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Petruccioli: «I giudici che fecero cadere Prodi ora puntano Renzi»

A colloquio con l'ex presidente della Rai sulla deriva mediatico-giudiziaria del caso Consip: «Queste cose vanno dette perché è una situazione in cui c’è chi ci sguazza»
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No, così non va: ora a rischiare sono elementi essenziali della democrazia come il pluralismo o la competizione tra le idee; cioè, la politica. Perché non è, o non è più, solo «l’uso politico delle inchieste» a produrre tossine sempre più gravi. Sono proprio le inchieste – alcune di specifici Pm in particolare – che non è più possibile considerare alla stregua di «variabili indipendenti» e dunque intoccabili, indiscutibili e “neutre”, quando al contrario entrano a gamba tesa nel dibattito e orientano eccome l’opinione pubblica attraverso la scelta dei tempi delle indagini e il megafono dei media. Come pure lascia sbigottiti il silenzio pressoché totale ( con lodevoli eccezioni di nicchia) che ha accompagnato l’invettiva del grillino Luigi Di Maio contro il Parlamento col pretesto dei vitalizi: «E’ fascismo travestito da protesta per di più avanzato da un vicepresidente della Camera. E tutte le cariche istituzionali zitte».

Claudio Petruccioli non ci sta. Non ci sta a rimanere silente nei confronti di una deriva che – con specifico riferimento all’inchiesta di Henry John Woodcock e della procura di Napoli che coinvolge la Consip, il ministro Lotti e il padre di Matteo Renzi ma ha radici forti e precedenti – porta alla «democrazia giudiziaria». Cioè ad un sistema dove l’ultima parola invece che ai cittadini è in capo ai magistrati. «Queste cose vanno dette, bisogna cominciare a parlarne perché è una situazione in cui c’è chi ci sguazza», taglia corto l’ex presidente della Rai e parlamentare di lungo corso prima Pci e poi Pds.

Con chi ce l’ha, Petruccioli: chi è che ci sguazza?

Politici, giornalisti e soprattutto magistrati, anche se non tutti, ovviamente. Per capire cosa sta succedendo, però, è necessaria una inquadratura “di sistema”. C’è un saggio di due studiosi americani, Benjamin Ginsberg e Martin Shefter, del 1990…

Beh, la prendiamo alla larga allora…

Così non si può sospettare che quel che dicono sia dettato dalla deprimente attualità italiana. Il saggio si intitola Politics by Other Means: The Declining Importance of Elections in America e precede Mani Pulite. C’è scritto che «la politica degli scandali sostituisce le competizioni elettorali. Le indagini parlamentari, le rivelazioni dei media, procedure giudiziarie consentono di raggiungere il risultato, cioè di far fuori l’avversario politico, in tempi più veloci e con costi più bassi» di quelli legati appunto alla competizione elettorale classica. E’ un fenomeno che loro etichettano come RIP: revelation, investigation, prosecution. E’ così che, a loro avviso, l’azione dei media e dei procuratori giudiziari sostituisce la mobilitazione popolare. E’ esattamente quel che succede a noi, adesso, con le indagini sulla Consip: stanno tutti lì ad aspettare le risultanze dell’inchiesta. Mi colpisce perché è un fenomeno che indica un cambiamento del sistema: i media, i Pm che hanno una funzione determinante e con il pubblico che sta immobile a vedere come va a finire questo Rip, la vogliamo ancora chiamare democrazia?

E come lo vogliamo chiamare: per caso complotto da parte delle toghe?

Complotto? Ma quale complotto, queste cose si ripetono da tempo in modo similare e con frequenza tale che sono sotto gli occhi di tutti. L’esempio classico è l’inchiesta Tempa rossa, ai tempi del referendum sulle trivelle, che portò alle dimissioni del ministro Federica Guida. La conclusione giudiziaria dell’inchiesta è stata di “non luogo a procedere”. Però il clamore è stato massimo e il referendum si è svolto in un clima tale per cui l’Italia era il paradiso dei petrolieri e ancora adesso Michele Emiliano fa polemiche sul Pd partito dei petrolieri. Solo i cretini non capiscono, o quelli in malafede che invece capiscono benissimo, che il meccanismo giudiziario ha già alterato l’equilibrio democratico nella formazione dell’orientamento dei cittadini. Vogliamo parlare dell’ingegner Ettore Incalza, alto dirigente del ministero dei Trasporti, accusato e straccusato con titoloni, intercettazioni “che lo inguaiano” e successivi ed inevitabili indignati editoriali, e poi prosciolto nell’indifferenza generale? Ce lo ricordiamo che quell’indagine avvenne quando il ministro Maurizio Lupi dovette lasciare l’incarico?

Petruccioli, lei sta denunciando che ci sono Pm che avviano inchiesta su basi labili per obiettivi che non sono giudiziari ma politici?

Magari si tengono nel cassetto il materiale e lo tirano fuori al momento che giudicano più opportuno ai fini dell’appeal mediatico. Se Lotti non fosse stato confermato al governo, la questione non avrebbe interessato nessuno. Insisto su Tempa rossa: l’emendamento alla Finanziaria che secondo l’accusa sarebbe nato su sollecitazione del compagno della Guidi e all’origine di tutti gli scandali successivi e presunto traffico di influenze – poi evaporato – era di un anno e mezzo prima che l’iniziativa giudiziaria prendesse corpo; iniziativa che scoppiò, invece, alla vigilia del referendum.

Insomma l’inchiesta sul papà di Renzi è stata messa in moto artatamente per colpire l’ex premier?

Per quel che finora emerso elementi così solidi non se ne vedono. Nonostante le false ingenuità di chi cerca di trarne vantaggi di parte.

Per esempio?

Per esempio la richiesta di dimissioni del ministro Lotti “per ragioni di opportunità”, come ha detto lo scissionista Roberto Speranza.

Dimissioni chieste anche da Gianni Cuperlo…

Persona seria. Ma io considero quello di Cuperlo verso Lotti un brutto fallo: uno di quei falli “furbi”, di simulazione, come si dice. Ho letto tutti gli articoli di giornale, a partire da quelli maggiori: contro Lotti non c’è – fin qui – proprio niente. Perché uno in queste condizioni si deve dimettere?

E il padre di Renzi? Anche lui estraneo?

Da quello che finora si è potuto leggere, certamente sì. Uno viene da me e mi dice: mi serve questa cosa, se mi aiuti ti ricompenserò. E a dirlo non è neppure quello che avrebbe tentato la corruzione; ma un altro cui “risulterebbe”. Ma anche se una persona mi facesse proposte del genere ( da quel che risulta fin qui sarebbero stati, però, solo propositi) è un reato mio o suo? Io debbo rispondere di un reato se quella proposta l’ho raccolta…

… e se sono stato corrotto.

Esattamente. Torno al punto decisivo: sotto accusa non deve finirci solo l’uso, politico o altro, che si fa delle inchieste. Ci sono casi in cui sono proprio le inchieste, chi le avvia, in quale modo e soprattutto in che tempi si svolgono, a dover finire sotto accusa. Perché chi le mette in moto ha degli obiettivi, ha delle volontà. La scelta dei tempi dell’inchiesta è condizione essenziale affinché possa avere il massimo di enfatizzazione mediatica. Dunque non mi si può dire: è l’uso sbagliato delle inchieste. No, non basta: in alcuni casi – di solito quelli che hanno più risonanza – sono le inchieste stesse a creare i presupposti del polverone.

E dunque?

E dunque dico questo: io non me la sento di cancellare il sospetto che in questo tipo di inchiesta che, è bene ricordarlo, origina da una specifica Procura: quella di Napoli e il Pm è Woodcook, lo stesso che mettendo sotto accusa la moglie di Clemente Mastella determinò la caduta del governo Prodi nel 2008 – non giochi, non dico solo, ma anche una intenzione politica. A togliermi questo dubbio dovrebbero essere i magistrati. Finora il dubbio non solo non me lo hanno tolto ma lo hanno alimentato.

Qualcuno potrebbe pensare che lei sia ossessionato da Woodcock…

Io guardo ai fatti. Ieri, dai Tg di metà giornata, vengo a sapere degli arresti all’Istituto dei tumori di Napoli. Sulla pelle dei malati! Grande effetto, grande sdegno; compreso il mio. Sento poi, in voce, una persona che denuncia i prezzi troppo alti ( e secondo l’accusa frutto di corruzione) per alcune attrezzature perché, a confronto di oggi quando si paga 1500, si pagava 2200. Allora, mi dico, è merito di Consip che ha centralizzato gli acquisti. I servizi televisivi e giornalistici non parlano di Consip; ma a me viene il dubbio. Che si tratti della stessa inchiesta su Consip all’origine di tutto il gran bailamme su Lotti, Tiziano Renzi ecc. ecc.? Cerco sul web e trovo subito, sul sito di un importante giornale, la conferma: titolari dell’inchiesta che ha portato agli arresti odierni sono gli stessi: i pm Henry John Woodcock e Celeste Carrano. In questo caso, la Consip, presentata come luogo del massimo malaffare nei traffici di Romeo, fa una bellissima figura; fa diminuire del 30% il costo degli acquisti. Mi viene un sospetto: che i titolari dell’inchiesta, preoccupati delle incredulità crescenti sul fronte “politico” tentino il recupero su un altro fronte, quello “sanitario”; anch’esso di “facile beva” per un’opinione pubblica distratta e assuefatta? Per carità, già senso l’accusa: “i tuoi sospetti sono frutto esclusivo della tua malevolenza”. Rispondo. Mi capita, cioè, più o meno quel che capita a molti pm? ”

Ma il rischio, che paventa lei, di democrazia giudiziaria come si combatte? Qual è l’antidoto? Non lo deve produrre la politica che invece, per usare la sua espressione, in questo meccanismo ci sguazza?

Il primo ed essenziale antidoto è cominciare a dire queste cose. Finché si continuerà a ripetere che le inchieste vanno tutte bene e sbagliato è solo l’uso che se ne fa, non se ne esce. Si ricorda quando Luciano Lama, quarant’anni fa, contestò la tesi secondo cui il salario doveva essere considerato una variabile indipendente dell’economia? Bene, è arrivato il momento di dire che ai fini del buon funzionamento della democrazia, dell’informazione, della politica, dell’orientamento dell’opinione pubblica quello che fanno alcuni Pm, non può essere considerato una variabile indipendente. Dalla loro azione derivano conseguenze che vanno ben al di là della amministrazione della giustizia; hanno effetti politici, culturali, sociali. Non possono, dunque, pretendere di mettersi al riparo di ogni critica e contestazione come fossero verbo divino.

Ma non c’è l’obbligatorietà dell’azione penale?

Certo che c’è. Ma è affidata alla discrezionalità del singolo magistrato inquirente. Consente ampi margini non voglio dire di arbitrio, ma di scelta: senz’altro per quel che riguarda i tempi. Io Pm ho la possibilità di aspettare il momento che giudico più propizio, magari senza retropensieri, ma con l’intento di avere la massima eco. E’ una scelta. E quando si sceglie, si fa sempre politica. Non è che noi poveri sudditi dobbiamo stare lì ad aspettare cosa ci manda il padreterno. Se grandina, non possiamo rispondere con le Novene. Bisogna scoprire il gioco e dire: ragazzi, lo avete capito o no cosa sta succedendo?

In concreto cosa vuol dire?

Che la politica deve fare la sua parte e dire a chiare lettere che senza politica non c’è democrazia, che chi esalta questa prospettiva – idem per chi svilisce il Parlamento o sostiene che la politica è di per sé malaffare – è nemico della democrazia. Chi fa informazione dovrebbe preoccuparsi di controllare e respingere gli effetti deformanti che scaturiscono dai meccanismi in atto; invece ( quasi) tutti sono corrivi. Come vorrei leggere un editoriale di un grande quotidiano sulle conseguenze del circuito giudiziario mediatico nella qualità dell’informazione! Chi amministra la giustizia dovrebbe proporsi di trovare il limite che divide l’autonomia dalla onnipotenza; sapendo che qualunque onnipotenza, anche quella dei “giusti” sfocia inevitabilmente nel totalitarismo.

 

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