefalia, una malformazione congenita in cui il nascituro è privo, totalmente o parzialmente, della volta cranica e dell’encefalo. Nessuno può sopravvivere all’anencefalia, neanche con un intervento divino. Se avesse portato la gravidanza a termine Beatriz avrebbe rischiato di morire, mentre il piccolo non aveva a sua volta nessuna speranza di sopravvivere. Così il caso approda alla Corte suprema del paese la quale nega l’assenso per l’aborto, ma, poiché la salute di Beatriz stava peggiorando a vista d’occhio, gli alti giudici trovano una solusotto zione intermedia e ordinano un parto cesareo d’urgenza: Beatriz ha avuta salva la vita, il suo bambino è vissuto cinque ore.

Come denuncia da diversi anni Amnesty International «nel paese centroamericano aleggia un malsano clima di sospetto nei confronti delle donne che hanno avuto false gravidanze, aborti spontanei o emergenze ostetriche e che subiscono una vera e propria persecuzione».

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità ( Oms), sono soprattutto le giovani donne delle classi popolari e delle zone rurali a subire più di chiunque la repressione di Stato, praticando aborti clandestini in condizioni sanitarie indegne di un paese civile. Un metodo molto diffuso per interrompere la gravidanza “in casa” è l’ingestione di piccole dosi veleno per topi o di altri micidiali pesticidi oppure di farmaci anti-ulcera, ma anche l’introduzione nel collo dell’utero di aghi e altri oggetti appuntiti.

Inoltre il Salvador è il paese dell’America latina con il più alto tasso di adolescenti incinte contro la loro volontà: si calcola che il 20% delle ragazze tra i 13 e i 19 anni ha avuto almeno una gravidanza non desiderata. Per non parlare dell’inquietante numero di suicidi i quali rappresentano il 57% dei decessi tra le ragazzine incinte.

Lo scorso marzo è stato presentato un progetto di legge per ammorbidire le misure penali nei confronti delle donne che abortiscono, ma il provvedimento giace mestamente in Parlamento, ostaggio dei rapporti di forza tra le formazioni politiche. Il partito ultraconservatore Arena, promette infatti battaglia aggrappandosi all’articolo 1 ( paragrafo 2) della Costituzione che stabilisce la difesa della vita umana «a partire dal concepimento».

Nel 2016 i deputati di Arena avevano a loro volta presentato un progetto di legge che, al contrario, induriva ulteriormente la legislazione portando da 30 a 50 la pena massima per interruzione di gravidanza. La via dell’emancipazione femminile nel medievale Salvador è ancora lunga e piena di ostacoli.

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