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Addio al Monnezza il coatto che incantò Visconti

Era nato a Cuba ma si è sempre sentito un romano. Diventato famoso per aver interpretato il Commissario Gilarddi, alias "il monnezza", ha lavorato con i più grandi registi italiani. Era un uomo aperto e generoso.
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Tomas Milia. La n, a Roma, la dimenticavano tutti. E lui ci si era affezionato, lui stesso non diceva più Miliàn, perché era più romano che cubano. «Se parlo di Roma, parlo d’amore. E se parlo d’amore, mi vien da piangere», disse a chi scrive in un’intervista in cui presentava, al Festival di Roma, la sua biografia edita da Rizzoli, Monnezza amore mio, scritta insieme alla penna affettuosa e ispirata di Manlio Gomarasca. E proprio in quell’incontro che emozionò il giornalista- fan, cresciuto con le sue battute fulminanti e i suoi sguardi accentuati dal Rimmel del mitico Nico Giraldi, ispettore, e di quel gran paraculo der Monnezza, disse una cosa che ora fa venire gli occhi lucidi.

«Roma è la mia città, anche se vivo a Miami. Morirò qua e riposerò vicino a lui, al Verano». Lui è Bombolo, rimasto sodale e amico di una vita, perché Tomas è sempre stato uno de core. Pure troppo. Con una voglia di recitare quasi parossistica, che sconfinava in una vita sempre sopra le righe, fin dai colpi di scena iniziali, dal Tomas bambino che trova il padre morto, suicida, nella sua camera. E quello adulto che conquista Visconti che lo sceglierà per un episodio di Boccaccio ’ 70, E Bolognini per La notte brava e Il bell’Antonio, Lattuada per L’imprevisto, Maselli per I delfini e Gli indifferenti, fino al Soderbergh di Traffic, in cui era uno straordinario generale Arturo Salazar.

Visconti lo vide a Spoleto, in uno spettacolo teatrale. «Caddi – raccontò lo stesso attore – perché si ruppe, letteralmente, la musa, la statua a cui mi aggrappavo nello spettacolo. Un dolore tremendo, braccio rotto. Ma non rinunciai a finire quello spettacolo, né alle repliche. Si sparse la voce. Non era stoicismo, ma amore per il mio lavoro». Luchino impazzì per quel talento e quel carattere, lo diresse e divennero amici, gli regalò anche un portasigarette d’oro a 18 carati. «Lo portavo sempre, quanto mi piaceva. E pure a Marella Agnelli: lo sai che je facevo ballà er twist all’Ara Pacis?». Un’esistenza vissuta al massimo, oltre il consentito, con una bisessualità scoperta presto e il mestiere d’attore che lo esaltava e lo strozzava, che lo portò all’apice e poi, ai tempi in cui Laura Betti lo ospitò – «ma magnavo troppo, ‘ na fiorentina al giorno, me cacciò e me mannò pe’ stracci» -, fino all’inferno, a fare l’uomo da marciapiede.

«Una sera, mentre mi rifugiavo nel faro in cui dormivo, si fermò un casting director che conoscevo. Mi offrì casa sua per tre giorni, lui partiva. Morivo di freddo: trovai due sedie vecchie e le bruciai nel camino. Erano due pezzi d’antiquariato del ‘ 700. Quando glielo dissi urlò e pianse come un pazzo». Ma seppe rialzarsi, come sempre, come gli succedeva fin da ragazzo. In cubanesco, un misto di romano e cubano, ti ammaliava, anche se vivevi costantemente nel disorientamento di non sentire la voce di Ferruccio Amendola su quella faccia.

Eppure aveva recitato tanto anche senza quel tono inconfondibile, ad esempio nei poliziotteschi feroci in cui faceva il cattivo, in cui rappresentava un’Italia impazzita, violentissima, in cui la lotta di classe arrivava ad estremi di vendetta sociale. Film politici, che nessuno ha mai capito del tutto nella loro grandezza. Come pure i western come Companeros, in cui era uno straordinario El Vasco. E nel cinema d’autore che troppi fingevano di dimenti- carsi. Eppure non ci furono solo i grandi registi prima del cinema commerciale, ma anche dopo: Bertolucci ne La Luna e Antonioni in Identificazione di una donna, dove si superò.

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Sembra incredibile che Tomás Quintín Rodríguez Miliàn sia morto, l’altroieri, a Miami. Aveva appena compiuto 84 anni, il 3 marzo, e anche se acciaccato sembrava avere ancora una feroce voglia di vivere. O forse gliel’aveva restituita proprio la penna di Gomarasca – tra i più grandi e raffinati esperti del cinema di genere – in un racconto, vibrante e umanissimo, cinematografico e poetico, a volte comico e altre drammatico, che in quel Monnezza amore mio regalava, fin dal titolo, il senso profondo di un personaggio che raccontava un’Italia cialtrona e irresistibile, pop e popolare. «Sono romano e proletario, pure se non sono nato né l’uno, né l’altro».

Era cubano e borghese, infatti, nacque e crebbe a L’Avana da privilegiato. E c’è da credergli, perché in quel libro – impossibile non parlarne celebrando Miliàn – Tomas e il suo biografo decisero che la narrazione doveva essere a due voci. L’attore, appunto, che mai si separa dall’uomo, e il personaggio, il Monnezza. «Non rompessero le palle, look, battute e dialoghi sono roba mia» andava ripetendo, geloso di quel fratello, quel gemello che si portava dentro, senza il quale era impossibile capirlo.

Era indipendente, Miliàn, come artista, pur avendo grandi dipendenze. Gli amici, come gli stupefacenti. Non si negava nulla, non si negò neanche quello. Ne uscì, lottando, com’era abituato, rialzandosi, come sempre. Tanto che oggi, ora sembra incredibile pensare che non si rimetterà in piedi. A ballare, magari, ascoltando Antonello Venditti ( quanto gli piaceva!) oppure a leggere, perché leggeva tantissimo. O a conversare: con Gabriel Garcia Marquez e Oriana Fallaci – solo lui poteva avere un sentire comune con entrambi – ora che sono tutti e tre nello stesso posto.

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