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«La mia Teledurruti, dieci anni senza etichette»

Intervista a Fulvio Abbate, scrittore, giornalista, artista che usa le immagini come la stilo della nouvelle vague
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«Sono un intellettuale, non sono un cazzaro. Anche se faccio un video sulla parola “Suca”, lo faccio all’interno di una strategia intellettuale». Che in quel caso era la proposta della Lega Nord di introdurre a scuola i dialetti. Un pezzo di quella galassia di «idee, documenti, invettive, considerazioni e paradossi» che è Teledurruti, che compie 10 anni di Youtube e quasi 20 di vita. Un luogo di assoluta libertà, creazione e lucida follia dove dà il meglio Fulvio Abbate, scrittore e propellente culturale e creativo da quasi tre decadi, da quando schiaffeggiò il mondo della letteratura con Zero maggio a Palermo, recentemente rieditato da La nave di Teseo. E’ uno, nessuno ( nel senso di Ulisse e della sua curiosità) e centomila, Abbate, e così lo è Teledurruti, la sua voce e la sua proiezione visiva. La sua Itaca, ma pure il suo cavallo di Troia.

Allora, buon compleanno Teledurruti. Si ricorda il giorno in cui nacque?

Teledurruti nasce nel 1998 in una tv del Centro Italia, TeleAmbiente: nasce come una tv personale, tratta da un romanzo che poi avrei pubblicato in seguito, con Baldini & Castoldi, Teledurruti ap- punto. La storia di chi inventa una tv per rendere felice almeno un uomo, se stesso.

Un salto nel futuro. Le web tv arriveranno anni dopo.

Non credo di aver inventato nulla, quell’accrocco mediatico spettacolare che era ed è Teledurruti si richiama alla “caméra- stylo”, il principio fondativo della Nouvelle Vague, partorito da Alexandre Astuc, che teorizzava l’uso della camera stilo come una penna stilografica ( e con gentilezza scandisce lettera per lettera, ndr)

Lo so, scriviamo per lo stesso giornale. Sono un critico cinematografico.

Ti leggo, ti conosco. Ma ricorda: solo gli stronzi danno tutto per scontato ( perché con Abbate non fai interviste, ma flussi di coscienza uniti a lezioni, associazioni di idee, ricordi. Un’esperienza, una Teledurruti solo per te, ndr).

Chiedo scusa, ricominciamo.

Insomma, questo accrocco dura fino al 2003 sulla sua piattaforma naturale, quella analogica. Nel 2007, l’ 8 novembre decido di ricostruirlo su YouTube. Avendo col tempo deideologizzato tutto e tutti, ora dico che Durruti non è più un anarchico spagnolo, quel Buenaventura Durruti autore de Non temiamo le rovine, erediteremo il mondo – tra le grandi passioni di Abbate c’è anche la guerra civile spagnola -, parole che abbiamo trovato anche sui muri del Maggio francese, ma che è un sarto. Perché la retorica ottimista in questo mondo, in questa realtà non ha più senso.

Un salto anche nel passato: portare in tv la splendida epopea delle radio libere.

Per le radio libere servivano due trasformatori, per youtube basta un pc. C’è anche un’assonanza tecnica tra le due esperienze, l’immediatezza della “messa in onda”. E la loro fragilità: le prime erano facilmente attaccabili e sono state chiuse, Teledurruti fu attaccata dagli hacker che cancellarono 7 anni e 5000 video nel 2014. Ne ho rimessi in rete alcuni dei più significativi, perché Teledurruti è anche un giacimento di immagini in movimento. Penso a una conversazione con Inge Feltrinelli al Premio Strega o un incontro con George Wolinski, morto nella strage di Charlie Hebdo, un caro amico che ha disegnato anche lo stemma e la prima tessera di Situazionismo e Libertà, il mio movimento. Quel video me lo chiese la Rai per mandarlo in onda dopo la strage.

Cosa troviamo in Teledurruti?

Invettive, considerazioni, paradossi, c’è tutto. Anche un duro j’accuse contro la sciarpa con nodo a cappio, che io trovo da stronzi. Francesco Cossiga adorava quel video. E poi le immagini della cremazione di mia madre, come atto di assoluta dichiarazione di laicità. Ci sono tanti cicli che sono molto piaciuti, come il corso di cultura sentimentale. E anche qui c’è un cortocircuito con la mia produzione letteraria: uscirà dopo l’estate Love: discorso generale sull’amore, edito da La nave di Teseo. Ormai il mio unico portato politico è il narcisismo. Non la mitizzazione di me stesso, attenzione, il narcisismo è molto più nobile. E trovate anche quello su TeleDurruti.

E cos’è Teledurruti?

Io sono uno scrittore ma ho anche una vocazione nel rendere Teledurruti un laboratorio poetico. Mette insieme una serie di miei talenti, tra cui l’attitudine attoriale. Penso a una miniserie che avevo ideato – era tra i video cancellati dagli hacker, ma li ho rimessi -, si chiamava il trotzkista superdotato. Il protagonista, io, in divisa dell’Armata Rossa, veniva dirottato nel mondo del cinema porno. E si chiedeva sempre “con o senza”? Il cappello, ovviamente.

Teledurruti è l’unico posto che la valorizza in toto. Colpa della mediocrità della tv?

Sto un giorno sì e un giorno no in tv e sinceramente sono in grado di parlare delle elezioni presidenziali francesi quanto di giocare di paradosso, ma mai facendo battute, che trovo una scorciatoia troppo facile. Mi adorano pure a Forum: quindi passo dai 20enni su youtube ai vecchi di Canale 5. Credo sia un limite della tv stessa se non sono una vedette. Io sono un artista, punto. Posso ballare il tip tap e parlare di cultura altissima, sono una persona libera. In tutti i sensi. Teledurruti crede anche nella complessità e nel pubblico che la comprende. Cosa che non posso dire di chi legge i giornali: alcune cose che mi sono state rifiutate da quotidiani, come il mio attacco a Ingrid Betancourt che consideravo solo un pessimo prodotto del barrio alto franco- colombiano, le ho dette solo lì. La storia mi ha dato ragione. E l’ha data, appunto, a Teledurruti: nel 1998 c’erano molti altri programmi e realtà televisive che ora nessuno ricorda.

Cos’è fondamentale per lei nella sua tv?

Il gioco, la dimensione del gioco è fondamentale. Andatevi a cercare Il gioco di Piazzale Loreto che ho fatto con una scatola bianca datami da un calzolaio. E poi, viste le polemiche per l’inopportunità che molti aizzarono, ne ideai uno analogo, che chiamai ovviamente giocu, per Ceausescu.

Uno dei suoi video si chiama “la certezza di stare sul cazzo al mondo”. Perché? Troppo libero, troppo politicamente scorretto?

Non lo so, e non voglio la retorica della libertà. Forse semplicemente perché sono una testa di cazzo, ma in proprio e non per conto terzi. Io non ho etichette, tanto che sull’ultima tessera del mio movimento c’è scritto “situazionista chi legge”. E non sono neanche anarchico, sono schematici e manichei. Sono stato anche comunista e maoista, conosco bene certe gabbie dialettiche. Il punto è che io rispondo solo a me stesso.

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