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Il qualunquista, l’empio, l’ateo, cioè “Bonco”: il genio

Elogio di Gianni Boncompagni, un conformista vero in un mondo di retori e di ruffiani timorosi. Il suo cinismo era liberatorio e salutare.
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Gianni Boncompagni, morto a Roma domenica scorsa, è stato l’uomo di ‘ Bandiera gialla’ ( 1965), ‘ Chiamate Roma 31- 31’ ( 1969), e ancora di ‘ Alto gradimento’ ( in comodato d’uso con Renzo Arbore, 1970), grani preziosi e storicizzati ormai del rosario radiofonico nazionale finalmente spezzato, liberato dalla monotonia e dalla cappa perbenista e clericale. Verrà poi anche per lui la televisione con ‘ Discoring’ ( 1977), ‘ Non è la Rai’ ( 1991), e, infine, nel 1996, ‘ Macao’, un programma che, se letto in filigrana, grazie ai suoi ‘ girelli’ ( ricordate la ‘ Ballerina di Siviglia’ o la ‘ Ragazza con la quarta di misura’, inquadrata sempre in primo piano del viso, mai a figura intera?) valeva mille editoriali di Paolo Flores d’Arcais o di Enzo Siciliano. Boncompagni, prim’ancora d’essere molte cose insieme, conduttore, autore, regista, paroliere con il rimario sotto braccio, nonché il firmatario presso la Siae di ‘ Ragazzo triste’ di Patty Pravo, ‘ Il mondo’ di Jimmy Fontana e del ‘ Tuca Tuca’ di Raffa sua, era un laico irriducibile, attivo e operante, non senza una dote di cinismo quasi attoriale. Di più: manifestava sincero orrore per la Chiesa cattolica e i suoi preti, era, insomma, felicemente ateo ed espressamente anticlericale. Da vero uomo di mondo. Da toscano di Arezzo, terra di santi con barba e saio e di anarchici in tuta di acetato, meglio, ‘ refrattari’ come i mattoni e lo stesso marmo.

Personalmente, ne serbo un ricordo affettuoso, particolare, di stima. Nel senso che di presenza l’uomo era una vera rivelazione.

Ritenevo, appunto, il suo cinismo salutare, in un mondo di retori e di ruffiani, di timorosi e di accorati. Alla fine, gli perdonavi pure la banalità di avere dato combustibile da veglione fantozziano alla Raffaella Carrà dei fagioli nell’ampolla, lei, d’altronde, è noto, molto gli deve.

Gianni Boncompagni sapeva essere sincero, molto sincero, anche in veste di ospite televisivo. Non sto parlando dell’autore cui, in molti, imputavano proprio il “crimine” spettacolare ormai trascorso di “Non è la Rai” con le sue piccole protagoniste voracissime di fama, lì a spintonarsi come in una foto di gruppo di fine d’anno in trattoria, metti, a Terracina. Tra tutte loro resteranno Ambra Angiolini, divenuta addirittura intoccabile presso il pubblico ben educato ‘ di sinistra’, e Sabrina Impacciatore, brava tout court, a essere sinceri. Ah, sì, e anche Claudia Gerini, che pure lei possiede comunque talento e verve. E infine, magari, perfino l’enorme patata- menhir che campeggiava nello studio di “Macao”, così anni dopo.

Mi sto riferendo ora piuttosto all’uomo, al professionista, al collaudatore di se stesso e di battute e freddure, della propria verve notevolmente etrusca, e l’etrusco, si sa, come recitava un film degli anni dei pantaloni con lo svaso, uccide. Nel caso di Boncompagni uccideva il luogo comune, ogni sentimentalismo. Non per nulla alla morte di Lucio Battisti commentò: ‘ Dio li fa e poi li accoppa’, scatenando l’ira del paroliere Pasquale Panella. Boncompagni andava valutato cominciando dall’abbigliamento, assai poco formale, che amava sfoggiare: sorta di tute di cerata ignifuga, come solo Ringo Starr era riuscito a fare cantando ‘ Only You’. Un “look” ( direbbero i semplici) che suggeriva, attraverso le parole del poeta Eliot, un signore che abbia scelto di vivere “al di là del guadagno e della perdita”. Pago delle proprie fisse: l’elettronica, nel suo caso. Dal cellulare all’impianto stereo Hi- Fi d’alta perfezione, fino al doveroso minipimer, così almeno immaginiamo.

Ora che ci penso, lo ricordo non molti anni fa su Rai3 ospite di Fabio Fazio nel salotto di “Che tempo che fa”, proprio lì insieme al suo compagno di dischetteria di quarant’anni prima. Ma tanto Arbore, quella sera, appariva filosoficamente rassegnato allo stato delle cose, quanto invece ‘ Bonco’ sembrava che volesse dimostrare che c’è modo e modo di non prendere sul serio la Gazzetta ufficiale televisiva, mediatica, spettacolare, cominciando perfino da se stessi. Faccio subito un esempio concreto: dietro così tanta svagatezza, Boncompagni sembrava nascondere la propria natura antiretorica da bar sport o casa del popolo dell’Aretino, da anticlericale istintivo, anzi, militante.

Tipica di chi non ami prendere sul serio le menzogne delle religioni e delle sue encicliche. Allo stesso modo di colui che non ce la farà proprio a inchinarsi davanti ai luoghi comuni della insostenibile cordialità televisiva, all’affettazione, materia in cui sembrano invece eccellere molti altri.

Rammento che non si dava pace di fronte a certe parole di Wojtyla, quel ‘ Non abbiate paura’ gli sembrava una dichiarazione da ‘ agente della Folletto sull’uscio di casa tua’, sia detto senza offesa per questi ultimi.

Senza nulla togliere al talento umano del nostro oggetto d’ammirazione, terribile a dirsi, ma era davvero avvilente che soltanto un “senatore” della tv ( o magari un pensionato, un giubilato per eccesso di pigrizia propria) potesse permettersi di buttare all’aria con la semplice presenza, con la svagatezza le palle infinite della conversazione televisiva sul come eravamo e come saremmo adesso. Con gli anni, volendo realizzare uno spareggio fra gli antichi conduttori di “Alto gradimento”, non restava che constatare la sempre più crescente metamorfosi pessimistica di Renzo Arbore ( benché discendente per parte materna dell’anarchico Carlo Cafiero) a fronte di una deriva libertaria, fra chissenefrega e ‘ sti cazzi, dell’altro, l’empio, il qualunquista, il ‘ fissato con le ragazzine’, il mandante di Ambra, Laura Freddi e perfino di Alessia Merz e Antonella Mosetti, cioè Gianni Boncompagni. Nessuno mai lo ricorda ma è stato il primo a intuire e mettere in mostra, a ‘ Macao’, era il 1997, le immense qualità della ragazza Paola Cortellesi. E anche di Lucia Ocone.

Forse, facendo caso al deserto di una società televisiva spettacolare votata al conformismo da scaletta con il nano più alto e ballerino del mondo, si capisce bene perché mai Carmelo Bene volle farsi intervistare sotto la già citata stele- patata di “Macao”.

Gianni Boncompagni se ne va a 84 anni, ma a noi sembra di vederlo ancora adesso, microfono o chitarra in mano, a fare da spalla a Scarpantibus o al gerarca fascista Catenacci di Giorgio Bracardi o piuttosto a Luigi Tenco e Lucio Dalla nel 1966. A dare la notizia della morte sono state Claudia, Paola e Barbara, le figlie: ‘ Dopo una lunga vita fortunata, circondato dalla famiglia e dagli amici se n’è andato papà, uomo dai molti talenti e padre indimenticabile’.

‘ Il mio sogno è una polizia televisiva. Guidata da me, naturalmente’, è una frase che ne incorona pienamente l’ironia, ma che dico, l’autoironia.

 

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