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Bentivogli (Cisl): «Grillo vuole distruggere il sindacato»

Intervista a Marco Bentivogli: «Se il M5S promuovesse il rinnovamento del sindacato ne sarei felice. Ma propongono solo la cancellazione del sindacato»
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«Se il Movimento 5 Stelle promuovesse il rinnovamento del sindacato dall’interno ne sarei felice. In realtà propongono solo la cancellazione del sindacato». Per Marco Bentivogli, capo dei metalmeccanici della Cisl, l’idea pentastellata della “disintermediazione” dei rapporti di lavoro è pericolosa. «La democrazia rappresentativa è una cosa seria. L’idea del cittadino totale che vota su tutto e diventa un esperto di vaccini, di fecondazione assistita e di trivellazioni è assurda».

Che peso hanno i 5 Stelle all’interno del sindacato?

In alcuni casi i lavoratori che si dichiarano 5 Stelle sono iscritti ai sindacati tradizionali, in altri figurano tra le Rsu. Anche noi, come Cisl, abbiamo delegati che si sentono vicini al Movimento. Il problema è che il 5 Stelle delegittima la militanza sindacale dei propri iscritti. Per loro esiste solo una militanza: quella digitale e nel partito, come fosse una setta. Quando Grillo parla di disintermediazione del lavoro non fa altro che dire ai suoi di uscire dalle organizzazioni sindacali perché vanno chiuse.

Come si spiega allora la presenza consistente di esponenti 5 stelle anche nelle Rsu?

Si spiega con l’abbandono dei lavoratori da parte dei partiti. Tuttavia, sul lavoro Grillo fa peggio del cerchiobottismo dei partiti della prima Repubblica: sostiene una cosa e allo stesso tempo il suo contrario. Se uno segue il ragionamento di Arturo Artom bisogna avere totale fiducia nella tecnologia che porterà più occupazione, ma se uno sente Di Maio scopre una visione iperstatalista sulle liberalizzazioni. O ancora, se uno ascolta le posizioni esposte a Ivrea crede di avere a che fare con dei cultori di gig economy e sharing economy, ma se uno guarda all’atteggiamento di Raggi con Uber scopre un Movimento vicino alla parte più estrema dei tassisti corporativi. C’è un’idea del lavoro molto confusa e superficiale. Ma far apparire le organizzazioni sindacali come sporche e inutili è inaccettabile. Raccontano balle colossali. E mi dispiace che si sia prestato anche il mio amico Giorgio Cremaschi.

A proposito, che effetto le ha fatto leggere il nome di Cremaschi sul Blog?

Mi aspettavo tutto da lui, tranne questo passaggio e gliel’ho detto. Il Movimento 5 Stelle sull’immigrazione ha la stessa posizione di Salvini. Un messaggio razzista, xenofobo e fascista è la cosa più antitetica all’idea di giustizia sociale su cui si basa il sindacato. Cremaschi è uno dei pochi della sinistra radical che non si è mai arricchito, per questo lo rispetto profondamente. Ma sinceramente alcune sue posizioni mi sembrano assurde.

Quello tra una certa sinistra radicale e 5 Stelle è un incrocio casuale di storie o un approdo inevitabile?

C’è un vizio storico in quel pezzo di sinistra, l’idea che tutto ciò che si muove è di sinistra. Ma anche i “Boia chi molla” si mobilitarono, peccato fossero fascisti. E i forconi? E i camionisti? È una malattia infantile di quella sinistra, tanto per fare una citazione.

Il Movimento è accreditato come prima forza politica del Paese. Non crede che prima o poi diventeranno maggioritari anche nel sindacato?

Un partito così grande non può annaspare quando parla di lavoro e sindacato e organizzarsi significa anche dare conto del proprio operato. E i lavoratori sono in grado riconoscere bene quelli che sanno dire solo di no. Il Movimento 5 Stelle, con la democrazia di mandato, sparisce. E poi credono che i lavoratori debbano partecipare alla gestione strategica delle imprese, ma a livello individuale. Nella maggior parte dei posti di lavoro la contrattazione individuale è un ossimoro, le persone si organizzano. Anzi, bisogna trasmettere alle nuove generazioni il germe dell’organizzazione: da solo perdi sempre.

Purtroppo perdono anche se si organizzano, come nel caso di Alitalia. Ci spiega cosa è successo?

Come ricorda Cassese, a proposito dei referndum abrogativi, l’eccesso di democrazia diretta porta al contrario della democrazia. Chi ha votato no al refendum Alitalia pensa che alla fine lo Stato interverrà per salvare l’azienda. Ma non sarà così. L’intesa proposta dal sindacato è uguale a quello fatta per tutto il settore industriale: abbiamo chiuso accordi che hanno ridotto temporaneamente i salari. Sono trattative difensive in cui si ridiscute il contratto aziendale in cambio di investimenti.

Però il dato d’affluenza al voto è altissimo. I lavoratori hanno detto no all’accordo a larghissima maggioranza. Nessuno si fida più dei sindacati?

Non si tratta di un rapporto di fiducia, secondo me. Il problema è che ogni lavoratore ha un vissuto, e probabilmente ha contato molto il ricordo di una storia fatta di rinvii e di proroghe. Una storia che non c’è più. Dopo che l’industria ha perso 600 mila posti di lavoro senza interventi pubblici, pensare che nel trasporto aereo ci sia una deroga a questo principio e alle regole europee è il retaggio di un passato che ha portato Alitalia ad andare sempre peggio.

Forse i lavoratori hanno ritenuto si trattasse di un accordo inaccettabile?

Sì, è quello che è successo, il no ha vinto confidando nell’assenza di conseguenze. In questa dinamica si mischiano le due componenti “gastriche”: i grillini e quel pezzo di sinistra che non ha smaltito i fondi di bottiglia dell’estremismo ideologico. La miscela è esplosiva perché porta all’irresponsabilità. Anche perché quelli che invitano a votare no in vista di una fantomatica nazionalizzazione il giorno dopo spariscono. Bisogna ricordare che negli accordi aziendali è sufficiente la firma dei rappresentanti. Poi, eventualmente, si può ricorrere a una consultazione, ma non è necessario.

E allora chi ha voluto il referendum su Alitalia?

Visto che l’accordo era impegnativo i sindacati dei trasporti hanno deciso di lanciare una sfida basata sul consenso, come già accaduto alla Fiat. Ma i lavoratori Fiat sapevano che rinunciando all’accordo le fabbriche sarebbero rimaste chiuse, in questo caso, invece, c’era l’illusione di un terzo tempo finanziato da denaro pubblico.

 

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