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Che pena lo Stato feroce!

Tenere in prigione una bambina di 14 mesi è un atto barbaro e disumano
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Scusate se insistiamo su questo punto, magari saremo noiosi, però ci resta la speranza che a un certo punto qualcuno ci ascolterà: il concetto di “umanità” nei rapporti tra Stato e cittadino – anche di cittadini o cittadine colpevoli o sospettati di essere colpevoli – non è un fatto letterario ma è una precisa disposizione della Costituzione. La Costituzione non è semplicemente una carta che stabilisce come si vota. Lo Stato feroce che tiene in cella una bambina piccola e malata

O come si eleggono i deputati e come ci si distribuisce il potere: è anche un testo che definisce in modo chiaro i “principi” essenziali della convivenza. Tra questi principi c’è l’umanità, verso i carcerati, prevista, e imposta, dall’articolo 27. L’umanità.

Ora, ditemi quel che vi pare, ma tenere in prigione una bambina di 14 mesi, malata e che ha bisogno di cure continue, perché non si ritiene opportuno concedere gli arresti domiciliari alla mamma, che è accusata di reati non gravissimi e che ha altri due bambini piccoli da allevare, ditemi se vi pare che sia un comportamento che ha qualcosa a che fare con l’umanità.

Proprio sul “Dubbio” di ieri abbiamo parlato di qualcosa di molto simile: il caso di un detenuto trentacinquenne, gravemente malato, morto da detenuto perché il tribunale aveva rinviato l’istanza di scarcerazione per motivi di salute avanzata dai suoi legali. Avevamo sollevato la stessa questione: l’umanità. Stavolta però il caso è ancora più clamoroso. Non stiamo parlando di una persona adulta, ma di una bambina piccola piccola. Non stiamo parlando di omicidio, ma di innocenza pura. E anche la mamma di questa bambina, prigioniera a Cagliari, non pare che sia una pericolosa assassina. E allora? Forse bisogna provare a intendersi su cosa è o cosa deve essere il carcere. Dovrebbe essere uno strumento estremo di difesa della società, che lo utilizza solo quando non ci sono altri mezzi per garantire la sicurezza della comunità. Dice la Costituzione che serve alla rieducazione dei colpevoli, e che questa è la sua missione. Ma quale diavolo di principio educativo si nasconde dietro la decisione di tenere in cella una neonata malata? Che lezione si impartisce ai carcerati offrendo loro una dimostrazione evidente e arrogante di ferocia?

Il problema è che il carcere viene in realtà concepito da chi ha l’autorità, in modo del tutto diverso da quello che era stato immaginato dai “padri costituenti”. La politica e i giornali, e le tv, lo concepiscono come un mezzo di punizione che accontenti l’opinione pubblica. Una parte della magistratura, spesso, lo utilizza come strumento di indagine. Le serve per far pressione sugli arrestati, farli parlare, convincerli ad aiutare le inchieste. Sono assolutamente minoritari, e quasi invisibili, quelli che cercano di far notare che esiste una Costituzione e che va rispettata anche quando difende i pezzi più deboli e vituperati della società. Un pugno di volenterosi operatori sociali, le associazioni degli avvocati, il partito radicale, una trentina tra giornalisti e intellettuali. Chiuso. E tutti costoro sono trattati in genere da rompicoglioni, se tutto va bene, altrimenti da complici. Mentre i mass media sono pronti ad indignarsi per qualunque episodio di ingiustizia commessa dal potere politico, ma se ne infischiano se l’ingiustizia colpisce i carcerati.

Si è aperta sul carcere una gigantesca contraddizione e contrapposizione tra Costituzione materiale e Costituzione. Come mai? Forse la risposta sta in una osservazione che faceva mezzo secolo fa Piero Calamandrei. Diceva: «Vi è oggi nella vita pubblica italiana un elemento nuovo, che potrebbe essere decisivo per una fondamentale riforma delle carceri. Se nel 1904 gli uomini politici che avessero esperienza della prigionia si potevano contare nella Camera italiana sulle dita di una mano, oggi nel Parlamento della Repubblica essi sono certamente centinaia; solo nel Senato siedono diverse decine di senatori di diritto che hanno scontato più di cinque anni di reclusione per condanna del Tribunale fascista.

Mai come ora è stata presente nella nostra vita parlamentare la cupa esperienza dolorante della prigionia vissuta; se neanche questa volta si facesse qualcosa per cominciare a portare un po’ di luce di umanità nel buio delle carceri…» Proprio così. La Costituzione fu scritta da una classe dirigente che usciva dal fascismo e ne aveva sentito sulla pelle propria la ferocia. Oggi le classi dirigenti sono lontane mille miglia da quei problemi. E trovano nella ferocia un buon antidoto alla perdita di popolarità.

 

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