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Ma per chi Lavora Julian Assange?

Dalle elezioni americane a quelle francesi, il controverso fondatore di Wikileaks sembra seguire un metodo: colpire esclusivamente i nemici del Cremlino
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Iniziò tutto in una piccola casa di Reykjavik. Era il 30 marzo 2010 quando un programmatore informatico di origine australiane si presentò per affittarla. Un manipolo di attivisti e hacker principalmente islandesi, dodici computer e un video sui marines americani che da un elicottero uccidono 18 civili in Iraq: nacque così WikiLeaks e con essa la fama di Julian Assange.

«È compito del giornalismo denunciare gli abusi del potere. Quando lo facciamo di solito segue una cattiva reazione. Se la vediamo siamo stimolati a continuare a fare quello che facciamo» è una famosa massima di Assange. Le storture del carcere di Guantanamo, le ricerche sul climate change, la corruzione dei politici in Kenya, i manuali di Scientology sono solo alcune delle vittime dei leaks di Assange e compagnia. I documenti vengono rubati o procurati da fonti anonime e WikiLeaks le pubblica senza alcun filtro. Agli esordi alcuni giornali come The Guardian e The New York Times prendevano accordi con WikiLeaks per pubblicare i dispacci, poi Assange ha deciso di mettere tutto sul sito senza alcuna mediazione. Ricercato dalla polizia svedese perché accusato di stupro da due donne, voluto dagli Stati Uniti che potrebbero incriminarlo per aver attentato alla sicurezza nazionale, da quattro anni e mezzo Assange gode della protezione politica dell’ambasciata dell’Ecuador a Londra. In questo frangente, WikiLeaks sembra aver cambiato la sua missione.

«Potrebbe essere una coincidenza, ma è buffo che Assange abbia dispacci o e- mail su qualsiasi candidato che possa urtare Mosca. Ora è il turno di Macron» twittava qualche giorno fa Nick Robinson, conduttore sulla BBC di The Inquiry.

«Nick, WikiLeaks ha twittato informazioni su tutti i candidati alle presidenziali. Macron è solo l’ultimo» ha risposto l’account dell’organizzazione. È vero che andando su WikiLeaks si trovano più di 1.000 file su Marine Le Pen, ma sono quasi tutti relativi alla sua «maggior popolarità rispetto a Sarkozy» o su sondaggi benevoli al suo Front National. Invece le rive- lazioni su Emmanuel Macron, ex ministro di Hollande candidato alle presidenziali con il movimento En Marche che sta volando nei sondaggi, sono già state anticipate da Sputnik, uno dei media che il Cremlino usa per la sua propaganda. Sul sito si legge che Macron sarebbe «legato alle banche statunitensi» e che agirebbe per conto degli Usa, oltre ad avere una storia personale «dubbia» ed essere apertamente appoggiato dalla «lobby gay».

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Non è la prima volta che Assange viene accostato a Putin. Il caso più eclatante è lo scandalo delle elezioni americane, quando la e- mail di Hillary Clinton e del capo del suo staff John Podestà furono hackerate. Secondo l’intelligence americana i colpevoli erano gli 007 russi, che poi avrebbero passato i dispacci a Wiki-Leaks. Assange ha sempre negato, ma molte evidenze giocano a suo sfavore: da tempo WikiLeaks non si occupa di casi legati alla Russia ( «perché nessuno parla con noi» si difende Assange); quando Edward Snowden, l’analista che ha rivelato lo spionaggio della American National Security ( NSA), era braccato dalla giustizia americana trovò riparo in Russia grazie alla mediazione di WikiLeaks; e soprattutto Assange ha uno show personale su Russia Today, la tivù ufficiale del Cremlino. Questa vicinanza non piace nemmeno a parte del partito repubblicano di cui fa parte il presidente Donald Trump.

Quando Assange era nemico numero uno degli Usa, l’allora Tycoon dichiarò che per aver pubblicato il video sui marines Assange si sarebbe meritato «la pena di morte, o qualcosa del genere». Più recentemente, quando mezza America si chiedeva se il suo nuovo presidente fosse stato eletto grazie ai brogli russi, Trump ha citato Assange in sua difesa, dopo aver detto in campagna elettorale di «amare» WikiLeaks.

Graziata da Barack Obama Chelsea Manning, la fonte del video sui marines, piazzato Snowden a Mosca, Assange si comporta come se avesse le mani libere e la coscienza pulita. Dopo essersi detto disponibile all’estradizione negli Usa in cambio della grazia alla sua prima fonte per poi ritrattare, adesso Assange rischia di essere sfrattato dall’Ecuador, stanco di pagare il prezzo economico e politico dell’ingombrante ospite, la cui prigionia è stata riconosciuta «illegale» anche dall’Onu. La sua presenza sui media di mezzo mondo è esponenzialmente aumentata e le sue prese di posizione contro Hillary Clinton e «qualsiasi candidato che possa urtare Mosca» non si fanno mai attendere. Appare legittimo chiedersi se Assange e WikiLeaks siano ancora del tutto indipendenti.

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