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Provocazione di D’Ascola: “La violenza sessuale impunita? Ecco perché serve la prescrizione”

Intervista al presidente della Commissione giustizia del Senato: "Se quel reato non si fosse estinto non avremmo mai saputo che il processo è durato 20 anni e casi patologici come quello di Torino diventerebbero la norma"
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Lo stupro di una bambina rimasta impunita a Torino? Il senatore Nico D’Ascola, presidente della commissione Giustizia, dice che è la prova provata che la prescrizione serve. E in un’intervista al Dubbio spiega il perché di questo paradosso. «No, la prescrizione non c’entra. Il processo per violenza sessuale interrotto a Torino dimostra esattamente quanto sia indispensabile l’istituto dell’estinzione del reato». Il senatore Nico D’Ascola, presidente della commissione Giustizia di Palazzo Madama, è un parlamentare poco interessato alle astuzie della comunicazione. Dice quello che pensa, da avvocato. Certo sembrerà temerario affermare che la prescrizione si rivela utile proprio in un caso caso doloroso come quello di una bambina soccorsa dai vicini oltre vent’anni fa dopo l’ennesimo abuso del patrigno. Tanto più temerario visto che proprio l’aula del Senato tornerà a discutere martedì prossimo di processo penale e prescrizione. La materia vede D’Ascola chiamato direttamente in causa: il testo del ddl è frutto di faticosi compromessi raggiunti proprio nella commissione presieduta dal senatore di Ncd. A questo punto diranno che i processi devono durare all’infinito, senatore.

Chi dovrebbe dirlo?

Le opposizioni, i cinquestelle.

La vicenda di Torino dimostra il contrario.

In che senso?

Un processo per violenza sessuale non può durare vent’anni,. Quello che è successo ha a che vedere con la patologia. È un fatto eccezionale. Ma intanto ne siamo venuti a conoscenza proprio perché il procedimento si è interrotto.

Quindi non ha senso dire che se quel reato orrendo resterà impunito è perché la prescrizione ha salvato il colpevole.

Assolutamente no. Qualunque avvocato o magistrato può attestare che per definire un caso di violenza sessuale non ci vogliono vent’anni. Anzi, credo che nell’esperienza personale di qualunque operatore del diritto non si ricordi un giudizio del genere durato così a lungo e, per questo, caduto in prescrizione. Ci vuole molto meno tempo per arrivare a sentenza definitiva su vicende assai più complicate.

E allora cosa è successo a Torino?

Siamo nell’ambito della patologia. Del fatto eccezionale. Potrebbe trattarsi del momentaneo smarrimento del fascicolo. Sappiamo bene che i tempi della giustizia, a Torino e in Piemonte, non sono questi.

Prima dell’attuale presidente, al vertice della Corte d’Appello c’era un magistrato, Mario Barbuto, diventato famoso per un’organizzazione del lavoro che aveva consentito di abbattere l’arretrato e che era poi stata presa a modello da via Arenula.

Appunto. Si tratta di un’anomalia e per questo l’ispezione ordinata dal ministro Orlando è necessaria. Mi limito a osservare che in questi casi sono importanti anche le segnalazioni della Procura generale, oltre che l’organizzazione della Corte d’Appello.

Ma perché considera la prescrizione addirittura opportuna, in una vicenda simile?

Perché fa emergere il caso patologico di un processo ventennale, che altrimenti sarebbe rimasto ignoto, e soprattutto perché se in queste circostanze anomale e patologiche non si arrivasse alla prescrizione, la patologia diventerebbe la regola. Si darebbe cioè per ammissibile che un processo duri anche più di vent’anni, di fatto in eterno. La prescrizione qui interviene per dare una soluzione definitiva a un caso che la giustizia avrebbe dovuto decidere prima.

Sul ddl penale ci sono senatori del suo gruppo, Area popolare, che potrebbero votare contro proprio per il previsto allungamento dei termini di prescrizione?

L’impegno di lealtà che il mio gruppo ha preso verrà mantenuto. Non posso parlare a nome di senatori di altre formazioni moderate, ma per quelli di Area popolare sì. Siamo arrivati a una soluzione per noi sofferta, ma è un punto di bilanciamento se si pensa da dove eravamo partiti: dalla pretesa cioè che il termine decorresse non dal compimento del reato ma dalla notitia criminis, e che il decorso della prescrizione si interrompesse definitivamente dopo la sentenza di primo grado, persino in caso di assoluzione. Ho spiegato il valore dell’accordo raggiunto sia ai senatori che ai deputati di Area popolare, e hanno mostrato di condividere la mia valutazione.

Persino parte dell’Anm in effetti giudica accettabile la soluzione trovata. Dal loro punto di vista si ottiene comunque più tempo per la definizione del giudizio. Ma mi faccia dire che se pure la riforma del processo arriverà alla sospirata approvazione definitiva, bisognerà già metterne in cantiere un’altra.

Di che tipo?

Dobbiamo fare i conti con la realtà: da una parte abbiamo l’obbligatorietà dell’azione penale, che io considero irrinunciabile perché rende effettivo il principio di uguaglianza, ma dall’altra parte c’è un diritto penale sostanziale elefantiaco. I due aspetti messi insieme rendono ingestibile la situazione.

E come se ne esce?

Un sistema rigido può produrre anche casi estremi come quello di Torino. Lo si supera innanzitutto declassando alcuni reati a illeciti amministrativi. Più in generale uno Stato dispone di diverse possibilità di intervento punitivo, e quello penalistico dovrebbe essere riservato ai casi più gravi. Voglio dire che fin quando c’è in gioco la limitazione della libertà personale il procedimento penale è irrinunciabile. Ma per altre situazioni si potrebbe tornare a un diritto di polizia, sacrificato oggi in nome della totale giurisdizionalizzazione degli illeciti. Se non vogliamo restare schiacciati dai fascicoli dobbiamo accettare che il processo non resti l’unica via possibile.

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