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Rosy Bindi, non sai se odiarla o amarla

La presidente della Commissione antimafia lascia la politica. Fu allieva di Bachelet che gli morì tra le braccia, fedelissima di Martinazzoli, poi prodiana e antiberlusconiana militante
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La vita è altrove, «è più e meglio di quel che facciamo qua». Non devono essere costate poco queste parole a Rosy Bindi, che le ha scelte per spiegare l’addio alla politica, dopo 27 anni, a favore di altre attività, «gli studi, il vecchio amore per la teologia, viaggiare un po’». Non è l’addio a un mestiere e neppure solo al potere che poche donne più di lei hanno esercitato nella seconda Repubblica. E’ il commiato da una passione lunga una vita. Un amore nato già in chiesa e parrocchia, quando Rosaria Bindi da Sinalunga, Siena, non si perdeva una messa ma si scaldava, parola sua, «soprattutto per l’omelia: volevo fare politica». Infatti inizia a fare politica subito, prima affiancata alla carriera universitaria, poi a tempo pienissimo. Laureata alla Luiss, assistente di Vittorio Bachelet e al suo fianco quando le Br lo uccidono in piena università di Roma il 12 febbraio 1980, giusto il giorno del suo ventinovesimo compleanno, attivista e poi vicepresidente dell’Azione cattolica dal 1984 al 1989 quando si iscrive alla Dc e viene subito eletta eurodeputata.

E’ probabile che nello scudocrociato la volitiva Rosy si sarebbe fatta un nome comunque, ma chissà se sarebbe arrivata tanto in alto senza proposta, la dirigente tosco- veneta chiama a raccolta le truppe in un’assemblea di autoconvocati a Modena.

Martinazzoli le dà retta, poi però boccia la nuova proposta, in vista delle elezioni politiche del 1994: quella di un’alleanza tra il nuovo partito e il Pds, ex Pci, per fermare la Lega. Quando si arriva al voto, in realtà, lo spauracchio non è più Umberto Bossi ma Silvio Berlusconi. Martinazzoli non cambia idea, il Ppi si presenta da solo. Berlusconi stravince.

Nei 23 anni trascorsi da allora Rosy Bindi ha ricoperto una quantità impressionante di cariche. E’ stata ministro della Sanità dal 1996 al 2000 e ministro della Famiglia dal 2006 al 2008. Ha legato il suo nome al tormentato stillicidio sulle unioni civili, proponendo, non senza conclamati tormenti interiori, i Dico ma facendo muro contro i matrimoni gay: «Per i bambini è meglio l’Africa». E’ stata vicepresidente della Camera dal 2008 al 2013 ed è presidente dell’Antimafia. E’ stata ulivista, prodiana sfegatata, sponsor infiammata della nascita del Pd, presidente del medesimo. Eppure forse il culmine della sua vita politica, se non della carriera, è un’occasione slegata da cariche ufficiali: il Consiglio nazionale del Ppi del marzo 1995.

Rocco Buttiglione, diventato segretario dopo le dimissioni via fax di Martinazzoli, giocava una partita di fino: aveva lavorato al rovesciamento del primo governo Berlusconi ma col progetto di rimetterlo poi in arcione alla testa di una nuova coalizione, nella quale il Ppi avrebbe preso il posto della Lega.

Dall’esito del Consiglio nazionale convocato per sottoscrivere la decisione dipendeva l’immediato ritorno al potere di Berlusconi e su quell’esito non sembravano possibili dubbi. A sorpresa, la sinistra guidata dalla stessa Bindi, da Franco Marini e da Sergio Mattarella vinse per tre voti. In quella serata storica, la sincerità e profondità della commozione della ruvida Rosy, come di tutti i dirigenti della sinistra del Ppi, sono al di là di qualsiasi possibile dubbio.

Pochi politici sono stati così discreti e gelosi della propria vita privata come la celibe Rosaria Bindi, senza figli né compagni conosciuti. Forse proprio per questo quella dimensione privata è stata tanto spesso tirata in mezzo. Alle voci sul lesbismo ha risposto negando: «Se fossi omosessuale lo direi senza problemi. Ho avuto due o tre relazioni e un fidanzato, le ho sempre chiuse io. Figurarsi se mi faccio lasciare: casomai non mi faccio prendere».

Di nemici ne ha avuto a mazzi sia dall’altra parte della barricata che nel suo partito, da Berlusconi al governatore campano De Luca, dal fascistone Storace al detestato Renzi. Come argomento di polemica politica la scarsa femminilità ha sempre figurato in posizione eminente.

«Come al solito più bella che intelligente», andò giù greve il cavaliere, riprendendo una battutaccia di Sgarbi coniata però, secondo il critico, in tandem con Martinazzoli. Un karma: la stessa battuta, ma con intenzioni opposte, la giovane Rosy se la sentiva ripetere già da teen ager: «Se fosse bella quanto intelligente sarebbe miss Mondo».

Ma non sono certo le trivialità della seconda Repubblica a impensierire un carro armato come Rosy Bindi. Berlusconi lo rimise a posto con due battute brucianti in diretta tv: «Sono una donna non a sua disposizione». Ma se, a fine carriera, si dovesse stabilire se è riuscita a cambiare il potere come voleva o solo a diventare una donna di potere, cavarsela le sarebbe meno facile.

 

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