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Violante: «Il giustizialismo ha travolto la politica»

Parla l'ex presidente della Camera: «Il Parlamento non sa più affermare il suo primato, le sue stesse prerogative sono negate, come è accaduto sull'applicazione della Severino al senatore Minzolini. È stato il porcellum a innescare la deriva autoritaria»
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«Vuol sapere cosa prova in modo inequivocabile che la politica ha perso il suo primato? Il fatto che nel valutare la decisione del Senato su Minzolini si sia confusa l’opportunità con la legittimità del voto. Io personalmente ritengo che quel voto sia stato inopportuno. Ma se i giornali scrivono che è un voto illegale, se una parte dell’opposizione lo proclama, se si lascia insomma passare la tesi dall’atto eversivo, senza alcuna preoccupazione per il dato di verità, allora vuol dire davvero che il senso della funzione del Parlamento è andato perduto».

Luciano Violante è di ritorno da Pisa, dove ha tenuto una lectio magistralis alla Scuola superiore Sant’Anna. Le agenzie di stampa hanno da poco rilanciato un passaggio, breve ma dirompente, del suo intervento: «In Italia sta nascendo una società giudiziaria: ci deve preoccupare questa concezione autoritaria della vita pubblica». Una società che devia dalla tradizionale composizione dei poteri perché quello politico ha scelto appunto la desistenza.

La lezione tenuta dall’ex presidente della Camera ha come oggetto il diritto parlamentare. È dunque inevitabile che la dissertazione si imbatta nel caso Minzolini: «La legge Severino affida alle Camere la possibilità di deliberare, ed è quindi sbagliato affermare, come è stato fatto da alcuni giuristi, che la scelta parlamentare è stata illegittima.  Ripeto: inopportuna, ma non illegittima».

Della lezione di Violante viene diffuso ancora un altro passaggio: «Il codice penale è diventato la Magna Charta dell’etica pubblica: si tratta di un segno di autoritarismo sul quale penso valga la pena riflettere» . Come si può essere arrivati a questo svuotamento? Interpellato dal “Dubbio”, Luciano Violante risponde a partire dalla fenomenologia: «È come se una gran parte del mondo politico non avesse la forza intellettuale e morale per ristabilire il proprio primato sugli altri poteri. C’è un ripiegamento, e questo dissolve quel primato, che va sempre guadagnato. E come se i partiti fossero troppo presi dalla crisi di credibilità che li attraversa per riuscire ad affermare il loro ruolo».

Un quadro in cui la retorica dei cinquestelle s’impone senza grandi resistenze: «Si diffonde un enorme equivoco rispetto alla questione della purezza. Con un partito, il Movimento cinquestelle appunto, che sarebbe detentore di tale virtù. Si è smarrito il dato elementare per cui la legittimazione della politica non trova radice nella purezza ma nel principio di rappresentanza. Certo la rappresentanza è necessaria, ma non sufficiente. Serve anche il rispetto dell’etica pubblica».

I grillini beneficiano dell’equivoco e in generale dell’estendersi di quella società giudiziaria di cui parla Violante. Il che non imbarazza Luigi Di Maio nel dichiarare, come ha fatto ieri in un forum con l’Agi, che «un magistrato intenzionato ad entrare in politica non può farlo e comunque non può tornare indietro».

Nessuno obietta al candidato premier in pectore che una proposta di disciplinare la materia non è arrivata certo dal suo partito. I dati di verità si sgretolano, come per il caso Minzolini, appunto. Le reazioni a quella vicenda, osserva Violante, «sono davvero indicative: ripeto, io credo che non sia stato opportuno votare contro la decadenza, ma il vero nodo è la confusione tra opportunità e legittimità.

Come se le prerogative formali e sostanziali del Parlamento non esistessero più. Gran parte dei mezzi di comunicazione non ha tenuto presente il dato di verità ma solo l’apparenza». Quello di Minzolini continuerà ad essere un caso inopinatamente cruciale nel dibattito politico. Ieri ne ha parlato anche il presidente dell’Anac Raffaele Cantone che si è detto «perplesso per la decisione di Palazzo Madama».

Ora tengono banco le dimissioni, che ancora non risultano depositate. In ogni caso diventerebbero giuridicamente efficaci solo nel momento in cui il Senato le accogliesse. Non è detto che accada. E forse in un ulteriore voto controcorrente di Palazzo Madama potrebbe esprimersi una pur impropria rivendicazione di autonomia. Ma non è questa l’idea di Violante, che invece in un rigetto delle dimissioni vedrebbe «l’idea di una reciproca copertura, che avrebbe poco a che vedere con l’affermazione del ruolo. Se Minzolini dice di voler lasciare il Senato per propria scelta non credo abbia senso impedirlo».

Resta da chiarire perché la politica sia in fuga da se stessa. Secondo Violante all’origine di tutto c’è la «rottura dei rapporti tra popolo e Parlamento. Il Parlamento elabora le proprie procedure indipendentemente dalla relazione con gli elettori: e questa separazione è avvenuta a partire dalla legge Calderoli».

È lì dunque che l’istituzione centrale del sistema ha perso la capacità di esercitare il primato: «Si elaborano procedure in modo ormai separato, laddove il rappresentante dovrebbe tenere conto delle idee che circolano tra i rappresentati. Questo non avviene più», dice Violante. Il rimedio? «Una buona legge elettorale sarebbe la premessa indispensabile per uscirne: non solo perché rinsalda il rapporto tra elettori ed eletti, ma perché costringe questi ultimi a relazionarsi con chi si è recato alle urne anziché chiudersi nel circolo del capo, come avviene ora».

Il cosiddetto porcellum «ha avuto effetti molto più gravi di quel che possiamo immaginare. Sarebbe importante rendersene conto, comprendere quanto sia urgente intervenire su quello snodo». Lasciarsi vivere produrrebbe invece un solo effetto: consentire a quella società giudiziaria di guadagnare altro terreno, e di avviare davvero il sistema a una deriva autoritaria in cui anche una riforma elettorale potrebbe diventare impraticabile.

 

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