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Così la pittura salvò Artemisia Gentileschi

A 18 anni subì uno stupro dal suo maestro, il primo della storia di cui rimangono gli atti processuali. Quel trauma ha permeato a fondo tutta la sua arte. A palazzo Braschi di Roma una mostra ripercorre la vita artistica della pittrice seicentesca
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Giuditta, eroina dell’Antico Testamento, taglia la testa al comandante assiro Oloferne, che con il suo esercito assedia la città di Betulia. La scena, nella tela “Giuditta che decapita Oloferne” dipinta nel 1620 dalla pittrice della scuola caravaggesca Artemisia Gentileschi, è l’atto liberatorio di una donna che ha ancora negli occhi il volto del suo aggressore. Dietro l’archetipo pittorico della scena biblica molto richiesta dai committenti dell’epoca, infatti, Artemisia nasconde il dramma dello stupro da lei subito otto anni prima. Una violenza di cui oggi rimane traccia negli atti, custoditi negli archivi vaticani, di quello che viene considerato il primo processo per stupro documentato. La violenza viene descritta vividamente dalla stessa giovane, che racconta al giudice: «come ho detto mi fidavo di lui, et non haveria mai creduto havesse ardito d’usarmi violenza et far torto et a me et alla amicitia che ha con detto mio Padre, et non mi accorsi se non quando mi si mise attorno per violentarmi». Artemisia, appena diciottenne, venne infatti violentata dal suo maestro di prospettiva, l’artista favorito del Papa Agostino Tassi.

La giovane decise coraggiosamente di intentare contro di lui un processo, nonostante la proposta – rifiutata – di matrimonio liberatore: un procedimento lungo e umiliante, oggetto della morbosa curiosità di tutta Roma. Il tribunale interrogò molti conoscenti della famiglia Gentileschi e di Tassi, e i detrattori della giovane si lanciarono in testimonianze ingiuriose nei confronti di una donna che, già all’epoca, suscitava scalpore perchè impiegata a lavorare nella bottega del padre. Artemisia, secondo la prassi, fu sottoposta ad una visita ginecologica e alla tortura dello schiacciamento dei pollici ( metodo considerato necessario per accertare la veridicità della deposizione e che le fece apostrofare Agostino Tassi con la frase: «Ecco la fede che mi metti al dito» ) e infine, uscì solo moralmente vincitrice: Tassi venne condannato a 5 anni di esilio dalla Capitale, ma non ne scontò nemmeno uno grazie alla protezione del Papa.

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Proprio il dramma dello stupro permea il suo dipinto più noto: nei tratti del volto contratto di Oloferne e nei suoi folti riccioli neri molti commentatori dell’epoca riconobbero i lineamenti di Agostino. Nella foga di Giuditta, invece, la rabbia della stessa Artemisia. La tela, dipinta dopo il processo, è la definitiva liberazione della pittrice – diventata nel frattempo affermata e molto richiesta a Firenze, dove si era trasferita e richiama in un’ideale chiusura un altro soggetto a lei caro: “Susanna e i vecchioni”. Dipinto nel 1610, nello stesso periodo in cui avvenne lo stupro, “Susanna e i vecchioni” rap- presenta un’altra scena biblica, con Susanna sorpresa al bagno da due anziani signori che frequentano la casa del marito e che la ricattano: o la giovane acconsentirà a giacere con loro oppure diranno di averla sorpresa con un amante. Nel tratto di una Artemisia appena diciassettenne, che ritrae Susanna al centro della scena con le mani tese a proteggersi e il volto contratto, traspare vividamente quanto il soggetto tocchi le corde più profonde dell’artista. Anche in questo caso, nei ricci neri di uno degli anziani appoggiati alla balaustra e pronti a carpire la giovane, è stato identificato Agostino Tassi.

La forza della Gentileschi, però, sta nella capacità di superare la violenza attraverso la propria arte, come mezzo quasi taumaturgico per elaborare l’accaduto. Lei, donna in un ambiente interamente maschile, diviene figura centrale della sua famiglia: dopo il processo si trasferisce prima a Firenze e poi a Napoli, dopo continua a ricevere commissioni e ad essere apprezzata dalle corti più in vista dell’epoca. La sua fama arriva anche all’estero, quando raggiunge il padre e maestro Orazio a Londra per aiutarlo a completare un ciclo commissionato dalla casa degli Stuart. Oggi, oltre ad una vasta letteratura sulla sua vita e sulla sua arte, è possibile ammirarne le opere nella mostra a palazzo Braschi a Roma, forse la più completa mai realizzata fino ad oggi, con oltre cento dipinti che ripercorrono tutte le fasi della sua produzione artistica.

 

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