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“Made in carcere” quando la cella produce lavoro

Il modello virtuoso della legge 354 che incentiva la riabilitazione dei detenuti convolgendoli nei laboratori artigianali presenti negli istituti di pena
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Dolci, pane, borse, cravatte, birra, sartoria e tanti altri prodotti “made in carcere” vengono realizzati in molti istituti penitenziari. Non sono destinati alla grande produzione e il ministero della Giustizia ha messo da tempo a disposizione una vetrina on line per conoscere le creazioni e dove acquistarli. I detenuti che lavorano remunerati con una paga adeguata, hanno una possibilità di attuare un percorso costruttivo e riabilitarsi. La legge 354 del 1975, infatti, dice che il lavoro nelle carceri è uno dei fattori fondamentali per la riabilitazione dei detenuti.

Studi empirici attestano che la recidiva si abbassa notevolmente per i detenuti che intraprendono un percorso lavorativo in carcere. Parliamo, infatti, del 60- 70% di diminuzione di ricadute in comportamenti scorretti dal punto di vista legislativo una volta usciti dal carcere. I dati sono diversi laddove questo percorso di riabilitazione non avviene e la recidiva aumenta vertiginosamente. Anche per questo motivo il carcere diventa una “porta girevole” dove si esce per poi ritornare. Dai dati del Dipartimento di amministrazione penitenziaria, aggiornati al 31 dicembre del 2016, si evince che la percentuale dei detenuti lavoranti non supera il 30 per cento dei reclusi presenti. Ciò significa che ancora c’è tanto da fare.

Sono diverse, comunque, le realtà virtuose dove serie cooperative entrano in carcere e fanno lavorare i detenuti per la produzione di prodotti artigianali, nella ristorazione e nella sartoria. Non mancano i primi store dove si vendono unicamente i prodotti del carcere. Da un anno esiste il “Freedhome”, un ampio spazio espositivo a Torino, in via Milano, 2/ C, nel quale è possibile acquistare prodotti e servizi realizzati all’interno delle carceri italiane.

Sono tredici le cooperative che vi partecipano e al negozio si possono trovare variegati prodotti che vanno dal design all’abbigliamento. Ma a fare da padrone sono i prodotti alimentari. Si va infatti dalle lingue di gatto sfornate dalla “Banda Biscotti” di Verbania alle paste di mandorla di “Dolci Evasioni” a Siracusa, per poi passare al pane di “Farina nel Sacco” prodotto dai tre panettieri del carcere di Torino, regolarmente assunti dalla Cooperativa Liberamensa che gestisce inoltre, sempre all’interno del medesimo contesto detentivo, il ristorante aperto al pubblico.

In questo modo non solo danno l’opportunità di riabilitare i detenuti, ma creano un ponte tra i reclusi e la società esterna. Altra importante realtà, questa volta nata in sud Italia, è il progetto “Made in carcere”. Si tratta di un’opportunità che l’imprenditrice Luciana Delle Donne ha voluto dare alle detenute del carcere pugliese di Lecce. Un passato nel mondo della finanza, poi il ritorno nel suo Salento e dal 2008 «grazie alla collaborazione della direttrice del carcere di Lecce Rita Russo – ha spiegato Delle Donne a Vita – abbiamo avviato i laboratori di cucito».

Oggi sono circa quindici le donne impegnate a cucire i prodotti di “Made in carcere”, ma soprattutto «le donne coinvolte – continua Delle Donne – nel giro di due tre mesi imparano un mestiere, la responsabilità delle consegne, i vantaggi che vengono fuori da un modello di lavoro semplice». Le sarte del progetto realizzano borse e gadget con tessuti che la moda scarta: «Noi – racconta ancora l’ideatrice di Made in carcere – raccogliamo e diamo una seconda vita a tessuti che altrimenti andrebbero al macero». Recentemente “made in carcere” ha conquistato “l’Oreal Italia”, la multinazionale dei prodotti di bellezza, che ha fornito ai propri avventori una capientissima borsa realizzata con tessuto di recupero e manodopera delle detenute.

Made in carcere è uno dei numerosi progetti di cucito che, da Nord a Sud, coinvolgono le detenute. Come quello ormai storico della Sartoria San Vittore a Milano che ripara anche le toghe dei giudici. Venticinque detenute cuciono nei tre laboratori sartoriali, due dei quali a San Vittore e a Bollate. A Venezia il “Banco Lotto n. 10” è l’unico punto vendita dove acquistare gli abiti realizzati nel carcere femminile della Giudecca. Qui sette detenute, affiancate da una sarta e da una cartamodellista, imparano a cucire e creano vestiti, giacche, borse e accessori di moda.

Prende il nome dalla via dove si trova il carcere bolognese il laboratorio sartoriale “Gomito a Gomito”. Attivo dal 2010, il laboratorio coinvolge detenute che hanno seguito un percorso di formazione e dove possono acquisire una nuova competenza professionale. La parola d’ordine del laboratorio bolognese è riciclare: le sarte recuperano materiali di scarto e danno ad essi una seconda vita. Un laboratorio di sartoria artigianale per il confezionamento di cravatte in dotazione al corpo di polizia penitenziaria si aprirà a breve all’interno della casa circondariale femminile di Pozzuoli, grazie al protocollo d’intesa tra la ‘ Struttura organizzativa di coordinamento delle attività lavorative dell’Ufficio del Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria’ e gli amministratori unici di E. Marinella srl. e Maumari srl, Maurizio Marinella e Dario dal Verme.

Il prestigioso marchio – eccellenza mondiale nella produzione delle cravatte e accessori di sartoria – mette a disposizione gratuitamente e ai soli fini sociali oltre al proprio know how personale specializzato per la realizzazione e la supervisione del design del prodotto realizzato dalle detenute di Pozzuoli. L’accordo prevede la progettazione del laboratorio, la definizione dei cicli e dei tempi di produzione e un percorso finalizzato a formare nel tempo un numero di persone qualificate per l’intera lavorazione.

Non mancano poi i prodotti alimentari come il “Caffè Galeotto” che viene prodotto all’interno dell’’ istituto penitenziario Rebibbia Nuovo Complesso, nel carcere di Padova c’è la pasticceria Giotto che produce ogni giorno dal 2005 panettoni, colombe, veneziane, biscotti. I ragazzi dell’Istituto per minori Nisida a Napoli realizzano il “ciortino”, un biscotto portafortuna. Oppure c’è l’olio extravergine d’oliva prodotto – tramite la molitura in loco di olive Leccino e Gentile di Chieti dall’azienda agricola Casa Lavoro con annessa Sezione Circondariale di Vasto ( Chieti). Lunedì scorso, presso la terza casa circondariale di Rebibbia, è stato inaugurato l’apertura nuovo punto vendita ‘ Il Pane dalla Terza Bottega’. Quest’ultimo nasce nel 2012 grazie al progetto dei Panifici Lariano srl, nato per aumentate l’attività produttiva e lavorativa intermuraria dei detenuti. Sono tutte realtà virtuose per un ripensamento in toto della vita dei detenuti e del sistema carcerario.

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