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« Vi prego, credetemi: mio marito non è un mafioso…»

Mafia capitale: la storia di Carlo Guarany
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«Da questo Carlo Guarany non si riprenderà più, qualunque sia la sua sorte». Per la Procura è uno dei ‘ Re di Roma’, anche se in casa sua i carabinieri del Ros non hanno trovato né scettri, né troni, né corone. Per Cataldo Intrieri, suo difensore assieme a Francesca Aricò, Guarany non è altro che un testimone di alcuni metodi con cui «Buzzi aveva deciso di sviluppare e far crescere la sua cooperativa». Nulla di più, dice Intrieri. Eppure quei metodi, per la Procura di Roma si chiamano ‘ Mafia Capitale’, un pentolone in cui, convivrebbero corruzione e metodi mafiosi, almeno a livello potenziale. Perché di quella violenza tipica di un’associazione mafiosa, dicono le difese, non c’è traccia. Non ci sono prove, non ci sono testimonianze, nessun riscontro.

«Continuo ad avere fiducia nella giustizia nonostante l’assurda accusa nei confronti di un uomo che ha sempre desiderato essere amato e non temuto», dice Norma Borghetto, moglie di Guarany, che ha visto prelevare suo marito da casa due anni e mezzo fa, alle otto del mattino, con l’accusa di essere un mafioso. Per lui i pm hanno chiesto una pena altissima: 19 anni di carcere. Ma l’accusa che il vicepresidente della 29giugno accetta è solo quella di turbativa d’asta, in un’ottica di accordi tra cooperative sociali che nulla avrebbe a che vedere con mafia e corruzione. «Il suo peccato è essere vicepresidente della cooperativa che in tanti anni ha dato lavoro ad ex detenuti e detenuti, in nome di quel reinserimento sociale che a lui, dice Intrieri, viene oggi di fatto negato da una richiesta così pesante, nonostante si tratti di un incensurato. La procura ha chiesto addirittura l’aggravante delle armi, mio marito, tra l’altro, è obiettore di coscienza – spiega Norma Borghetto – non ha mai avuto a che fare con nessun tipo di arma, era anche contrario a comprare armi giocattolo ai figli». Del metodo mafioso, sul curriculum tracciato dalla Procura, non c’è traccia. Lo scorso 7 marzo, durante la sua deposizione, Guarany ha chiesto di conoscere il nome di almeno una delle vittime delle sue presunte minacce ed intimidazioni, dirette o indirette, dichiarandosi disponibile a chiedere pubblicamente perdono in ginocchio. «Naturalmente – dice la moglie – stiamo ancora aspettando di conoscerne il nome. Pensare che Carlo ha conosciuto e condiviso l’amicizia con Antonino Caponnetto e che, per incassare dei crediti legittimi, si è rivolto ad un avvocato dello sportello antiusura. Capite che mafioso! Sin da quando l’ho conosciuto ho condiviso le sue coraggiose e difficili scelte ed è profondamente ingiusto che ora sia stata criminalizzata la straordinaria esperienza della cooperazione sociale». Dopo l’arresto Guarany ha perso oltre trenta chili. Dopo nove giorni d’isolamento nel carcere di Rebibbia, è stato trasferito nel carcere di Lanciano, «Trasferito a mia insaputa racconta sua moglie – con tanto di scorta superattrezzata ed elicottero, neanche fosse il più pericoloso dei narcotrafficanti». A Lanciano è stato inserito nella sezione alta sicurezza, vedendo il paradosso materializzarsi davanti ai suoi occhi: dopo essersi occupato per quasi quarant’anni dei detenuti, è diventato lui stesso un detenuto. In carcere si è ammalato, al punto da finire ai domiciliari, prima in una struttura psichiatrica e poi in un monastero. Lì ora aspetta la sentenza.

La procura parla di ‘ riserva di violenza’, come se gli imputati nascondessero la loro forza in un luogo a cui attingere in caso di bisogno. Un deposito di cattiveria mafiosa del quale avrebbe disposto anche Guarany. Ma questa cassaforte di violenza non avrebbe prodotto alcuna ricchezza nella vita di Guarany e della sua famiglia. «Viviamo in sette in una casa di meno di 100 metri quadrati, in una pur dignitosa borgata, acquistata grazie ad un mutuo ancora ventennale da saldare. Niente muri di cinta, niente filo spinato, niente covi nascosti, niente rubinetti d’oro o cani feroci, niente piscina», racconta Norma Borghetto. Che parla di un uomo da sempre impegnato nel sociale, nel recupero di chi ha sbagliato, lavorando anche, ironia della sorte, per Don Ciotti ed avendo organizzato qualche anno fa una grande manifestazione di Libera contro la mafia. «Questa storia lo ha fatto finire in depressione, ha seriamente pensato al suicidio», ammette ora la donna. Secondo la quale suo marito sarebbe vittima collaterale di un’indagine che vuole colpire principalmente Carminati. Guarany, dopo la richiesta di pena «è rimasto due giorni senza mangiare e dormire, come tramortito», spiega la moglie, che ricorda anche quell’accusa di corruzione contestata nella seconda ordinanza, notificatagli in carcere, dove è svenuto, fratturandosi delle costole. Un’accusa poi ritirata, quando, nel corso del processo, è emerso che non si trattava di corruzione. «La cosa strana è la leggerezza con la quale è stato incriminato e la leggerezza con la quale hanno detto: ci siamo sbagliati», aggiunge. L’accusa di 416bis, secondo la difesa, dipenderebbe dal suo ruolo di vicepresidente nella cooperativa. «Non gli viene neanche contestata direttamente nessuna azione corruttiva e credo non a caso, perché la procura sa benissimo che non è un corruttore! Lui scrive anche chiaramente, in tempi non sospetti, rimettendo il suo mandato, che la corruzione gli fa schifo. Forse non è stato abbastanza vigile e determinato ma si tratta di un atteggiamento con rilevanza penale?». Al primo interrogatorio, a due giorni dall’arresto, Guarany è rimasto in silenzio, spaventato, confuso ed imbottito di psicofarmaci. Poi ha chiesto di parlare con i magistrati, dichiarandosi disponibile a collaborare, ma incredibilmente è stato completamente ignorato e sentito quasi dopo un anno. «Ha cercato di spiegare le sue ragioni – ripete la moglie – ma non gli hanno creduto. Penso che il Tribunale abbia potuto accertare il nostro tenore di vita, le nostre abitudini, il nostro conto corrente bancario, lo stato patrimoniale. Ma se non ci siamo arricchiti, per quale motivo mio marito avrebbe aderito ad un’associazione mafiosa armata, consapevole di rischiare 19 anni di carcere? Quale il movente? Eppure, per quanto riguarda la mafia, sembra che per i pm il processo non ci sia stato, sono rimasti fermi all’ordinanza originale». Quello di Guarany, spiega Intrieri, può essere eventuale reato contro la pubblica amministrazione ma nel quale il metodo mafioso non c’entra nulla. «La prova si esaurisce nell’interpretazione delle intercettazioni che non dimostrano alcun fatto specifico, oltre il fatto che Guarany si sia interessato ad un appalto con Ama, frutto di un accordo tra cooperative sociali, che tra l’altro non ha procurato alcun danno all’azienda comunale», ha spiegato. Guarany, dice, è una figura drammaticamente emblematica. Incensurato, una vita coraggiosamente spesa per la causa della cooperazione sociale, proiettato in una dimensione da incubo: dall’impresa sociale alle carceri di massima sicurezza. «Carminati appare come l’immagine di un uomo inseguito, alla ricerca da parte degli apparati dello stato di un’ipotesi di reato purchessia, perché questa è la storia di Mafia Capitale, questo tipo di uso della legge, per me, come avvocato e come cittadino, ha qualcosa di profondamente disturbante», ha spiegato il legale in aula, secondo cui l’accusa di 416bis sarebbe stata piegata per sanzionare reati per i quali per la procura l’associazione semplice non poteva bastare. «Una giurisprudenza di scopo, tagliata su misura e pure monouso, buona per una sola consumazione – ha aggiunto Loro hanno questa tesi bellissima, suggestiva: abbiamo la mafia. Tutto quello che accade dopo deve solo essere la conferma della mafia». Guarany dunque, «ha le sue responsabilità morali, sociali, politiche, che ha con coraggio riconosciuto e per le quali ha pubblicamente chiesto scusa. Ma questo è qualcosa di diverso dalla responsabilità penale – conclude – non è la colpa etica la condizione per fare un imputato».

 

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