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Sognò l’Europa unita e fondò il Partito Radicale. Chi si ricorda di Ernesto Rossi?

Cinquant'anni fa moriva uno degli autori del "Manifesto di Ventotene": liberale, socialista, libertario e anticomunista diceva di sé: "Per i rivoluzionari sono un conservatore, per i conservatori sono un rivoluzionario"
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Alla voce Ernesto Rossi, le enciclopedie vi informeranno che nasce a Caserta, il 25 agosto del 1897 e muore a Roma, il 9 febbraio del 1967: doppio anniversario, dunque: 120 anni dalla nascita; 50 dalla morte. Volendo, ce n’è anche un terzo, che sessant’anni fa a Sorrento, moriva Gaetano Salvemini: il grande storico e meridionalista ( vero, meridionalista), antifascista quando pochi lo sono, che considera Rossi quel figlio che non ha avuto… Occasioni e “pretesti” dunque, per occuparsi di Rossi non mancano. Per ricordare il grande esempio di onestà, competenza e rigore ( merce sempre più rara) che questo grande italiano ci ha lasciato con il suo pensiero e il suo alacre “fare”: come politico, come giornalista. Lo troviamo nel gruppo fiorentino del “Non mollare”: quello straordinario sodalizio di coscienze libere che oltre a Salvemini, annovera Carlo e Nello Rosselli, Tommaso Ramorino, Nello Traquandi; e poi nel Partito d’Azione, nel settimanale Il Mondo di Mario Pannunzio, di cui è una delle colonne portanti; e fondatore del Partito Radicale. Le suddette enciclopedie diranno anche che con Altiero Spinelli ed Eugenio Colorni è l’autore del “Manifesto di Ventotene”, elaborato appunto in quell’isola, nei giorni in cui patisce il confinio inflittogli dal regime fascista. Con Spinelli e altri è il padre del federalismo europeo; autore di libri, inchieste, articoli che andrebbero studiati con cura: per lo stile cristallino, per il rigore e la minuzia dell’informazione fornita; per l’acume e l’originalità delle conclusioni che trae… Un italiano di un’altra Italia; strade e piazze in ogni paese e città dovrebbero essere intitolate a suo nome; e per esempio la raccolta delle lettere scritte dal carcere, “L’elogio della galera” non hanno davvero nulla da invidiare ad altri, più famosi carteggi; e tanto possono ancora oggi insegnare e spiegare di quel che succede, “figlio” del già accaduto. E si dovrebbe, a questo punto, fare un discorso relativo alla “memoria” e alla sua importanza; e le ragioni per cui c’è chi lavora con grande impegno perché questa “memoria” sia smarrita.

Il titolo di un convegno di vent’anni fa a Pallanza, nel carcere che sotto il fascismo lo “ospita” spiega bene chi è Ernesto Rossi: “il grande accusatore degli abusi e dei privilegi di regime, nonché della politica parolaia delle opposizioni”.

Rossi è ancora oggi vittima di un’operazione che non bisogna aver remora di denunciare. Il suo è stato un antifascismo cristallino e senza cedimento alcuno: in carcere e al confinio ha trascorso gli anni della giovinezza, e avrebbe trascorso anche quelli della piena maturità, se il regime fascista non fosse stato abbattuto. Antifascista senza essere comunista o cattolico, militante in quelle organizzazioni che non sono “organiche”, ad ogni modo la sua presenza in qualche modo viene sopportata; l’Ernesto Rossi antifascista, per esempio, viene benissimo e con cura descritta nell’einaudiano “Una storia italiana” di Giuseppe Fiori.

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È con l’Ernesto Rossi che pensa, opera, scrive dopo il fascismo, che si fa i conti: con una sorta di inquietante sbianchettamento. È, infatti, il Rossi che contemporaneamente è antifascista, anticomunista, e lotta contro le prepotenze e le arroganze del potere vaticano. È il Rossi che si batte per gli Stati Uniti d’Europa; che invoca una moderna legge antimonopolistica per riformare la Borsa; che si scaglia contro i continui compromessi tra Dc e Pci e non si rassegna alle complicità e alle pavidità dei laici. È il Rossi che non giudica il fascismo un accidente da attribuire all’iniziativa criminale di Mussolini, ma lo considera il frutto di tutta la nostra storia, e che può vantare su solidissimi sostegni: monarchia, Vaticano, potentati economici. È il Rossi che si batte contro quelli che chiama “i bischeri” del comando; che coniuga il rigore e la serietà economica di Luigi Einaudi con la passione civile di Salvemini, e quotidianamente denuncia fatti e misfatti dei “padroni del vapore”.

Per quel che riguarda gli “sbianchettamenti”. Fondatore del Partito Radicale, in tanti si adoperano nel chiarire che tuttavia coi radicali di Marco Pannella, Rossi ha poco o nulla a che fare.

Vediamo. Siamo nel 1966; già da anni opera il “nuovo” Partito Radicale”, una pattuglia di liberali- liberisti- libertari, si chiamano Pannella, Angiolo Bandinelli, i fratelli Aloisio e Giuliano Rendi, Gianfranco Spadaccia, Massimo Teodori… Il loro simbolo è ancora quello della Marianna, risale al Partito di Pannunzio, Bruno Villabruna, Nicolò Carandini, Francesco Libonati, Leopoldo Piccardi… Ho sottomano un numero di “Agenzia Radicale” di quei giorni. Pubblica in prima pagina un articolo di Rossi: “Al Partito Radicale per un voto anticlericale”. Rossi in quell’articolo spiega le ragioni per cui non può e non vuole dare il suo consenso al Psi e al Pri. Perché neppure prende in considerazione il Pci, e voterà Psiup solo e unicamente perché in quelle liste ci sono candidati radicali. Una battaglia anticlericale, chiosa Fiori nel citato libro, “condotta in sordina”.

Davvero in sordina. Nel 1966 Rossi pubblica “Pagine anticlericali”; su “Agenzia Radicale” del 1967, proclamato anno anticlericale ( iniziative politiche per l’abrogazione del Concordato) compare il testo di un appello di cui Rossi è primo firmatario; proprio Rossi deve presenziare la manifestazione anticoncordataria al teatro Adriano di Roma, fissata per il 12 febbraio. Ne viene impedito perché tre giorni prima muore. Alla moglie Ada, confida, ammiccante e soddisfatto: “Vuoi vedere che quei pazzi di radicali ancora una volta hanno ragione? “. Alla veglia sono in pochi: la moglie Ada, Pannella, Bandinelli, Spadaccia, Giuseppe Loteta, Mario Signorino… Sempre su quel numero di “Agenzia Radicale” altri due articoli di Rossi. Questo per dire della “sordina”, del “poco o nulla a che fare”.

La biografia e l’impegno di Rossi sono scandite dai titoli delle sue opere: danno ben l’idea del suo proporre, del suo agire: si va da “No al fascismo”, al “Sillabo”; da “Abolire la miseria” a “Capitalismo inquinato”; da “Critica del capitalismo” a “Critica del sindacalismo”; da “I padroni del vapore” a “Il manganello e l’aspersorio”; da “L’Europa di domani” a “Viaggio nel feudo di Bonomi”; da “Pagine anticlericali” a “Settimo non rubare”; e quanti ne ho omessi. Protagonista di un celebre “scontro” radiofonico nel 1957 con il presidente di Confindustria di allora Angelo Costa a brutto muso dice quello che pochi si limitano a bisbigliare: “Non mi sono mai preoccupato che gli industriali guadagnassero troppo. Mi sono preoccupato che rubassero troppo. E mettendo in luce questa consuetudine di alcuni di loro, ho sempre creduto di scrivere in difesa del bene comune”.

Ha anche una diretta esperienza amministrativa. Finita la guerra, il governo si pone il problema di liquidare i beni e i materiali bellici confiscati al nemico, o abbandonati dagli eserciti alleati ( e si tratta di milioni e milioni di allora, sui cui industriali rapaci e di nessuno scrupolo hanno messo sopra gli occhi, e vorrebbero metterci le mani); si costituisce l’Arar ( Azienda Rilievo Alienazione Residuati). Il presidente del Consiglio di allora, Ferruccio Parri, e il suo successore Alcide De Gasperi, pongono l’Arar sotto la direzione di Rossi. Uno dei pochissimi casi in cui beni pubblici sono “liquidati” avendo ben cura di tutelare il pubblico bene: nessuna speculazione, nessuna tangente, nessuna corruzione; Rossi di suo pugno redige relazioni esemplari per chiarezza espositiva, leggibili e comprensibili da chiunque, perfino chi scrive.

Un italiano così, liberale e socialista, radicale e libertario, anticlericale e anticomunista, “figlio” di Salvemini e di Antonio De Viti De Marco, non poteva che essere ostracizzato; in vita e in morte.

Una volta Rossi parlando di sé, dice: “Per i conservatori sono un rivoluzionario; per i rivoluzionari sono un conservatore”. Penso che Rossi, pur tra le non poche amarezze, alla fine si sia anche un po’ divertito, e perfino, forse, compiaciuto per la situazione in cui si è venuto a trovare. La situazione di D’Alambert, raccontata con invidia da Voltaire: “Riesce a essere contro i gesuiti e contro i domenicani insieme”. Essere contro i gesuiti e contro i domenicani significa dover pagare prezzi molto alti. Rossi quei prezzi li ha pagati, come li deve pagare chiunque si comporta come lui; e non piega la schiena.

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