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«Nessuno più dà lavoro ai calabresi. Neanche la mafia»

Intervista al magistrato Alberto Cisterna, un tempo Pm in prima linea contro la 'ndrangheta a Reggio
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«Quella scritta “più lavoro meno sbirri” è la sintesi di due atteggiamenti culturali che la società civile deve comprendere isolatamente e mantenere distinti altrimenti si crea il rischio di confondere il disagio sociale con l’opzione criminale». Alberto Cisterna oggi fa il giudice a Tivoli, ma per parecchi anni è stato un pm anti ‘ ndrangheta in prima linea a Reggio Calabria. Per questo è convinto che quanto accaduto a Locri – con i muri imbrattati di messaggi contro lo Stato e don Ciotti – non sia catalogabile in una casella precisa. La dicotomia mafia/ antimafia in questo caso servirebbe a poco. «In quelle parole c’è sicuramente una spinta anti statale, perché disponibile a dare consenso alla ‘ ndrangheta, ma è non mafiosa in sé. Se dessero da lavorare, questa gente se ne fregherebbe altamente della ‘ ndrangheta», dice.

Giudice, dunque, sposa la “linea Gratteri” secondo cui a scrivere quelle parole sia stata «gente dell’anti stato, che tifa per la ‘ ndrangheta, ma non la ‘ ndrangheta doc» ?

Gratteri ha avuto il coraggio di aprire una distinzione e sollecitare una discussione in mezzo a un coro di semplice indignazione. È chiaro che poi, nell’ambito delle discussioni, in ognuno prevale il proprio vissuto e il proprio punto di vista.

Quindi, anche secondo lei la mafia, nel senso tradizionale del termine, non c’entra con quelle scritte?

Le fasce di marginalità sociale, oggi esasperate dalla crisi, hanno sempre guardato alla ‘ ndrangheta come un protagonista non solo della vita criminale ma anche di quella sociale ed economica. L’hanno sempre considerata un punto di riferimento. Il grido che viene fuori da quel muro di Locri dà la misura della grandissima difficoltà in cui si trovano le organizzazioni criminali da almeno dieci anni a questa parte. Da quando cioè hanno esaurito il ciclo “vitale” degli anni Novanta, gli anni delle stragi, e sono state investite dalla repressione – sia sotto il profilo carcerario che patrimoniale – che li ha messi davvero alla corda. Quello di Locri è anche il grido di povera gente che sente venir meno un protagonista economico della vita del Sud: il datore di lavoro mafioso.

Un grido mafioso e sociale allo stesso tempo?

È il grido di chi avverte un doppio abbandono: da parte dello Stato e da parte della ‘ ndrangheta, incapace di fornire le risposte che dava in precedenza. Quella scritta è una reazione stizzita, arrabbiata e ribellistica. Non è vero che la presenza delle forze di polizia sia un freno al lavoro, né è vero che eliminando la pressione dello Stato migliorerebbero le condizioni lavorative del Sud o della Calabria. Ma questo episodio di Locri dà l’idea di come una parte della gente del Sud percepisca la presenza dello Stato esclusivamente come presenza militare alla lunga mal sopportata.

Ma a scrivere è una mano “disperata” o collusa?

C’è uno schematismo che considera la criminalità organizzata come un fenomeno di ceti sociali che comunicano tra loro attraverso canali sofisticati e complessi. In realtà, a Locri, la questione è molto più semplice. Lì ognuno vive spalla a spalla con gli ‘ ndranghetisti della zona: sono imprenditori, taglieggiatori, campieri, commercianti che hanno dato da lavorare a tanti, costruendo un poderoso consenso sociale. Nel momento in cui anche questi soggetti si trovano in difficoltà e viene meno il loro protagonismo mafioso ed economico, i ceti più emarginati reagiscono perché percepiscono che ormai nessuno è più capace di curare i loro bisogni.

Cosa c’entra però quel «don Ciotti sbirro» col problema del lavoro?

È una frase inqualificabile, inaccettabile e ingiusta rivolta a una delle poche organizzazioni sopravvissute allo scandalo della gestione dei fondi antimafia. Don Ciotti, poi, svolge una importantissima missione sociale senza alcun atteggiamento ‘ sbirresco’ ossia di sopraffazione. Non sono però neanche sicuro però che gli insulti al fondatore di Libera e quelli che invocano lavoro siano stati scritti dalla stessa mano. In ogni caso in quelle parole c’è una spinta anti statale, perché disponibile a dare consenso alla ‘ ndrangheta, ma non mafiosa in sé, ossia votata alla violenza. Se dessero da lavorare questa gente se ne fregherebbe altamente della ‘ ndrangheta. Quella scritta è la sintesi di due atteggiamenti culturali che la società civile deve mantenere distinti altrimenti si crea il rischio di confondere il disagio sociale con l’opzione criminale. Bisogna sfatare il mito secondo cui la gente sia diventata ‘ ndranghetista per bisogno.

E, invece, perché è diventata ‘ ndranghetista?

Gli ‘ ndranghetisti sono soggetti che hanno compreso perfettamente l’organizzazione della società calabrese e hanno capito che c’era uno spazio per esercitare il potere con la violenza. Queste persone hanno acquisito consenso perché sono state capaci di andare incontro alle necessità dei ceti diseredati per asservirli e condizionarli. Ha ragione chi, come Diego Gambetta, ha sempre definito la mafia come un’industria della protezione. Perché in Calabria c’è bisogno di protezione, una protezione che una volta può venire dall’Inps, un’altra dall’Inail, un’altra ancora dalla politica e qualche volta dalla ‘ ndrangheta.

Da dove nasce questo bisogno di protezione?

Dal fatto che la società meridionale è fortemente sottosviluppata. E in un contesto del genere la ‘ ndrangheta si inserisce come strumento di potere. Ma attenzione, è lo stesso meccanismo che ha consentito alle mafie di espandersi al Nord, dove la domanda di protezione investe altre esigenze: smaltire i rifiuti industriali da riciclare, gestire il mercato delle scommesse, offrire credito alle imprese o lavoro nero e così via. Sono tutti mercati in cui è richiesta una prestazione illecita e la protezione mafiosa. C’è una domanda di illegalità.

Ma è possibile coniugare repressione e crescita economica?

La risposta repressiva è la precondizione indispensabile per liberare il Sud dalle mafie. Ma bisogna essere consapevoli che da sola non produrrà mai un miglioramento delle condizioni economico e sociali del Mezzogiorno, e chi dice il contrario mente. Bisogna contrastare le mafie puntando a debellare le dieci o quindici famiglie più potenti della Calabria, ingaggiando una lotta qualitativa alla ‘ ndrangheta. Non ha senso giocare con le grandi statistiche, conteggiando il numero dei mafiosi di terza o quarta fascia arrestati, bisogna fare delle statistiche qualitative che nessuno, però, vuole davvero fare. La Calabria è diventata terra di carriere, dove i magistrati si fermano pochi anni e in quel lasso di tempo svogliono portare a casa in fretta risultati per costruire i curricula e dove solo pochi coraggiosi affrontano radicalmente il problema ponendosi domande scomode e intelligenti sull’organizzazione del potere. Gratteri è quasi una straordinaria eccezione. È una battaglia che richiede tempi lunghi che non non può essere risolta in quei tre o quattro anni di stazionamento e con qualche giornalista amico. La società civile calabrese è la vittima della ndrangheta, non il suo sgabello, ma c’è chi è convinto di vivere tra gli ‘ infedeli’ e, con la valigia in mano, lancia proclami alla collaborazione e alla fiducia nello Stato che, ovviamente, nessuno ascolta.

 

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