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Crepa in cella, mafioso! Rosy Bindi esautora la Corte

La presidente della commissione antimafia visita Riina a Parma anticipa la sentenza sul superboss
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«A Riina è assicurato il diritto a una vita dignitosa e dunque a morire, quando ciò avverrà, altrettanto dignitosamente». Rosy Bindi anticipa il Tribunale di sorveglianza. Se non fosse che in Italia Parlamento e ordine giudiziario sono ancora formalmente separati, non varrebbe neppure la pena di celebrare l’udienza del prossimo 7 luglio, in cui i magistrati di Bologna dovranno riesaminare il caso. La presidente della commissione Antimafia è stata a Parma lunedì scorso e ha verificato «le condizioni in cui è attualmente detenuto Totò Riina, tuttora il capo di Cosa nostra». Una volata. Anzi, una «vista senza preavviso», come la legge consente a tutti i parlamentari. Ha visto il boss «ma abbiamo preferito non interloquire con lui». Hanno accertato tutto tranne cosa avesse da dire il mafioso.

Nel suo blitz Bindi è stata accompagnata dai due vicepresidenti della commissione, il cinquestelle Luigi Gaetti e Claudio Fava di Sinistra italiana. Ieri le «comunicazioni» alla stampa. Che danno tutta l’impressione di una sentenza letta in anticipo e in sostituzione dei giudici competenti. «Riina è in condizioni decisamente migliori rispetto a quelle che ha potuto apprezzare la Suprema corte, risalenti a maggio 2016».

Un modo per giustificare quello che, per Bindi, è evidentemente il gravissimo errore contenuto nella sentenza con cui la Cassazione ha annullato il no al differimento pena. Inoltre Riina «è ben assistito: sì, ha avuto due neoplasie», cioè tumori ai reni, «ma ha un bello sguardo vigile, perfettamente lucido, tanto che si occupa dei suoi processi, interloquisce regolarmente con il proprio difensore e con i familiari». Il tutto dall’ospedale di Parma, «dov’è ricoverato, in un regime che potremmo definire di 41 bis ospedaliero, dal gennaio 2017».

La Cassazione aveva annullato la sentenza del Tribunale di sorveglianza per difetto di motivazione su due punti: il fatto che, nel rigettare la richiesta di scarcerazione, il giudice avesse tenuto in conto solo «il passato criminale» e non «la situazione presente» del boss; e il fatto che «l’attuale pericolosità» di Riina non fosse stata sufficientemente argomentata. Bindi risolve entrambe le questioni.

Rispetto allo stato di salute e alla conseguente dignità da assicurare all’esecuzione penale, il mafioso gode di «un’attenzione medica e assistenziale persino superiore a quella che gli sarebbe riservata se fosse libero». Cancro a parte «è su una sedia a rotelle in una stanza singola dell’ospedale di Parma, con un bagno attrezzato per i disabili e in perfette condizioni igieniche. È seguito da personale scrupoloso. Ci siamo fatti consegnare l’intera documentazione». Carte che, modestamente, la Procura generale di Bologna ha chiesto solo ieri al Dap. Eppure sarebbe quello l’ufficio giudiziario titolato a sostenere l’accusa davanti al Tribunale.

Anche Gaetti assicura che Riina è seguito meglio di qualunque altro 87enne con cancro, sindrome parkinsoniana e «concreti rischi di eventi cardiovascolari infausti». Il ricovero è eccessivo, dice, «se non fosse un detenuto si troverebbe con l’assistenza domiciliare o una Rsa». Invece è in una struttura ospedaliera, ma solo perché, ricorda la presidente, «la cella del carcere non è abbastanza ampia da contenere un letto rialzabile e non era dotata di un bagno per disabili: l’amministrazione penitenziaria ha avviato dei lavori che saranno conclusi in pochi giorni, in modo da ampliare e adeguare gli spazi». Appena ristrutturata la cella, dunque, «Riina potrà farvi ritorno».

Una cronista chiede: «Ma chi aveva deciso di portarlo in ospedale?». Bindi paradossalmente giustifica: «Le sue condizioni non erano compatibili con le strutture in cui era recluso». Un barlume di dubbio s’insinua: ma allora vuoi vedere che la Cassazione non aveva tutti i torti? La presidente dell’Antimafia cita l’articolo 27 della Costituzione ( finalità rieducativa della pena) e l’articolo 3 della Convenzione per i Diritti umani ( i trattamenti detentivi non siano inumani e degradanti) ma esclude che dal combinato dei due principi si possa ricavare «un diritto a morire fuori del carcere».

C’è però un diritto a morire con dignità: basteranno ad assicurarlo i tre metri quadri in più e il bagno? «Serve un coordinamento che consenta al personale dell’ospedale di Parma di assistere Riina in carcere», ricorda anche Gaetti. E hai detto niente: quindi è tutto in alto mare.

Dopodiché si pone un problema enorme, e qui la missione di Bindi si rivela preziosa: «Ci sono molti mafiosi al 41 bis in cattive condizioni, con decadimento fisico dovuto all’età: bisogna attrezzarsi. O negli ospedali, o con il personale ospedaliero dentro gli istituti di pena». E già: problema sottovalutato. Ma dopo l’analisi, torna la sentenza: Riina, sancisce la presidente Bindi, è in ogni caso «ancora il capo di Cosa nostra, è così per le regole interne alla mafia». Giudicato chiuso, l’udienza è tolta.

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