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Suicida a Regina Coeli, quel ragazzo non doveva essere lì

Il 22enne che si è tolto la vita nel carcere romano aveva problemi psichiatrici, era scappato da una Rems, la residenza sanitaria nata in sostituzione degli Ospedali giudiziari (Opg)
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Cinque suicidi nel solo mese di febbraio. L’anno è appena iniziato e nelle carceri italiane abbiamo raggiunto un totale di 20 morti, di cui la metà sono suicidi. L’espressione “carcere”, oltre che dal latino, si pensa che derivi dall’ebraico carcar che vuol dire “tumulare”, “sotterrare”: i dati statistici sulle morti confermano che le galere assomigliano sempre di più a dei cimiteri, con tanto di cubicoli ( le celle) che diventano luoghi ideali per togliersi la vita. Non di rado accade che finiscano “tumulate” persone non compatibili con il sistema penitenziario. Esattamente come nel caso dell’ultimi due suicidi del 24 febbraio. Entrambi avevano patologie psichiatriche. Uno riguarda il caso di un 50enne recluso nell’infermeria del carcere bolognese della Dozza che si è impiccato utilizzando i lacci delle scarpe. Sul caso la Camera penale bolognese, che aveva denunciato le condizioni del reparto dopo una visita il 21 febbraio, è intervenuta denunciando «evidenti interrogativi sulla gestione delle persone malate da parte e dell’amministrazione penitenziaria, a cui spetta il controllo delle persone ristrette, e della sanità pubblica, a cui spetta in via esclusiva la tutela del diritto alla salute». L’altro caso è quello di un ragazzo di 22 anni, si è tolto la vita nel carcere romano di Regina Coeli usando come cappio un lenzuolo legato in bagno.

È proprio quest’ultimo caso che ha suscitato forti reazioni dal mondo politico e associativo che si occupa dei diritti dei detenuti. Valerio G. – così si chiamava il giovane – soffriva di disturbi psichiatrici che rendevano le sue conduzioni incompatibili con il carcere. Infatti prima era ospite della Rems di Ceccano ( la residenza sanitaria nata in sostituzione degli Ospedali giudiziari psichiatrici), ma dopo due episodi di allontanamento e di irreperibilità, al momento del ritrovamento da parte dei carabinieri, un magistrato decise per la custodia cautelare in carcere, nonostante lo spirito della legge sia quello di favorire misure cautelari non detentive. Una settimana prima di uccidersi aveva inviato una lettera al fratello – resa pubblica dall’associazione Antigone – dove scriveva «Io qui sto impazzendo», «non ce la faccio più», dice di essere stato lasciato «dall’unica ragazza che amavo veramente», e aggiunge «sono stanco di mangiare, di fare qualunque cosa, scappare, basta».

Appena informato del suicidio, il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha immediatamente chiesto a Santi Consolo, capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, di fare luce sul drammatico evento. Gli uffici di via Arenula hanno chiesto al Dap, in particolare, «accurati accertamenti ispettivi al fine di verificare la compiuta attuazione della Direttiva sulla prevenzione dei suicidi emanata dal Guardasigilli il 3 maggio 2016». L’aspetto da chiarire, però, riguarda il discorso della compatibilità o meno con il carcere. Il presidente di Antigone, Patrizio Gonnella, e Stefano Cecconi della campagna Stop Opg hanno dichiarato di essere non solo addolorati, ma anche indignati perché «non si cura mettendo le persone dietro le sbarre, ma affidando le persone, e ancor più i ragazzi, al sostegno medico, sociale, psicologico dei servizi del territorio. Se un ragazzo va via da una Rems non si deve parlare di evasione. Non si butta una vita in galera!».

Un fatto questo che avviene a pochi giorni dalla chiusura definitiva degli Ospedali psichiatrici giudiziari e che dimostra quanto siano motivate le preoccupazioni – come già riportato da Il Dubbio nei giorni scorsi – di chi mette in discussione le misure di sicurezza. A ribadirlo è nuovamente Michele Capano dei Radicali Italiani: «Si muore in carcere, perché si ‘ evade’ da una misura di sicurezza che non dovrebbe esistere. La battaglia, sacrosanta, contro gli Opg, che dopo la loro chiusura ha spostato l’attenzione su quanto avviene nelle Rems, deve ora lasciare il posto a un più deciso intervento di riforma, che abroghi le misure di sicurezza. Sono queste infatti lo strumento attraverso il quale il malato psichiatrico continua a essere oggetto di segregazione ed esclusione sociale». Nel frattempo, Stefano Anastasia, il garante dei detenuti del Lazio, lancia un duro atto di accusa: «Questo ragazzo era scappato dalla Rems e a lui erano contestati soltanto reati di resistenza a pubblico ufficiale e lesioni. Reati tutto sommato irrilevanti e legati al fatto che era andato via dalla Rems. E allora mi chiedo, perché non è stato portato lì? Perché si trovava in carcere? Questo suicidio si poteva evitare».

Il problema dei detenuti psichiatrici è di elevata importanza. A intraprendere una battaglia solitaria in parlamento è la senatrice Maria Mussini, vicepresidente del gruppo misto e membro della commissione giustizia. Oggi al Senato riprende la discussione sull’ordinamento penitenziario e verrà discussa anche l’indicaziodi ne della senatrice che riguarda la destinazione alle Rems, prioritariamente delle persone per le quali sia stato accertato in via definitiva lo stato di infermità al momento della commissione del fatto, da cui derivi il giudizio di pericolosità sociale, nonché dei soggetti per i quali l’infermità di mente sia sopravvenuta durante l’esecuzione della pena, degli imputati sottoposti a misure di sicurezza provvisoria e di tutti coloro per i quali occorra accertare le relative condizioni psichiche, qualora le sezioni degli istituti penitenziari alle quali sono destinati non siano idonee, di fatto, a garantire i trattamenti terapeutico-riabilitativi.

«La tragedia avvenuta nel carcere di Regina Coeli – dichiara al Dubbio la senatrice Mussini – evidenzia in tutta la sua crudezza la complessità del percorso di superamento degli Ospedali psichiatrici giudiziari: il principio della Legge Marino della cura innanzitutto potrà realizzarsi solo se e quando si terrà conto della varietà delle situazioni fatte di persone in carne e ossa, con profili clinici differenti ed esigenze specifiche, solo se e quando si stabilirà di investire nella cura della salute degli internati, ma anche dei detenuti. Questo episodio dimostra una volta di più come le carceri non siano attrezzate adeguatamente per la tutela della salute, né tantomeno strutturate per garantire i trattamenti terapeuticoriabilitativi necessari a chi resta escluso dalle Rems. Grazie anche al mio interessamento la legge delega sulla revisione dell’ordinamento penitenziario contiene espressamente questa indicazione, cioè il potenziamento della salute mentale in carcere, il cui scopo è proprio quello di evitare che episodi simili si ripetano». Sono centinaia i detenuti con problemi psichiatrici che vivono all’interno degli istituti penitenziari. Potenzialmente i suicidi potrebbero essere molto di più. In molti casi, grazie all’intervento degli agenti penitenziari, in extremis, si sono evitate ulteriori tragedie.

L’ultimo caso risale a sabato sera: un ragazzo detenuto al carcere minorile di Potenza ha tentato di togliersi la vita facendo un cappio con il lenzuolo legato alle grate di un bagno. Anche lui soffre di problemi psichiatrici. Talora è il carcere stesso con i suoi ritmi ossessivi e con le sue abitudini a creare vere e proprie turbe psicopatologiche che in cella acquisiscono una strutturazione solida e difficilmente curabile. Il suicidio in carcere è il gesto finale.

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