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Reichlin, il comunista che aveva il brutto vizio di pensare

A 91 anni è morto Alfredo Reichlin. Partigiano, allievo di Togliatti e Ingrao, giornalista di razza
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Una sera gli portai l’articolo sul quale avevo lavorato con grande impegno, perché mi aveva detto che lo voleva rileggere lui personalmente. Mi pare che fosse un’inchiesta sulla situazione politica a Bari. Restai lì, seduto davanti alla sua scrivania, mentre lui lo scorreva con gli occhiali da presbite. Quando ebbe finito alzò gli occhi, mi restituì le quattro cartelle scritte a macchina, e scosse la testa: «Non va bene», disse, quasi sottovoce. Ci rimasi male. Mi disse che l’articolo era perfetto, c’era tutto: le notizie, le spiegazioni, i dettagli. Era anche chiaro. Però, mi disse, scandendo le parole, come faceva lui stringendo i denti… però: «Gli manca l’anima». Che vuol dire?, chiesi un po’ stupito. Mi disse che un articolo per essere un buon articolo deve avere un ritmo speciale, e quella è la sua anima. Il ritmo. Il mio articolo non ce l’aveva. Mi disse che quello era un articolo importante e che lui voleva sentirci il “ron ron”. «Che cosa?» Chiesi, sgranando gli occhi. «Il ron ron – rispose – il ron ron di Stendhal. Capito? Riscrivilo, e mettici dentro l’anima…». Da allora io, ogni volta che scrivo, cerco di metterci il ron ron negli articoli, e non ci riesco mai.

Naturalmente sto parlando di Alfredo Reichlin, che è morto mercoledì sera, a 91 anni, vecchio vecchio, ma ancora in battaglia, ancora perfettamente lucido e pieno di idee. Scusatemi se parlo un po’ di me, per provare a raccontare Reichlin, ma per me è impossibile non farlo, lui ha avuto un peso formidabile sulla mia formazione intellettuale e soprattutto sul mio modo di concepire il giornalismo. Io non riconosco molti maestri, anche se in gioventù ho frequentato grandi personaggi, specie del Pci. L’unico maestro che riconosco è Alfredo. Col quale poi non avevo quasi nessuna confidenza, solo una ammirazione un po’ sconfinata e un po’ anche ironica, perché in fondo in fondo lui era un grande intellettuale ma anche un tipo buffo.

Quando nel 1977 venne a dirigere l’Unità ( per la seconda volta, perché già l’aveva diretta tra il 1958 e il 1963), io ero un ragazzino e lavoravo come apprendista, più o meno, in cronaca di Roma. Lui decise un grande rinnovamento nel giornale, mise in seconda fila i vecchi che venivano dalla Resistenza e chiamò in prima linea noi, un gruppetto di ragazzini figli del sessantotto. Eravamo tutti sotto i trent’anni: Caldarola, Polito, Adornato, Gigi Vicinanza, Giulietto Chiesa, Antonio Caprarica, giusto per fare i nomi che oggi sono più noti. Io fui spedito in Parlamento, a fare da aiuto al mitico Giorgio Frasca Polara che a me pareva un monumento ma non aveva ancora quarant’anni. Mi ricordo il primo giorno che entrai a Montecitorio, un po’ tremebondo, e ancor più tremai quando mi venne incontro Frasca e mi disse che venti minuti prima avevano rapito Aldo Moro. Era il famoso 16 marzo del 1978.

Alfredo Reichlin è stato uno dei sette o otto dirigenti che ha fatto la storia del Pci nella Prima Repubblica. Leader di primissimo piano. Di grande carisma anche se burbero e un po’ scostante. Era nato del maggio del 1925 a Barletta, suo nonno era svizzero, i suoi genitori si trasferirono a Roma quando lui aveva un anno, studiò al Tasso, fece amicizia con il gruppetto dei giovani antifascisti romani che credo fossero guidati da Giorgio Amendola, che aveva una quindicina d’anni più di loro. Il 10 settembre del 1943, a diciott’anni compiuti appena, Alfredo prese un fucile andò a Porta San Paolo, cioè alla Piramide Cestia, insieme a una piccola pattuglia di comunisti, qualche democristiano, alcuni socialisti tra i quali Bruno Buozzi, e un centinaio di militari dei granatieri di Sardegna, antifascisti e in parte monarchici. Volevano fermare l’avanzata tedesca, due giorni dopo l’otto settembre e la fuga a Brindisi del re e del governo. Fu una giornata eroica, ci furono molti caduti. I tedeschi avanzavano a migliaia sulla via Ostiense coi carrarmati e i cannoni. Gli italiani si barricarono dietro le mura e per dieci ora risposero a fucilate, poi furono sbaragliati.

VIDEO | Il videoeditoriale di Piero Sansonetti: “Il comunista con il brutto vizio di pensare”

Alfredo una volta mi raccontò di quel pomeriggio. Stava dietro una specie di trincea insieme al suo amico Arminio Savioli, coetaneo, che poi diventò una delle firme di punta dell’Unità, un tipo molto originale, di grande personalità, un mezzo poeta. A un certo punto Reichlin si accorse che Arminio non sparava più, e allora si girò verso di lui convinto che lo avessero colpito. Invece Arminio stava lì, imbambolato col fucile in mano. Alfredo gli chiese: «Arminio, che succede?». Arminio, in estasi, indicò col dito verso ovest: «Alfredo, ma tu l’hai mai visto un tramonto così bello…». Palmiro Togliatti aveva tanti difetti, e soprattutto si porta sulle spalle la colpa di non essersi scontrato con Stalin. Però aveva un grande pregio: sapeva scegliersi i collaboratori. Ingrao, Amendola, Pajetta, Bufalini, Lombardo Radice, Berlinguer, Alicata. Poi scelse qualcuno dei più giovani, i ragazzini: Reichlin, Magri, Rossanda, Trentin, Napolitano, Macaluso, Chiaromonte. Alfredo a 30 anni entrò all’Unità, a 31 era vicedirettore ( direttore era Ingrao) a 33 diventò lui direttore. Lo fece per 5 anni. Poi fu rimosso. In una recente intervista lui raccontò che fu per i dissensi tra Ingrao e Togliatti ( Reichlin era un ingraiano di stretta osservanza), io invece sapevo un’altra storia, e cioè che lui pubblicò la notizia della giubilazione di Nikita Krusciov, uno scoop che doveva restare segreto ancora per qualche giorno, ma lui era un giornalista di quelli veri, e lo scoop era uno scoop e violò le direttive del partito. Così mi aveva raccontato Ingrao, e io ci credo. Reichlin è stato un dirigente molto importante nel Pci. Però io credo che lui soprattutto fu un intellettuale e un giornalista. Concepiva la politica come un miscuglio di azione e pensiero. Non riusciva neanche ad immaginare la politica senza pensiero, e il pensiero voleva dire autonomia, libertà. Non ha mai concepito la politica come potere. Non perché non ritenesse fondamentale il “governo” e dunque anche il “potere”, ma perché pensava che questa fosse una conseguenza del pensiero e della battaglia politica, e non un “presupposto”. Il potere era il mezzo, la politica lo scopo. Non viceversa.

Era un riformista? Certamente era un riformista. Era un suo chiodo fisso il riformismo. Ho visto che Sergio Soave, sul “Foglio”, ieri contestava il riformismo di Reichlin e lo metteva in contrapposizione al suo “utopismo” ingraiano. Ma non c’era nessuna contrapposizione, Alfredo immaginava le riforme come i mattoni dell’utopia. Una volta mi raccontò di avere tentato di convincere Berlinguer a “sdoganare” il termine “riformista” ( che nel Pci era proibito. Bisognava dire: riformatore. Il riformista era un seguace di Saragat, e dunque impresentabile…). Berlinguer – mi disse – gli rispose in modo perentorio: «Noi siamo la locomotiva del riformismo, noi siamo riformisti a 24 carati, certo, ma non chiedermi di chiamarmi riformista perché questo non lo farò mai…. ».

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Alfredo Reichlin insieme a Enrico Berlinguer

Reichlin fu protagonista di grandi battaglie nel Pci. Negli anni sessanta, dopo l’esperienza dell’Unità, lui era il luogotenente di Ingrao. Quando nel ‘ 64 morì Togliatti, all’interno del Pci iniziarono le divisioni. Si trattava sia di scegliere il successore ( perché Luigi Longo era considerato un segretario di transizione) sia la linea politica. In Italia era appena nato il centro-È sinistra di Fanfani, Moro e Nenni. L’ala del Pci che poi si chiamò migliorista, guidata da Amendola e da Napolitano, voleva avvicinarsi al centrosinistra. Amendola sognava l’unificazione del Pci e del Psi. Ingrao invece diceva che bisognava iniziare a pensare a una società diversa, non accettare le scelte del liberismo e del capitalismo, e progettare un nuovo modello di sviluppo, cioè un nuovo rapporto tra economia, produzione e giustizia sociale. Pensava a una alleanza non tra partiti, ma tra gruppi sociali e tendenze intellettuali. Soprattutto voleva dialogare coi cattolici, il cui mondo era in grande ebollizione sconvolto dalle novità del Concilio Vaticano Secondo e dal papato di Giovanni XXIII. Amendola pensava a una azione lenta e pacifica dentro il sistema. Ingrao voleva scassare, e in qualche modo aveva previsto il sessantotto. Con Ingrao c’erano i giovani: Reichlin, Magri, Castellina, Trentin, e anche Occhetto, che era il segretario della Fgci, cioè dell’organizzazione giovanile. Enrico Berlinguer non si schierò, restò a metà strada. Il congresso, nel 1966 – il famoso undicesimo congresso del Pci – fu stravinto da Amendola e Longo, e così Ingrao, Reichlin e tutti gli altri furono emarginati. Allora il Pci non scherzava, il prezzo fu caro per tutti. Ancora molti anni dopo, Reichlin, che era riconosciuto da tutti come l’esponente più lucido, moderno e brillante dei cinquantenni, non poteva entrare nella segreteria del partito perché si portava appresso il marchio dell’ingraismo.

A noi ragazzi, Alfredo ha insegnato molte cose. Specialmente ci ha insegnato che un giornalista è un giornalista, e non è un funzionario del partito. Ci ha spiegato che non esiste giornalismo senza autonomia intellettuale e che il nostro compito è quello di fare informazione, di raccontare, di sollecitare il pensiero e la cultura. Non quello di obbedire, o di essere funzionali.

Non era una cosa affatto scontata alla fine degli anni settanta. Il partito era ancora stalinista, non solo era lontana la Bolognina ma anche lo “strappo” da Mosca di Berlinguer, che arrivò qualche anno dopo. Reichlin sicuramente era un comunista. Ma non c’era neanche un velo di stalinismo nel suo modo di pensare, sebbene fosse stato allievo di Togliatti, sebbene avesse inghiottito senza protestare l’invasione di Budapest. A noi non chiese mai fedeltà. E spesso, per queste ragioni, si scontrava con il partito.

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Da sinistra – Nilde Iotti, Anchille Occhetto, Antonio Tatò, Alfredo Reichlin

Mi ricordo quello che successe nel giugno del 1981, quando vicino a Roma, a Vermicino, avvenne un fatto di cronaca che ebbe un’enorme risonanza nazionale. Un bambinetto di cinque anni, Alfredo Rampi, scivolò dentro un pozzo naturale profondo decine e decine di metri e stretto stretto. Per quattro giorni centinaia di volontari, di pompieri, di poliziotti, cercarono di salvarlo. Un signore sardo, mingherlino, che si chiamava Licheri, si fece calare nel pozzo legato per i piedi, fino a trenta metri, con un respiratore, e riuscì ad afferrare il bambino, ma mentre lo riportava su gli sfuggì dalle mani. Provarono in tutti i modi a salvarlo, ma alla fine il bambino morì. La televisione, per la prima volta, andò lì con le telecamere e realizzò una trasmissione senza fine, giorno e notte. Reichlin decise che il nostro austero giornale, che era un giornale politico- politico, serio, impegnato, sobrio, si sarebbe occupato di Alfredo Rampi facendone la notizia principale della prima pagina. Erano giorni frementi per la politica. Lo stesso giorno dell’incidente ad Alfredo Rampi, le Brigate Rosse rapirono Roberto Peci, un ragazzo di 25 anni fratello di Patrizio Peci che era il primo “pentito” nella lotta armata. Il giorno precedente era stato dato l’incarico di formare il governo a Giovanni Spadolini, il primo non democristiano nella storia della Repubblica. Il governo Forlani era caduto alla fine di maggio perché i magistrati Sergio Turone e il giovane Gherardo Colombo avevano trovato la lista della P2, la Loggia segreta di Licio Gelli, dentro la quale c’erano molti esponenti dei partiti di governo. E però Reichlin voleva che il titolo di prima pagina fosse su Rampi. Mandò a seguire la cronaca non il solito ragazzetto specializzato nella cronaca nera, ma Vittorio Sermonti, uno scrittore coltissimo, un professore, un dantista, che scrisse degli articoli molto belli.

Al partito la cosa non piacque. Dissero che Reichlin stava snaturando l’Unità. Che cedeva al sensazionalismo, ai tempi moderni, all’individualismo, Dissero: «Noi comunisti dobbiamo occuparci dei milioni di bambini sfruttati, delle vittime del capitalismo, non farci travolgere dall’informazione spettacolo che si occupa di un solo singolo bambino romano…» Reichlin prese la penna e scrisse un editoriale che io ricordo molto bene, perché era un po’ un manifesto del giornalismo ( purtroppo l’archivio dell’Unità, per misteriose ragioni, è sotto sequestro e non riesco a ritrovare quell’articolo). Reichlin scrisse che chi non sa emozionarsi per un singolo bambino non può vedere il problema di tutti i bambini del mondo. Scrisse che il compito del giornalismo è quello di raccontarci i fatti, le cose che avvengono, non di fare ideologia. E rivendicò la scelta di avere considerato la morte di un bambino a Vermicino più importante dell’incontro tra Spadolini e Berlinguer.

Quanto è lontano quel giornalismo. Laico, libero. Quanto è lontana l’idea che l’autonomia del giornalismo è l’unica garanzia di sopravvivenza del giornalismo. Del resto, anche in politica, una figura come quella di Alfredo non ha più nessuno spazio. L’idea che un intellettuale, coi sui pensieri, con la sua ricerca teorica, col suo studio, possa essere funzionale alla battaglia politica sembra proprio un’idea delle favole. Reichlin l’ha mantenuta viva fino all’ultimo minuto. Quattro giorni fa ha scritto il suo ultimo articolo sull’Unità, ha detto, in quell’articolo, che lui stava morendo e che la sinistra o cambia passo o muore anche lei. Che nostalgia, Alfredo!

 

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