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Anish Kapoor, quando l’arte si fa carne viva

Dopo 10 anni le opere dell'artista indiano tornano a Roma in esposizione al Macro fino al 17 aprile
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«Nell’opera di Kapoor, la tradizione e la funzione della scultura, con tutto il suo bagaglio storico e retorico, si trasforma e si dona come un corpo vivo e interattivo, che innesca una dialettica con gli archetipi dell’umano, con quegli elementi e quelle matrici comuni ed universali che dalla percezione del proprio corpo e quello degli altri, al rapporto con le forze della natura, li trascrive in segni autonomi e speculari al contempo».

Così Mario Codognato, curatore della mostra Anish Kapoor – fino al 17 aprile al Macro di Roma (mancava da 10 anni) – rileva quel doppio percorso di identificazione e straniamento che caratterizza da una parte la produzione dell’artista indiano e dall’altra il processo di ricezione della medesima. A oltre dieci anni dall’ultima esposizione italiana, la rassegna propone una serie di dipinti e rilievi composti da strati aggettivanti di silicone rosso e bianco e pittura – come Internal Object in Three Parts (2013-2015), esposto lo scorso anno tra i quadri di Rembrandt del Rijksmuseum di Amsterdam, Hung (2016), Unborn (2016), Flayed e Flayed II, entrambi del 2016 – e sculture-architetture di grandi dimensioni, di cui è ideale compendio Sectional Body preparing for Monadic Singularity (2015), presentato per la prima volta all’aperto nel parco della Reggia di Versailles.

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Considerato fra i maggiori artisti contemporanei, Anish Kapoor nel 1990 rappresenta la Gran Bretagna alla XLIV Biennale di Venezia, dove viene premiato; dopo aver vinto l’anno seguente il Turner Prize, viene insignito di prestigiosi riconoscimenti internazionali quali il Praemium Imperiale (2011) e il Knight Bachelor (2013). Le sue opere trovano posto nelle più importanti collezioni private e istituzioni museali di tutto il mondo, come il Museum of Modern Art di New York, la Tate Gallery di Londra, la Fondazione Prada di Milano e il Guggenheim Museum di Bilbao.

«La materia – sottolinea a tal proposito lo storico d’arte e saggista Costantino D’Orazio – non è fatta soltanto di volume, ma anche di vuoto. È questo l’assioma su cui lavora Anish Kapoor. Un oggetto non si limita a riempire uno spazio, ma determina l’assenza che vi si dispone intorno. Il continuo rimando tra pieno e vuoto, tra presenza e assenza, concavo e convesso, dentro e fuori, costituisce il percorso su cui si sviluppa la sua opera».

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Espressioni liminari, i lavori di Kapoor si sostanziano di interazioni fra opposte polarità della cui sintesi ideale la percezione dello spettatore diventa parte integrante e imprescindibile. Processo d’interpolazione che si fa evidente in opere quali Thrown between him and her (2010), Dissection (2012) e Foetal (2012), in cui la superficie della tela si offre alla dischiusura di una fisicità organica e viscerale. Fenditure, squarci, cavità e ferite rappresentano altrettante soglie che, ravvivando la dialettica interno/esterno, disvelano realtà intime e carnali, nuda materia che nella sua scabra esibizione assurge ad una dimensione a un tempo archetipica ed epifanica. «Se i quarti di bue – annota Codognato – che collegano Rembrandt a Soutine, a Bacon a Kounellis, si stagliano sulla superficie pittorica o in una struttura spaziale come oggetti e volumi separati, nei lavori di Kapoor, l’essenza e la trama della carne macellata invade tutto lo spazio a disposizione, da simbolo diventa soggetto e materiale al contempo».      

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