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Il convegno diventa un tributo a Ettore Randazzo

Ettore Randazzo è stato ricordato al convegno "Tra scienza e diritto: il metodo scientifico nel processo penale", organizzato dalla sezione di Roma del Laboratorio Permanente Esame e Controesame, di cui è stato fino all’ultimo presidente, nonché dal Consiglio Nazionale Forense e dalla Camera Penale di Roma
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Un lungo applauso si è levato ieri nell’auditorium della Cassa Forense di Roma per ricordare l’avvocato Ettore Randazzo, scomparso da pochi giorni. Proprio lui avrebbe dovuto introdurre il convegno ‘ Tra scienza e diritto: il metodo scientifico nel processo penale’, organizzato dalla sezione di Roma del Laboratorio Permanente Esame e Controesame, di cui è stato fino all’ultimo presidente, nonché dal Consiglio Nazionale Forense e dalla Camera Penale di Roma. Invece, la giornata di studio, incentrata sul rapporto tra il metodo scientifico e il ragionamento giuridico, e sulla domanda posta dall’avvocato Cataldo Intrieri «può o forse deve un giurista ragionare come uno studioso di scienze?», si è trasformata in un tributo corale verso Ettore Randazzo. Suggestivo e affatto scontato il ricordo di Giovanni Canzio, Primo Presidente di Corte di Cassazione: «È giusto che anche un magistrato ricordi Ettore, una figura impegnata nel dialogo tra avvocatura e magistratura, un uomo di giustizia che è riuscito a mettere insieme frammenti dispersi e quasi nemici del ceto dei giuristi, una persona leale di cui mi piace ricordare una espressione: “Gli avvocati non si rassegnano”». A fargli da eco l’avvocato Valerio Spigarelli: «Randazzo era costruttore di ponti tra una avvocatura e una magistratura che spesso sembrano polli in una stiva di una nave che sta affondando, ossia la giustizia. Ettore va ricordato per il suo contributo straordinario nell’aver coniugato la deontologia con la sapienza tecnica». Randazzo è stato rappresentato anche come l’avvocato dei più deboli, che «difende soprattutto i diritti di chi non li merita» ha sottolineato Cesare Placanica, presidente della Camera Penale di Roma. È stato anche colui che, come ha ricordato l’avvocato Stefano Savi del Consiglio Nazionale Forense, «ci ha lasciato un metodo proiettato verso il futuro», verso le nuove sfide che la giustizia deve affrontare. E tra i temi che gli stavano più a cuore c’è quello dei trojan di Stato, detti anche captatori informatici, software- spia che inseriti in un pc, tablet o cellulare ne prendono il controllo da remoto, con l’obiettivo di poter sorvegliare tutte le attività del suo proprietario. Il 31 gennaio, a quasi dieci mesi dal pronunciamento delle Sezioni Unite della Cassazione che ne hanno sdoganato l’uso solo per reati di criminalità organizzata e terrorismo, si è aperto il percorso legislativo sulla materia con la presentazione di un progetto di legge, primo firmatario l’onorevole Stefano Quintarelli. «Siamo sulla buona strada verso la regolamentazione dell’uso dei trojan da parte della magistratura e della polizia», commenta il professor Cesare Pinelli, Ordinario di Diritto Costituzionale alla Sapienza di Roma. «È legittimo nutrire preoccupazioni per questi metodi così invasivi», aggiunge Nello Rossi, avvocato generale della Corte di Cassazione, «tuttavia non possiamo rassegnarci a perdere il controllo delle informazioni che passano sui moderni canali di comunicazione come Whatsapp in un periodo in cui il terrorismo rappresenta una grande minaccia». Bisogna fare però attenzione – e su questo hanno concordato Rossi, Canzio e in passato anche Randazzo – circa l’utilizzo indiscriminato e strumentale dell’imputazione di criminalità organizzata elevata a carico dell’indagato al solo scopo di sottoporre quest’ultimo a queste nuove forme di controllo da remoto.

 

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