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Teddy Reno si racconta «Io, Totò e la malafemmena»

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«Sono l’unico vivente di quel film, diventato un cult. Totò, Peppino e la malafemmena ha incassato di più di tutti gli altri 96 girati dal Principe». Teddy Reno, Ferruccio Merk Ricordi, gioca sulla cosa e, nonostante i suoi quasi 91 anni ( 11 luglio 1926), con entusiasmo e spirito giovanile ricorda con piacere quel 1956 quando gli arrivò la telefonata della casa di produzione Titanus. «Ero a New York alla fine del 1956 per una serie di spettacoli, in un locale che si chiamava Blue Angels. Mi chiamarono da Roma dicendomi che il principe Antonio De Curtis mi voleva al suo fianco nel film con Peppino De Filippo per interpretare un giovane che avrebbe dovuto cantare delle canzoni napoletane».

Ma come? Un triestino scelto per cantare in napoletano?

È esattamente quello che dissi a caldo: “con tanti cantanti napoletani di successo, come Giacomo Rondinella, Sergio Bruni, Aurelio Fierro e tanti altri scegliete me? ” Loro obiettarono decisi: “Totò vuole proprio te”. Lui mi conosceva e mi stimava come cantante. Mi lusingò molto il fatto che il Principe avesse pensato proprio a me. Annullai in fretta e furia due concerti, uno Pittsburg e l’altro a New York, e tornai a Roma.

Come se la cavò con il napoletano?

Incontrai Totò e mi disse di non preoccuparmi, mi avrebbe dato lezioni di lingua napoletana. “Non è un dialetto, ma una lingua”, mi disse. Decidemmo così che sarei andato a casa sua a Roma, dove viveva con Franca Faldini, per studiare la lingua.

Un maestro d’eccezione.

Direi proprio di sì, ma io ero un allievo molto attento. Le posso raccontare un aneddoto molto illuminante, in proposito. La prima cosa che mi scrisse su un foglietto fu “aggio perduto ‘ o suonno” e io da buon triestino la cantai alla lettera, con tutte le consonanti e le vocali. Totò mi fermò e mi disse: “Noi napoletani siamo pigri, sfumiamo… quindi non diciamo suonno, ma suonn”. Capì al volo la lezione. Dopo una quindicina di giorni di studio il Principe mi disse che ero pronto per il film. Cominciammo a girare gli interni alla Dear di Roma e gli esterni tra Napoli e Salerno. Tranne, ovviamente, le famose scene alla stazione di Milano e in piazza Duomo.

Lei nella sua carriera ha fatto tante cose, ma è conosciutissimo soprattutto per Totò, Peppino e la malafemmena.

Tenga presente che da allora, quando vado in giro per il mondo, sono considerato un cantante napoletano e questo è tutto merito di Totò. In quel film cantai Statte vicino a ‘ mme, Aggio perduto o suonno, Chella llà, Accarezzame, Na’ voce, na’ chitarra e ‘ o poco ‘ e luna ( e l’intervista si trasforma in un piccolo concerto con Teddy Reno che canta…). E poi c’era Malafemmena alla quale Totò teneva moltissimo. La sera prima della scena nella quale avrei dovuto cantarla mi insegnò, strofa per strofa, sia la dizione sia la mimica e alla fine fu molto soddisfatto di come l’avevo interpretata.

Girare un film con Totò e con Peppino De Filippo sarà stato divertente.

Molto divertente. A cominciare dalle battute spontanee che i due facevano sul set, perché non c’era un copione rigido, ma un canovaccio con libertà di improvvisare e, quasi sempre, le battute migliori nascevano così. Ricordo su tutte la scena nella quale Peppino, che teneva i soldi nascosti in una scatola e veniva derubato regolarmente da suo fratello Totò, conta le banconote e si accorge che mancano e chiede: “Ma come io avevo un milione e mi ritrovo 700mila lire” e Totò prontissimo risponde “La moneta si svaluta. È l’inflazione”, una battuta che non c’era in copione, ma che è diventata un cult. Il clima era molto bello e ci si divertiva con tutto. Pensi che ogni giorno veniva sul set un rappresentante della Titanus, il dottor Rompini, che si raccomandava di evitare che la scena del bacio tra me e Dorian Gray fosse troppo passionale, perché il film sarebbe dovuto passare al vaglio del ministero per avere dei contributi. Totò allora organizzò uno scherzo, d’accordo con il regista Camillo Mastrocinque e con gli attori, al dottor Rompini, sul cui cognome ironizzava alla grande. Girammo così una finta scena nella quale io e Dorian ci scambiavamo un bacio molto voluttuoso. Il funzionario Titanus irruppe sul set gridando “Fermi, fermi, così perdiamo i soldi del ministero” e allora Totò gli rispose “statte bbuono Rompini… ti abbiamo fatto uno scherzo”. In quei giorni mi successe un’altra cosa che non dimenticherò mai.

Ci dica…

Nello stesso periodo Vittorio De Sica stava girando

L’oro di Napoli e mentre la nostra troupe alloggiava all’hotel Royal, loro erano all’hotel Vesuvio. La sera ci ritrovavamo tutti al ristorante “La bersagliera”. Tra le attrici dell’Oro di Napoli c’era una ragazza bellissima, non molto conosciuta all’epoca, alla quale tutti facevano la corte, a cominciare da me. Io ci provavo sempre, fino a quando una volta riuscii a strapparle un invito a cena per la sera, ma proprio quel giorno siccome giravamo tra Napoli e Salerno per una serie di problemi sul set non riuscii a rientrare per l’appuntamento alle 20 e 30. Quando arri- vai alle 22 e 30 alla “Bersagliera” lei non c’era più e il proprietario del locale che mi conosceva bene mi disse: “Ma tu tratti così le donne? Quella ragazza è stata due ore ad aspettarti, poi è andata via molto arrabbiata”. Allora mi sono precipitato all’Hotel Vesuvio, dove alloggiava, per scusarmi e spiegarle che cosa era accaduto. Lei era già in camera, l’ho fatta chiamare al telefono per chiederle di vederci, mi ha risposto che doveva dormire perché il giorno dopo avrebbe dovuto girare una scena con De Sica. Ho insistito per vederla almeno per un minuto e alla fine lei mi ha fatto salire in camera. Mi ha accolto con un bacino amichevole sulla guancia. Ho pensato: “È fatta”. Ci siamo messi a parlare sul letto per un po’ di tempo dei film che stavamo girando e quando io ho tentato qualche avance per concludere la serata in bellezza, lei mi ha detto in napoletano “che te si mise dint’a capa”. Con quella frase gelò i miei bollori: mi rimane il ricordo di due ore trascorse a letto con Sophia Loren a parlare…

Con Totò lei ha girato altri film?

Altri due: Totò, Peppino e i fuorilegge, Totò, Vittorio e la dottoressa, dove c’era anche Vittorio De Sica. Con De Filippo Peppino, le modelle e chella là. Ho continuato a frequentare Totò fino a quando si è ammalato seriamente. Lo chiamavo spesso e parlavo con Franca Faldini, perché lui non voleva sentire più nessuno. Mi è dispiaciuto moltissimo non andare al suo funerale perché ero all’estero per dei concerti. Con lui c’è stato un rapporto bellissimo, più di un’amicizia.

Che giudizio ha dell’attore Totò?

È il più grande attore comico di tutti i tempi. Questo spiega anche l’affetto che il pubblico ha nei suoi confronti e che rimane inalterato anche nelle giovani generazioni. All’epoca c’erano degli attori comici bravissimi, come Macario, Dapporto, ma nessuno si è avvicinato lontanamente alla bravura di Totò, soprattutto nei film.

Teddy Reno lei è stato anche un produttore discografico, un talent scout di successo. Giusto?

Diciamo che ne ho fatte tante nella mia vita. Dopo la guerra la mia città, Trieste, non è ritornata subito all’Italia, ma per nove anni, dal 1945 a 1954, sotto il governo militare anglo- americano. Durante la guerra c’era il divieto, firmato dal feldmaresciallo tedesco Kesselring, che diceva testualmente “chiunque sia trovato in flagrante ascoltazione della radio nemica, cioè angloamericana, sarà fucilato sul posto” ( In quel periodo la sua famiglia, il padre Giorgio Merk di famiglia austroungarica ingegnere e la madre Paola Sanguinetti Sacerdote, romana, di ascendenza ebraica, ebbe problemi con il regime. Negli anni trenta il padre dovette cambiare il cognome nobiliare austro- ungarico in Ricordi. Dopo l’ 8 settembre i Merk riuscirono a sfuggire alla cattura da parte dei tedeschi finché nel giugno 1944 trovarono un rifugio sicuro a Milano Marittima sotto falsa identità. In dicembre si trasferirono nel ferrarese, ma qui furono catturati e rinchiusi nel carcere di Codigoro; fortunosamente riuscirono a riacquistare la libertà. ndr). All’epoca abitavo in una tenuta di famiglia tra Ravenna e Ferrara e riuscivo ad ascoltare la radio senza particolari problemi. Mi interessavo alle notizie della guerra, ma soprattutto ero innamorato di una voce incredibile che cantava in modo eccezionale, facendo capire perfettamente addirittura ogni sillaba. È stato il mio specialissimo professore d’inglese: era Frank Sinatra. Un’artista che ho sempre ammirato e che poi ho avuto il piacere di incontrare molte volte.

Quindi finita la guerra e conoscendo l’inglese che cosa ha fatto? Lavoravo come cantante nei locali frequentati dagli anglo- americani e un mio amico faceva una sorta di piano bar. Parlo del grande Lelio Luttazzi, triestino anche lui. Un giorno dissi a Luttazzi in dialetto: “Lelio, te vol venir a Milan in cerca de fortuna? ”. E lui mi ha risposto: “Andemo”. Era il primo gennaio 1948, avevo affittato degli uffici in Galleria che era il tempio della musica italiana, da Verdi a Puccini a Mascagni. Dopo otto mesi la Cgd ( Compagnia Generale del Disco) con quattro canzoni scritte da Luttazzi e cantate da me, “Addormentarmi così”, “Trieste mia”, “Muletta mia” e “Vecchia America” ( e qui parte il Teddy Reno cantante che canta questo swing) ha venduto talmente tanto da battere giganti come “La Voce del padrone” e la “Cetra”.

E da lì è partita anche la sua carriera da talent scout? Infatti oltre a Lelio Luttazzi e me, abbiamo lanciato, Jula De Palma, Betty Curtis, l’orchestrina di Bruno Quirinetta che anticipò lo stile di Renato Carosone. Con noi c’erano Giorgio Consolini e Johnny Dorelli.

La sua vita ebbe un’altra svolta ad Ariccia.

Era il 1962, abitavo ad Ariccia nei Castelli romani famosa per la porchetta e la sua sagra, ero assessore alla Cultura e mi inventai il “Festival degli sconosciuti”. È stato il primo talent show e in giuria avevo fatto venire Totò, Alberto Sordi, Peppino De Filippo, Gina Lollobrigida, Anita Ekberg. La prima edizione la vinse Rita Pavone, aveva 17 anni ed era vestita come una studentessa, che mi colpì per la sua voce e la sua grinta. La stessa impressione la ebbero i giurati che la incoronarono vincitrice della prima edizione del “Festival degli sconosciuti di Ariccia”. Era il 2 settembre 1962 e da lì è partita la carriera eccezionale di Rita e il nostro amore.

Il talent è continuato?

Certamente e con successo. Nel 1963 vinse Dino, nel ’ 66 Mal. Da quel palco sono passati Shel Shapiro e i Rokes, Marcella Bella, Ivan Cattaneo, Enrico Montesano e un signore che si chiama Claudio Baglioni. Direi che come talent quello di Ariccia può essere considerato il numero uno.

 

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