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Come sconfiggere il terrorista della porta accanto?

Non si può far finta di niente perché finora il delirio jihadista assassino ha risparmiato l’Italia. Nessun paese è immune dal pericolo. La lezione degli anni di piombo.
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Sono quelle persone – parigini e turisti mischiati tra loro – che sfilano terrorizzate a mani alzate per gli Champs Elysées, mentre le squadre speciali di poliziotti corrono dappertutto, l’immagine più stordente. Perché è un’istantanea che fotografa e rimanda al dato più inquietante, che ghiaccia l’anima e il pensiero: il terrorista della porta accanto, l’uomo che cammina vicino a te, vive nel tuo pianerottolo, è seduto accanto al bar o in pizzeria e all’improvviso tira fuori la pistola e spara a chiunque si muova. O, peggio, si fa saltare in aria seminando morte e distruzione. Inutile chiudere gli occhi e far finta di niente, rallegrarsi perché finora il delirio jihadista assassino ha risparmiato l’Italia, mettere la testa sotto la sabbia e spegnere la tv per non vedere le immagini di sangue. Inutile perchè i morti di Francia, Belgio e Germania, i tir impazziti che triturano asfalto e corpi umani ci consegnano una realtà chi ci riguarda, con la quale dobbiamo comprendere che saremo costretti a vivere per molto tempo ancora.

Qui da noi i più anziani, quelli nati a metà degli anni 50 e an- che prima, sanno cosa significa. L’Italia è stata percorsa – per un periodo che ad un certo punto sembrava senza fine – dalla follia del terrorismo di marca ideologica; dell’uso dell’eliminazione fisica “dell’altro” come arma di lotta politica. Sono stati gli Anni di Piombo del decennio tra il 70 e l’ 80, quelli del furore dottrinario che si tramuta in agguato, scontro di piazza, sparatoria. Cifre che ingialliscono nelle statistiche ufficiali ma che basta rileggere per pochi istanti per comprenderne la portata distruttiva: 659 attentati solo nel 1979; 125 morti, di cui 85 nella strage della stazione di Bologna, nel 1980. Prima, l’eccidio di via Fani; dopo, l’omicidio di Roberto Ruffilli. Nel mezzo, dal 1969 al 1975, 4584 attentati di cui, secondo il Gip di Savona Fiorenza Giorgi, l’ 83 per cento «di chiara impronta della destra eversiva». Che significa tutto questo? E’ sensato il parallelismo tra il terrorismo politico- ideologico di ieri e quello islamista di oggi? Domande complicate. E la più complicata di tutte è quella dalla cui risposta ( in quel caso positiva) è poi scaturita la capacità di sconfiggere quel mostro distruttivo: in questa guerra, perché di guerra si tratta, stiamo dal lato giusto della barricata? Allora, appunto, la stragrande maggioranza degli italiani, indipendentemente dalle convinzioni e appartenenze, si schierò contro i terroristi e i valori aberranti che volevano seminare. Oggi, da che parte e sotto quale bandiera bisogna arruolarsi?

E’ impossibile negare che chi semina tanto orrore e dimostra così enorme sprezzo della vita delle sue vittime ci odia, odia l’Occidente, i suoi simboli, il suo stile di vita. Un pezzo del pianeta ha dichiarato guerra all’Europa, all’America e a tutto ciò che a loro è assimilabile. Il fondamentalismo religioso è il carburante che incessantemente alimenta la macchina dell’antagonismo tra due mondi apparentemente inconciliabili e irriducibili l’uno all’altro.

Bisogna difendersi: qualunque altra opzione è evanescente. Il punto è: come? Basta la fermezza, il rifiuto seppur contraddistinto dalla voglia di dialogo oppure è necessario ricorrere alla risposta militare? E come: con i missili contro Idlib o i bombardamenti su Raqqua, la roccaforte dell’Isis? Chissà se guardandolo negli occhi nel corso della visita ufficiale alla Casa Bianca, Paolo Gentiloni ha scorto la risposta in quelli di Donald Trump. Magari servirà scrutare anche le iridi di Vladimir Putin o di chissà chi altro.

Forse però non ce n’è bisogno. Forse la risposta sta nei testi di John Locke di quattro secoli fa, laddove spiegava che contro gli intolleranti la tolleranza non vale. Forse noi italiani quella risposta la conosciamo più di tanti altri Paesi proprio in virtù di ciò che il passato ci ha fatto subire. E capire. Forse bisogna serrare i ranghi, riandare alle ragioni e ai valori che contraddistinguono le nostre comunità; stringere i cordoni della sicurezza fuori dall’ipocrisia e dai buonismi, senza tuttavia cedere alle facili tentazioni delle demonizzazioni e del fanatismo.

Il terrorista della porta accanto è, purtroppo, una tragica realtà che non ammette giochi di parole. Dunque niente retorica, niente bandierine fuori dai balconi ma anche niente oltranzismi. L’Europa e l’Occidente non sono esenti da colpe, tutt’altro. Ma trucidare vittime inermi non ha mai risolto alcunché. Piuttosto contribuito ad alimentare rancore e voglia di ritorsioni. Una risposta, quella sì, comunque sbagliata e perdente.

 

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