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Cirinnà: «Orlando è l’uomo giusto per il Pd»

«I partiti sono luoghi dove deve prevalere l'ascolto e dove le diversità vanno valorizzate. Matteo ha sbagliato nel gestire il Pd a colpi di plebisciti in direzione»
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Senatrice, il 25% di Orlando è coerente rispetto alle attese?

Sicuramente sì, considerando che una parte della sinistra del nostro partito ha deciso di uscire dal Pd insieme a Bersani e Speranza, assottigliando quell’area.

E quindi cosa si aspetta per le primarie di aprile?

Partiamo da un risultato buono, ora dobbiamo confermarlo e anche migliorarlo con le primarie tra gli elettori del 30 aprile.

Sono state sollevate polemiche sui supposti brogli a livello locale nel tesseramento…

Guardi, il nostro è un partito di galantuomini e penso non abbia senso fare alcuna polemica. Come sempre accade nella fase pre- congressuale, ci sono state campagne di tesseramento, ma non me la sento in alcun modo di parlare di brogli.

Con la sua legge sulle unioni civili lei è stata un pilastro del renzismo. Come mai oggi ha cambiato idea?

Ribadisco a lei ciò che ho già detto: mi ritrovo nel lavoro di Matteo Renzi premier e gli do il merito di aver avuto coraggio, mettendo la fiducia su una legge difficile e divisiva come quella sulle unioni civili. Non mi ritrovo invece nella gestione del partito. Ecco, io riconosco a Renzi una buona capacità di leadership quando deve – per usare le sue parole – “cambiare l’Italia”, ma una cattiva capacità di ascolto e sintesi quando deve fare il segretario.

Parliamo del Renzi segretario, in che cosa ha fallito?

I partiti sono luoghi dove deve prevalere l’ascolto e dove le diversità vanno valorizzate. Al governo invece, è chiaro che le diversità si traducono in voti contrari e, senza voti, non si va avanti. Lui ha sbagliato nel gestire il partito a colpi di direzioni, invece di lavorare per radicarlo sul territorio e per ascoltare le istanze di tutti.

Viene automatico chiederle: non va ripensato il ruolo di segretario premier?

Io credo che per fare accordi e governare sia necessaria l’umiltà di non dire “il mio segretario è il mio premier”, perché non si fanno alleanze imponendo un leader preconfezionato. Io spero di dialogare a sinistra, per questo ritengo che, se ci sono le condizioni, si può cambiare lo Statuto del Pd e dividere le due cariche.

E’ finito il sogno del maggioritario?

Le condizioni siano cambiate e il Pd non può vivere ancora in quella fotografia coloratissima e festosa del 40% preso alle Europee. In questi due anni l’Italia è diventata tripolare, mentre lo Statuto si fonda su un’idea di bipolarismo che non esiste più. Oggi il Pd si contrappone da una parte al partito della rabbia dei 5 Stelle, dall’altra al partito della paura dei sovranisti Meloni e Salvini. A questi si risponde ritornando ad essere un vero partito popolare.

E ritrova la mozione Orlando questa capacità?

La mozione Orlando ha un approccio plurale e parla di diritti, inclusione e lotta alle disuguaglianze sociali, economiche e culturali. Il nostro è un testo che vuole parlare a quel pezzo di mondo che è stato trascurato dalla segreteria di Renzi: i lavoratori, gli studenti, gli insegnanti e tutta quella classe media che vedeva un interlocutore nel Partito Democratico.

Ma con quale idea di partito?

Noi vogliamo costruire un Pd che include, ascolta e poi decide, ma lo fa partendo dal presupposto che si devono e si possono tenere insieme le grandi sfide di questo Paese: la lotta alla povertà, il sostegno al lavoro e il contrasto all’insicurezza.

A sostegno della mozione, Gianni Cuperlo ha lanciato un appello anche ai fuoriusciti di Mdp. Lei lo avrebbe fatto?

No, perchè io penso che chi se ne va ha sempre torto e non ho dimenticato le parole di Bersani, che diceva “ci vorranno i carroarmati per mandarmi via dal mio partito”. Lui se n’è andato non sui contenuti ma sulla data del congresso, e io resto convinta che il suo è stato un modo per danneggiare il Pd. Per questo non credo che nessuno in Mdp vorrà in qualsiasi modo riavvicinarsi e sostenere il Pd.

Lei dice che nelle alleanze guarda a sinistra, ma a chi se non a Mdp?

Guardo a Giuliano Pisapia e al civismo di sinistra. Lì ci sono persone che conosco e stimo, con le quali ho lavorato per costruire la legge sulle unioni civili, e penso che tante buone esperienze anche di giunte locali possano essere riportate dentro un comune orizzonte nel fare politica.

Lei sta girando molto per i circoli, che cosa percepisce dalla base del suo partito?

La sensazione è che tra gli iscritti non sia ancora chiara la situazione. Personalmente, io vedo un orizzonte molto oscuro e credo che, se non cambiamo la legge elettorale, il Pd perderà le elezioni. Per questo considero la spinta congressuale messa in campo da chi sostiene Matteo Renzi molto positiva da un lato, ma anche fuorviante, perché porta a una visione del futuro eccessivamente entusiastica.

E quindi lei che cosa dice quando si confronta con gli elettori?

Io penso che nei circoli vada fatto un ragionamento vero, mettendosi seduti e senza guardare a tessere, aree e correnti. Noi dobbiamo tornare a ragionare sul perché l’Italia è diventato un paese nel quale non si sorride più. Un Paese nel quale l’incertezza sul proprio futuro trascina tutti in una sorta di arretramento che fa terra bruciata di diritti sociali e diritti civili e dove le persone si sentono sole. Ecco, di fronte a questa solitudine i circoli dovrebbero tornare ad essere luoghi aperti, nei quali chi ha bisogno d’aiuto lo trova.

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