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Tano D’Amico: «Gli anni Settanta, la lotta, le pistole, l’invisibile»

Intervista al fotografo, il vecchio signore del bianco e nero
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Non è facilissimo intervistare Tano D’Amico, il fotografo dei movimenti degli anni 70. Non che non sia generoso e non si conceda, al contrario, ma non è un intervistato docile, non risponde alle domande che vuoi tu e come vuoi tu, divaga, non ti fissa un appuntamento perché dice di non sapere mai dove sarà: «La gente pensa che io stia tutto il giorno a casa. Non è così». In questo caldo mese di giugno però è stato possibile intercettarlo per quattro lunedì ( il 3 luglio sarà l’ultimo appuntamento) da Zazie nel Metro, un bar del Pigneto a Roma Est che ha organizzato “I lunedì dell’immagine”, quattro incontri con Tano D’Amico per parlare di periferie, del ‘ 77 e del movimento delle donne.

L’abbiamo incontrato prima dell’appuntamento intitolato “E’ stato sconfitto il 77? ” e da prassi gli abbiamo chiesto cosa c’è stato prima degli anni Settanta, come ha iniziato a fare il fotografo. Si è subito ribellato: «Via, smettiamola con queste cose… – risponde irritato – Ti spiego: io ho sempre amato le immagini, ma di qui a pensare di fare il fotografo come mestiere ce ne passa. Non l’ho mai pensato, neanche negli anni Settanta. Semplicemente era il modo più adatto per me per vivere e per vedere quello che stava davanti ai miei occhi perché si formavano davanti a me immagini che non si erano mai viste. Io conoscevo un po’ la storia delle immagini e in quegli anni vedevo cose che non c’erano mai state. Non solo, si iniziava a vedere un “ceto” che prima non c’era mai stato, per la prima volta si affacciavano alla soglia della storia quelle persone che la storia l’avevano sempre subita: le donne che erano sempre passate per minoranza, i disoccupati, i senza casa, i carcerati, i pazzi, i senza potere».

Ha detto che ha iniziato a vedere immagini che non aveva mai visto, che differenza c’è in questo tra il Sessantotto e il Settantasette?

Io sorvolerei sul Sessantotto che è troppo celebrato. Quello che c’era prima e che c’è stato dopo secondo me è più importante. Parlando di immagini che non avevo mai visto: per prima cosa era come le persone scendevano in piazza. Sembrava che comparissero tutte insieme, come se fosse passato prima qualcuno con un pennello e una vernice magari bianca, avesse tracciato una linea e tutti si affacciavano su quella linea senza bisogno di capi, di condottieri, si compariva tutti quanti insieme. Quando scendevano tantissime persone in piazza, notavo che scendevano per conoscersi, per parlarsi, molto più che per ascoltare uno che parla. Ecco, persone che parlano insieme. Queste sono le mie prime immagini. C’è un momento in cui sembra che tutti compaiano sul palcoscenico, per questo le mie foto sono fortemente orizzontali, perché se è vero che ogni uomo e ogni donna è un segmento verticale è anche vero che molti segmenti verticali insieme compongono una linea orizzontale.

Un po’ come il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo insomma.

Sì, un po’ come il Quarto Stato, ma se mi posso permettere più bello.

Lei è stato testimone di alcuni eventi fondamentali del ‘ 77…

Come tutti… diciamo che io ho fatto caso ad avvenimenti persone e cose che erano sotto gli occhi di tutti, ma ognuno vede quello che vuole vedere nel modo in cui lo vuole vedere. Comunque non è che ho lavorato in strada da solo. Le mie immagini forse comparivano di più anche se pubblicate su giornali marginali, su poster, stampate male. Ma la domanda vera è dove sono le foto della grande stampa di 40 o 50 anni fa? Un grande giornale ha usato le mie immagini per parlare del ‘ 77 ma le ha usate oggi, non le ha usate 40 anni fa.

Che immagini usavano 40 anni fa?

Le immagini che servivano a loro, immagini in cui chi scendeva in piazza compariva come un mostro che minacciava la quiete pubblica, qualcosa di minaccioso. Le mie immagini non trovavano spazio in nessun giornale, nemmeno il mio che era Lotta Continua. Questo perché mostrare l’umanità, la bellezza delle persone che scendevano in piazza era inviso a tutti. Tanto che venivo preso in giro dai miei compagni in strada, ero diventato una macchietta perché lavoravo tutti i giorni ma non si vedeva mai una mia immagine sul giornale. Allora c’era chi affettuosamente mi diceva: “Tano ma ti ricordi di mettere il rullo la mattina dentro la macchina? Ti sei accertato che i dentini abbiano agganciato il rullino?».

Fu un momento anche di riflessione sul ruolo delle immagini per esorcizzare e quindi coprire la novità. Fotografare i movimenti è difficile, gli aspetti di novità arrivano come dei lampi, bisogna coglierlo nelle linee dei volti che cambiano, nei gesti, negli angoli delle membra. Chi fotografa i lampi fotografa la novità, ma lo può fare solo se li aspetta. Se non li aspetta si limita a fare foto di tenebra. La mia diversità si vide nei primi lavori sui nuovi giornali. Potere operaio del lunedì, sembrò che non aspettasse altro che il mio modo di vedere. Una mia immagine fu per un periodo la testata di Potere operaio del lunedì ed era l’immagine di operai sardi che parlavano insieme. Era su fondo bianco, sembrava quasi mi fossi portato dietro il fondale, perché gli operai erano sulla riva del mare, aspettavano gli autobus su una strada in riva al mare. Ecco anche in questo caso era come se fossero comparsi, tutti insieme, su un palcoscenico.

Cosa successe quando comparvero le pistole alle manifestazioni?

Il mio modo di fotografare era diverso anche nelle foto di documentazione: cercavo che ci fosse di più. La cosa in più era il contesto, perché se uno mostra un giovane che tira un sasso quel giovane si prende 5 anni, 7 anni. Non dico di nascondere certe cose ma di imparare dai classici che hanno sempre mostrato quello che accadeva – nella pittura, nella fotografia, nel cinema e nel teatro – senza mandare nessuno in carcere. Serve studio e impegno. È necessario mostrare il contesto, la bellezza delle istanze. C’è una mia fotografia molto gettonata, quella della ragazza con il fazzoletto, che in quel fotogramma commette forse tre reati insieme: ha un fazzoletto che copre il volto, resiste alla forza pubblica ed è lei che mette la mano per “bloccare” la polizia. Ma nessuno si è mai sognato di cercarla e di portarla in tribunale perché avrebbero ampliato la bellezza delle sue istanze che erano quelle delle donne, in confronto a cui i reati che stava commettendo erano ben poca cosa. Nelle mie immagini si è visto di tutto, ma anche – m’illudo – tutto quell’invisibile che sono le motivazioni, i perché, l’affetto che le tiene insieme. Per decenni ho occultato una mia immagine, quella di Daddo e Paolo, perché pensavo di nuocere. Vent’anni dopo fu lo stesso Daddo a rimproverami: «Dovevi farla uscire subito», mi disse. È vero che da giovane dicevo sempre che una bella immagine non fa mai male, una cattiva immagine fa sempre uno o più danni. Ma non mi sentivo di farlo con la vita degli altri.

La foto in questione è quella della manifestazione in piazza Indipendenza del 2 febbraio 1977 in cui rimasero feriti due militanti di sinistra Leonardo “Daddo” Fortuna e Paolo Tomassini e un poliziotto, Domenico Arboletti. Nella foto si vede Daddo che solleva con un braccio il compagno già ferito come per portarlo via, con in mano una pistola. Che momento fu quello?

È stata la nascita del ‘ 77. Per l’attacco che subirono. Quella di Paolo e Daddo fu una risposta all’attacco di due agenti che non si sapeva fossero della polizia: non avevano nessun contrassegno e di fatto volevano con la loro macchina spezzare il corteo in due. Quando il corteo si è compattato e non ha fatto passare l’automobile è sceso un signore con il mitra e un altro con una pistola. Era il giorno dopo in cui i fascisti erano entrati nell’università e avevano ferito uno studente, avere delle armi non era così strano. Quell’immagine mostra due giovani che non volevano perdere, a nome di tutti quanti, le conquiste passate che erano anche affettive, di solidarietà. Quando vent’anni dopo comparve quell’immagine in un blog di Repubblica che si chiama Fotocrazia fui attaccato duramente, però con citazioni di Omero ( che aveva raccontato un fatto simile), Virgilio, Tasso e Ariosto, insomma non era male.

Un’altra manifestazione raccontata tantissimo per immagini è stato il G8 di Genova. Che paragone con il ‘ 77?

Ecco Genova 2001 dimostra come le immagini possono seppellire un avvenimento. Il modo in cui si è visto l’omicidio, la morte in diretta di Carlo Giuliani. Quel modo da “macchina” – come le telecamere piazzate al porto di Napoli che di tanto in tanto riprendono un omicidio di camorra – ecco io penso che non faccia un buon servizio all’umanità. Rappresenta l’abdicazione dell’essere umano a vantaggio della tecnologia. Le immagini di Genova che cosa raccontano? Molte perpetuano il terrore che la polizia e i carabinieri volevano imporre. E venendo all’omicidio di Carlo Giuliani, dopo due anni che il video girava ovunque su internet, la magistratura ha detto che i carabinieri hanno fatto un uso corretto delle armi da fuoco. L’immagine che non è partecipata, l’immagine abdicata, l’immagine da macchina non da essere umano non è capace di raccontare il contesto.

La verità non è mai nei verbali della polizia, nelle sentenze dei tribunali. La verità, quella vera, che rimane nella memoria, è nei romanzi. La verità bisogna farla. Non è qualcosa che esiste e che le macchine fedelmente riportano, troppo comodo, non è così. La verità è una creazione dell’uomo, la più bella forse, ma in natura non esiste, è l’uomo che la farà vedere mettendo insieme le cose, mostrando il contesto. Una macchina questo non lo potrà mai fare, la verità è un insieme di ricerche, una ricerca che non finisce mai che l’umanità può fare.

 

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