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Il Don Bosco di Pisa, una struttura “infelice e in parte illecita”

Il carcere Don Bosco di Pisa andrebbe ricostruito da capo e in particolare la sezione femminile
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Il carcere Don Bosco di Pisa andrebbe ricostruito da capo e in particolare la sezione femminile è in parte infelice, in parte illecita. Continua l’ennesima denuncia da parte del garante dei diritti dei detenuti di Pisa, Alberto Di Martino, nel suo ultimo resoconto che oggi sarà finalmente oggetto di discussione nel consiglio comunale di Pisa. Una denuncia – come già riportato da Il Dubbio – che va a sommarsi a quella presentata, con tanto di esposto alla Procura, dalla radicale Rita Bernardini durante la visita effettuata l’anno scorso. La sezione femminile è infelice, perché – si legge nel rapporto del garante Di Martino – le celle si trovano al piano superiore lungo un ballatoio che si affaccia sul corridoio del piano terra. Come misura adottata per evitare i problemi da sovraffollamento, le detenute possono stare fuori dalla cella per un certo numero di ore al giorno, ma – ad oggi – non possono sostare sul ballatoio; possono solo riunirsi a gruppi nelle celle ( idonee, d’altronde, al massimo per due persone) oppure recarsi al piano inferiore in una sala comune. Il provvedimento relativo all’uso del ballatoio è oggetto di insoddisfazione e vivace contestazione. Il ballatoio dispone di una cucina professionale piuttosto moderna, tuttavia non accessibile all’uso ordinario quotidiano, nonostante sollecitazioni in tal senso anche del garante regionale; resterebbe accessibile per corsi professionalizzanti o comunque attività di carattere occasionale. La direzione della casa circondariale sottolinea la non gestibilità dei profili di responsabilità ( innanzi tutto civile) che potrebbero essere connessi all’uso ordinario dell’impianto. La sezione femminile risulta poi illecita, perché sempre secondo il garante l’area dei sanitari è situata all’interno delle celle, separata dal resto dell’ambiente da un semplice “mezzo muro”: cioè un muretto basso che non impedisce né la vista, né ovviamente ogni altra percezione di quanto connesso alla fisiologia dell’evacuazione ed alle pratiche di igiene personale. Nessun bidet ha erogazione di acqua calda, che è disponibile soltanto nelle docce e nessun wc è munito di impianto equivalente al bidet. Le finestre di alcune celle, nelle quali è stato sistemato un letto a castello, non consentono l’apertura completa de- gli stipiti. «Con soddisfazione – annota De Martino nel resoconto – si apprende che un pronunciamento recente della magistratura di sorveglianza, anche sollecitata dai ricorsi promossi dalle detenute con l’assistenza dei volontari de “L’Altro Diritto”, ha intimato all’amministrazione di risolvere strutturalmente, entro sessanta giorni, il problema della separazione del vano sanitari dal resto della stanza. V’è solo da interrogarsi sulle ragioni del ritardo istituzionale nel gestire questa problematica, nonostante sia stata sin da subito rappresentata anche al Provveditorato regionale dell’amministrazione».

Le criticità però sono molteplici nell’intera struttura carceraria. Il Don Bosco, per essere adeguato alla legge Gozzini del ‘ 75 ( nata per valorizzare l’aspetto rieducativo della carcerazione rispetto a quello punitivo, ndr) andrebbe secondo il Garante «abbattuto e rifatto: pena il tradursi in un carcere a regime pre- democratico». Ma non lo dice solo lui. Il 13 marzo scorso, durante la presentazione a Montecitorio del libro “Gabbie” scritto dai detenuti del carcere di Pisa, il direttore Fabio Prestopino del Don Bosco ha provocatoriamente invocato la chiusura del carcere per la situazione fatiscente. Provocazione che ha ribadito dai microfoni della trasmissione Radio Carcere condotta da Riccardo Arena su Radio Radicale.

Nel suo complesso il carcere dovrebbe ospitare 226 detenuti. Alla fine del 2016 la popolazione carceraria era però di 277 reclusi. «La tendenza – si legge nel resoconto – appare dunque nuovamente verso il sovraffollamento». Inoltre, nonostante la struttura sia nata per accogliere detenuti in attesa di giudizio o di sentenza definitiva, si registra una netta predominanza di chi il giudizio lo ha già ottenuto ( 187) rispetto a chi ancora è in attesa ( 90). Inadeguato, secondo il garante, anche l’atteggiamento «securitario e particolarmente rigoroso» tenuto dalla direzione carceraria e dalle guardie penitenziarie, un atteggiamento «motivato dal loro punto di vista ma che non può certo andare bene». Un aspetto particolarmente delicato riguarda i detenuti deceduti, tra cui un caso è sotto il vaglio della magistratura. Nel periodo compreso fra l’estate 2014 ed oggi sono morti sei detenuti/ e. Due, di cui una donna, si sono suicidati il primo settembre del 2014 e il 14 agosto 2015. La donna era di nazionalità italiana, l’uomo di nazionalità cèca. «Nessuno dei due in tempo antecedente il decesso – spiega De Martino – aveva richiesto di incontrarsi con lo scrivente, talché la personalità e il contesto del fatto possono essere ricostruiti soltanto in base a quanto riferito dall’Amministrazione». Per quattro persone risulta il decesso per morte naturale: due presso l’Ospedale di Pisa; uno in semilibertà; una, per il cui decesso risulta pendente procedimento penale nei confronti di alcuni membri dello staff sanitario della Casa circondariale, all’interno del “centro clinico”. Il Garante è in contatto con i familiari e il loro difensore, al fine di monitorare l’evolversi delle indagini, soprattutto in relazione ad eventuali carenze strutturali ed organizzative che siano contestate all’esito delle investigazioni. «Sia in relazione allo stato delle indagini, sia in relazione alle conseguenze più generali che dalle particolarità della vicenda concreta potrebbero derivare a seconda dell’esito del procedimento penale, ho ritenuto – specifica il Garante – di mantenere e far mantenere al momento il riserbo rispetto ai mass- media circa questa situazione, pure seguita dal garante dei detenuti della città di residenza della famiglia». In generale la situazione del carcere di Don Bosco risulta totalmente dimenticato dalle istituzioni, un carcere che nel passato aveva ospitato Adriano Sofri e Bompressi, dove operava il dottor Francesco Ceraudo, esperto di medicina penitenziaria molto amato dai detenuti. Il carcere, va ricordato, progettato tra il 1928 ed il 1933 e costruito tra il 1934 ed il 1935, fu preso in consegna nel 1941 ed iniziò la sua attività nel 1944. Da allora non è mai stato riqualificato nel suo complesso.

 

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