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Una “manina” toglie i poteri a Cantone ma il governo non sapeva

Clamoroso colpo di mani della burocrazia scoperto dal senatore Esposito che ridimensiona i poteri e le competenze del capo dell'Anac
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Se c’è un momento in cui la vigilanza istituzionale precipita sotto il livello di guardia è durante le partite di cartello. Barcellona- Juventus di Champions league è uno di quei casi. Eppure è proprio durante l’intervallo del quarto di finale, finito 0- 0 con qualificazione dei bianconeri, che un deputato del Pd attento ai dettagli si accorge della super magagna: Stefano Esposito rilegge il Codice degli appalti “aggiornato” dal Consiglio dei ministri appena 6 giorni prima e verifica che all’Anac di Raffaele Cantone hanno portato via la prerogativa più importante: il controllo preventivo sulle gare.

Giro di telefonate ad altissimo livello istituzionale e conferma inesorabile. «Abbiamo depotenziato l’Authority». Viene reso partecipe anche il diretto interessato. Che trasecola. Cantone non sa con chi prendersela. Secondo l’Huffington Post, primo a dare la notizia, il presidente dell’Anticorruzione è «esterrefatto». Il bello è che, sulle prime, nessuno è in grado di indicargli un responsabile.

D’altronde neppure il presidente della Repubblica aveva notato l’abrogazione dell’articolo 211 secondo comma, all’atto di firmare il provvedimento. È quella la norma che consente ( consentiva) all’Anac di intimare alle «stazioni appaltanti» interventi in autotutela nelle procedure di dubbia legittimità. E il fatto davvero misterioso è che il padre del “nuovo” Codice, il ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio, non ne sa assolutamente nulla. Non l’ha scritto lui, quel passaggio killer. Non solo.

Nel giro di verifiche telefoniche di cui sopra si scopre che allo stesso premier Paolo Gentiloni era completamente sfuggita la modifica. Ci si trova in ogni caso con una legge che sottrae a Cantone un potere importantissimo attribuitogli appena un anno fa, dalla “prima versione” del testo. Com’è possibile? Secondo una possibile ricostruzione il Codice sarebbe stato manipolato senza che ne venissero informati i referenti politici dell’operazione.

L’ipotesi che circola a Palazzo Chigi è che sia intervenuto in maniera impropria il Dipartimento per gli Affari giuridici e legislativi ( Dagl). In pratica i tecnici che materialmente scrivono i disegni di legge e coordinano i testi quando necessario. Possibile che i burocrati si siamo impadroniti della macchina dello Stato fino a gabbare tutte le massime cariche? E al momento nessuno riesce a fornire una spiegazione migliore. Il che è tutto dire. L’unica cosa certa è che sul sito della Presidenza del Consiglio, alla sezione riferita al Dagl, campeggia ancora la notizia sulla «consultazione» avviata in vista del «provvedimento correttivo».

Vi erano coinvolti tutti i «soggetti destinatari», cioè quelli con cui il governo doveva concordare il decreto legislativo di “affinamento” del Codice, a un anno dalla prima emanazione. Si dovrebbe partire da qui per risalire ai possibili mandanti e al movente. Ma l’indagine è complicata. Di certo si può dire che i poteri di Cantone avevano fatto storcere il naso a molti. Ai “Rup”, i Responsabili unici del procedimento, per dire, ovvero alle figure che tutte le amministrazioni sono obbligate a indicare quali referenti per ogni opera pubblica. Naturalmente neppure le imprese erano felici di trovarsi con un controllore che metteva il naso nei bandi e nelle procedure persino in quei casi in cui la magistratura non se ne occupava.

Così come è vero che Raffaele Cantone, ai suoi colleghi, ovvero la gran parte dei magistrati, non è mai stato troppo simpatico. Almeno da quando un altro esecutivo sostenuto da questa stessa maggioranza, e un altro premier, gli avevano assegnato la guida del nuovo organismo. Lo stesso ex presidente dell’Anm Piercamillo Davigo ha più volte affermato che «l’utilità dell’Anac rispetto al contrasto della corruzione è nulla» e che l’unica arma possibile resta l’iniziativa delle Procure.

L’Huffington post riferisce tra l’altro l’immediata insurrezione non solo dei due dem relatori della legge delega che ha “generato” il Codice degli appalti, lo stesso Esposito e Raffaella Mariani, ma anche di un altro deputato della commissione Lavori pubblici, il cinquestelle Andrea Cioffi: dice che «o i ministri non leggono i provvedimenti o sono complici».

Tutto come previsto. Spiazza l’altra sua frase: «L’effetto di questa abrogazione è chiaro: va tutto nelle mani della magistratura ordinaria che con la sua lentezza alimenta quell’inefficienza del sistema da cui dipende la corruzione». Alla faccia. L’incredibile storia produce una scoperta altrettanto clamorosa: i grillini disprezzano i magistrati.

Intanto il Codice degli appalti misteriosamente modificato è legge. Servirà nella migliore delle ipotesi un decreto per rimettere le cose a posto. E difficilmente Mattarella obietterà che non ne sussistano i requisiti di urgenza.

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