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Campo Hobbit ’77, il Parco Lambro della destra

La mitologia tolkeniana ispirtò quel movimento
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Una cosa è certa: tra il ’ 76 e il ’ 77 accade che un numero consistente di adolescenti e giovani, perlopiù studenti liceali e universitari, che si erano ritrovati a collocarsi a destra individuano, chissà perché, nel linguaggio e nell’estetica ispirati a Tolkien e alla sua trilogia Il Signore degli anelli la via di fuga da un clima per loro diventato impraticabile. D’altronde, «bisognava esser matti, matti quanto un adolescente può esserlo, per infilarsi – ha ricordato qualche tempo fa Umberto Croppi, uno di quei ragazzi – nel tritacarne della politica all’inizio degli anni 70, entrando dal buco sbagliato. E una volta che c’eri potevi soltanto sperare di non venirne tritato. In soli tre anni il mondo c’era crollato addosso, precluse tutte le strade di una vita normale, vietata l’università, vietati i cinema, vietata la notte e gli angoli più belli della città: nel ’ 75, annus terribilis, uccidere un fascista non fu più reato per davvero. Bisognava essere matti per non cercare vie di fuga». Vennero, per necessità, le idee delle cosiddette “iniziative parallele”, sostanzialmente la ricerca di una forma di “impegno” più creativo che militante. «E quindi non fu facile neanche – prosegue Croppi – quando alla fine del ’ 76 decidemmo di far esibire a Roma un gruppo musicale che si era da poco costituito a Padova. Per evitare il martello del partito ( il Msi) e l’incudine dei proprietari del teatro che mai più avrebbero concesso una sala ai “fascisti”, ci inventammo un’associazione femminile dal nome tolkieniano, Eowin, che affittò il Teatro delle Muse, dove il 6 dicembre, con un manifesto corredato dal simbolo vagamente esoterico dello yin e yang si annunciò uno “spettacolo musicale diverso”, Canti della rivolta ideale. Era l’esordio di Tolkien nel panorama della destra radicale italiana». Fondamentale, per l’avvio di quella e altre iniziative simili, accanto al mondo che si riconosceva attorno rivista del fiorentino Marco Tarchi, La Voce della Fogna, il centro culturale Europa che stava a Roma in via degli Scipioni. Un centro di aggregazione – ricorda Nicola Cospito nel suo libro autobiografico Poco più che una storia personale… – che si arricchiva della frequentazione di giovani da tutta Italia: «Marco Tarchi di Firenze, Umberto Croppi di Palestrina, Giovanni Monastra e le sorelle Cristiana e Stefania Paternò di Padova, Monica Centanni di Venezia, Paola Frassinetti, Peppe Nanni, Monineofascisti ca Zucchinali e Marco Valle di Milano, Adolfo Morganti di Rimini». Ai quali andrebbe aggiunto, sicuramente, anche il nome di Egidio De Mattia. E proprio lì, stando ai ricordi di Cospito, i continui e spontanei dibattiti tra ragazzi e gli scambi di idee e letture «contribuirono alla nascita del clima in cui sarebbero nati i campi Hobbit, i raduni giovanili della seconda metà degli anni 70 improntati nel nome, nel linguaggio e nella simbologia alle tematiche tolkieniane». Tanto che si scoprì che quasi per contagio Il Signore degli anelli era allora il libro più letto da “quel” mondo giovanile. Cospito scrive poi che una mattina di febbraio ebbe l’idea di un raduno giovanile intitolato agli hobbit con gruppi musicali, dibattiti, stand librari e creatività varia: «La confidai a Bruno Socillo, che l’apprezzò intuendone il carattere innovativo». Successivamente ne parlò ancora con il romano Alessandro Di Pietro e con il beneventano Generoso Simeone, due dirigenti giovanili, i quali entusiasti si misero in moto per la realizzazione. E fu soprattutto Generoso Simeone, un giovane professore di lettere, il principale animatore della corrente Linea Futura ( quella che si raccolse attorno a Pino Rauti), a organizzare praticamente il Campo. «Perfino la scelta del nome, forse ingenuo, esprimeva – è il giudizio di Croppi – quella necessità di fase, di passaggio. “Hobbit”, personaggio di una saga ma piccolo eroe involontario, strappato alla quotidianità borghese della sua Contea, visto con sospetto fino in fondo dai suoi simili. E “Campo”, non festival o raduno, ma qualcosa che si trascinasse ancora semiologicamente dentro un’estetica da Wandervögel. Musica, chiacchiere, murales e tanta emozione. Vitalismo senza bisogno di dimostrazioni, mentre sul campo contiguo, di quelli che sembravano aver vinto, iniziava il ripiegamento critico: un contrasto che non sfuggirà agli autori di Lambro/ Hobbit, il primo libro che affrontava le tematiche dei “neofascisti’” per quello che erano e non per i presunti aspetti criminologici.ms0000012901

E così nell’anno stesso che aveva già registrato il “bluff” situazionista della partecipazione dei alla cacciata di Lama accanto agli indiani metropolitani – in realtà, un comunicato stampa del presidente romano del Fuan, Biagio Cacciola che esprimeva la sintonia tra i giovani missini e i nuovi contestatori – e l’arrivo di una pattuglia di giovanissimi rautiani nel nuovo comitato centrale del Msi, si arrivava al Campo Hobbit: due giorni a Montesarchio, in provincia di Benevento l’ 11 e 12 giugno 1977. Poco più di un migliaio di ragazzi da tutta Italia con tutti i loro nuovi modi di esprimersi: la stampa giovanile, la grafica, i fumetti, le radio libere, la poesia, il teatro, i gruppi musicali e i cantautori, l’alimentazione, l’ecologia e, ovviamente, la letteratura fantasy. Fu la Voce della Fogna un mese prima a invitare i suoi lettori a quell’appuntamento: «Che ne pensate di un Parco Lambro di segno opposto? Ovvero di una vera due- giorni musicale, alternativa, con tende e sacchi a pelo? Bene: il miracolo sta per avvenire. Mobilitate parenti e amici/ amiche. Tutti al Campo Hobbit 1 ( e leggete Tolkien, stolti!) ». Lo scrittore di Oxford diventava così il patrono di una rivoluzione estetica all’insegna del “Gandalf è vivo e lotta con noi”, come si leggerà in uno dei tanti striscioni di Campo Hobbit.

In piena, magari inconsapevole, sintonia con lo spirito post- militante e tutto giocato nella dimensione dell’immaginario del ’ 77, quei giovani trovarono un modo nuovo per comunicare e per sentirsi a tutti gli effetti dentro il proprio tempo. Il Signore degli Anelli apparve un po’ come un passepartout generazionale. Lo spiegherà bene, un anno dopo, Marco Tarchi, evidenziando come l’opera di Tolkien collegava tra di sé, meglio di teorie filosofiche o sociologiche, tutta una “generazione di irregolari». E nei fatti, a partire dal ’ 77 la mitologia tolkieniana riuscì a dare un linguaggio e una sensibilità comuni a una generazione costretta ad anacronistiche chiusure da un clima artefatto di forte contrapposizione politico- ideologica. Tolkien e gli hobbit come liberazione creativa e come fuoriuscita da mitologie incapacitanti, dunque. Uno stato d’animo confermato da quanto si legge nel testo anonimo di Hobbit/ Hobbit, il libro che raccolse i materiali e le riflessioni dei tre Campi Hobbit ( quello del ’ 77, quello dell’anno successivo e quindi, il terzo, il meglio riuscito, del 1980): «Una prima rivoluzione si andava delineando: l’ammissione del proprio essere “personale” come base di un’esperienza da offrire. Nel disegno, nel canto, nel rapporto interpersonale. Sembrava che un nuovo modo di “far politica”, di essere politica ( era la nostra massima concessione lessicale) fosse destinato, da allora in poi, a trionfare». Tanto per dire, la maggior parte di quei ragazzi – come buona parte dei loro coetanei “di sinistra” di allora – scelsero forme di impegno diverse da quelle della vecchia militanza partitica: nel giornalismo, nella creatività, nella cultura, nella comunicazione. Basterebbe andarsi a vedere molti di quei profili – da Marco Tarchi a Alessandro Di Pietro, da Walter Pancini a Giampiero Rubei, da Maurizio Guercio a Monica Centanni… – per rendersene pienamente conto. Ultima annotazione, doverosa, quella sulla corrispondenza della figura degli hobbit all’antropologia giovanile settantasettina.

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Nelle storie della tolkieniana Terra di Mezzo sfilano infatti tutta una serie di popoli, cavalieri, maghi, guerrieri e stregoni che provengono direttamente dal mondo delle antiche leggende e mitologie nord- europee. Ma gli hobbit, invece, che provengono direttamente dalla fantasia e dall’intuizione di Tolkien, sono essi a rappresentare l’elemento nuovo adottato dalla constudioso trocultura dei ’ 70 e quindi nel ’ 77. «Tempo fa – ha annotato Andrea Monda, uno di cose tolkieniane e non solo – sono passato da un Hobbiton ( le feste annuali della Società Tolkieniana Italiana) e ho visto tante persone travestite dai mille personaggi inventati da Tolkien, ma pochi o nessuno travestito da hobbit… Ci sono rimasto male, mi è sembrata una Hobbiton priva di senso». Una constatazione estremamente rivelatrice di quello che vorremmo sottolineare. Nel ’ 77, così come nei campus statunitensi degli anni ’ 70, non si adottarono come modelli gli elfi, i guerrieri alla Aragorn o i maghi imbattibili, ma proprio i piccoli hobbit, e questo qualcosa doveva pur significare. Leggiamo dalle pagine dello stesso Tolkien che «il popolo hobbit è discreto e modesto, amante della pace, della calma» e, poi, che «gli hobbit non avevano mai amato la guerra, né combattuto tra di loro». Se è infatti vero che, messi alle strette, sono capaci di esprimere coraggio, altruismo e spirito di avventura, la loro caratteristica è di essere in sé pacifici e ordinari. In una lettera inviato al figlio Christopher nel ’ 44, l’inventore della trilogia, gli spiegava tra l’altro che il miglior hobbit fosse Sam Gangee, il «personaggio compiuto», quello che dimostra in tutta evidenza come «il nocciolo non è nella discordia e nella guerra e nell’eroismo… ma nella libertà, nella vita quotidiana e nei piccoli piaceri». A riprova della novità settantasettina rappresentata a destra dall’infatuazione per l’hobbitudine e, invece, della diffidenza da parte di chi rappresentava il continuismo sta la relazione dell’allora giovane giornalista Marcello Veneziani al secondo convegno della Nuova Destra, del 1980, in cui si ironizzava sulla nuova estetica ispirata all’opera tolkieniana e che lui definiva «strano impasto di fantasticherie un po’ hippie e un po’ tardo- arcadiche, pastorellerie, insomma, roba da pecore dal mansueto agire, dal gregario vivere e dal pigro vegetare». Tuttavia, a nostro avviso, l’intuizione di un ’ 77 “dal cuore hobbit” proseguirà in un modo e nell’altro un suo percorso e, col senno di poi, sarà anche invece determinante negli scenari a venire. «Influenzata dal movimento del ’ 77, che essa acutamente interpreta – è il giudizio dello storico del pensiero politico Pasquale Serra – come un vero e proprio spartiacque della storia della Repubblica, la Nuova Destra lavora a rifondare il paradigma culturale neofascista, al fine di entrare in relazione con i nuovi fermenti della società civile, ormai non più racchiudibili dentro l’universo di Marx e di Freud».

 

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