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L’Europa sta male, ma la Nazione sta peggio

Lo scontro tra globalizzazione e localismo al centro della crisi degli stati
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Che cosa è una nazione? La domanda non ha una risposta intuitiva. Ma come si dice è di estrema attualità. È cronaca di queste ore la dura trattativa del premier britannico Theresa May sulle clausole di uscita dall’Europa in un contesto generale in cui le nazioni si riaffacciano sulla scena politica in antagonismo a enti sovranazionali come appunto l’Europa. Ma le stesse nazioni, in un processo di scomposizione a domino, sono fatte oggetto di critica da parte di realtà territoriali e culturali più specifiche che le compongono dall’interno e che in mezza Europa cercano di riaffermare la propria autonomia. L’esempio del Regno Unito è il più attuale: Irlanda, Scozia, Galles dopo Brexit hanno ricominciato con forza a porre la questione dell’indipendenza da Londra.

Quello di “nazione” del resto è forse il termine più vago e controverso del vocabolario politico. Esso comincia a fare la sua comparsa con la Rivoluzione francese e da lì inizia ad assumere il significato con cui, anche oggi, viene comunemente usato.

Prima della rivoluzione dell’ 89 gli europei adoperavano questa espressione caricandola di valenze semantiche molto diverse e usandola per definire Stati regionali, realtà territoriali limitate o, al contrario, molto ampie, come l’intera Europa.

Nel Medioevo, come nota Boyd Shafer “un uomo doveva sentirsi prima di tutto un cristiano, poi un borgognone e infine un francese”, laddove dirsi francese era tutt’altra cosa da quanto significa oggi.

È dopo la Rivoluzione francese, e con il compiuto organizzarsi dello Stato moderno – il cui evolversi sta nel suo progressivo accentrarsi – che le identificazioni regionali e locali sono state cancellate dal riferimento alla nazione.

La nazione, intesa nella declinazione moderna del termine, è andata dunque costituendo un’ideologia compiuta di forte presa emotiva che ha finito col cancellare i superiori riferimenti religiosi o ideali, e a provocare la disintegrazione dell’ecumene cattolica e imperiale, idea la cui forza poggiava sul principio nell’universalità. Lo Stato moderno emerge infatti quando il re abbandona il suo status di primus inter pares e di vicario del Papa o dell’imperatore, forgiando un concetto di sovranità assoluta e confessionale Del resto, a parte il costruttivismo politico, la nazione, intesa come stato- nazione, non ha legittimità ulteriore all’ideologia che si è data. Ideologia che ha utilizzato di volta in volta, come “base scientifica”, gli elementi della razza, della lingua, della religione, o le ragioni dei cosiddetti confini naturali: dalla disposizione delle catene montuose al corso dei fiumi.

Sta di fatto che questo tipo di nazione, che noi abbiamo definito lo Stato Nazione, è dovuta ricorrere molto spesso alla coercizione per conquistare e mantenere il suo assetto unitario.

Così che lo Stato- nazione, lungi dall’essere quello che auspicava Renan parlando di nazione: “il risultato di un plebiscito quotidiano”, una “coscienza morale creata da uomini sani di spirito e generosi di cuore”; si è trasformato in un organismo politico il cui centro motore è il potere statuale.

Dentro questa prospettiva anche la comunità di popolo finisce col non essere più una comunità di persone che decidono liberamente di associarsi e di vivere insieme, ma un’entità definita dall’esterno sulla base di criteri di ordine politico, storico, linguistico o etnico.

Questa metanarrazione legittimante, che ha retto per tutto il Novecento, dimostra oggi però tutta la sua decrepitezza con la crisi della trascendenza del punto di vista dello Stato rispetto ai punti di vista particolari e con il moltiplicarsi di rivendicazioni autonomiste fondate sulla cultura delle appartenenze alle nazioni genuine e alle piccole patrie In Gran Bretagna del resto gli inglesi non hanno mai veramente sradicato le aspirazioni nazionali delle nazionalità celtiche: degli scozzesi, dei gallesi, della Cornovaglia.

In Spagna i castigliani non hanno mai messo fine al nazionalismo basco, catalano, andaluso e i francesi non hanno mai veramente domato i bretoni e i baschi. E si è visto che cosa è accaduto col collasso dell’Unione Sovietica, quando, all’indomani del crollo di quell’impero criminale, dozzine di nazionalismi sono risorti.

Si tratta di nazioni spontanee che con sempre maggiore forza esigeranno spazi e considerazione: una richiesta a cui la cultura politica deve dare risposta. E le risposte non possono più essere quelle del vecchio nazionalismo, ma quelle di una teoria post- moderna delle nazionalità: di una teoria cioè delle nazioni spontanee e per consenso.

Perché l’uomo, alla fine, quale creatura spirituale, non è schiavo né della propria razza, né della propria lingua, né della religione, né del corso dei fiumi, né della direzione delle catene montuose, né tanto meno dell’arbitrio politico di uno Stato centralizzato o delle oligarchie che lo occupano. Sicchè agli scozzesi, se lo vogliono, dovrebbe essere consentito di lasciare il Regno Unito e di diventare indipendenti, o di ricongiungersi a una confederazione Gaelica se esistesse questa intenzione.

Come è evidente che se l’Inghilterra concedesse agli irlandesi del Nord la possibilità di congiungersi con Dublino gran parte del territorio passerebbe alla repubblica del Sud, come sicuramente farebbero le contee di Tyrone e di Fermanagh di Down e di Antrim, assieme ad altre aree a nord di Belfast.

In questo senso e solo in questo, si potrebbe parlare di autodeterminazione dei popoli, allorquando cioè i popoli e le comunità volontarie saranno messe nelle condizioni di essere ciò che i singoli individui associati vogliono diventare, condividendo attraverso un contratto civile, la volontà di convivere e condividere insieme principi e valori.

Oggi, la minaccia contro l’autodeterminazione dei popoli e la loro specifica cultura, viene dalla fase suprema dello stato nazione, quel superstato mondialista a guida statunitense in via di definizione che, attraverso il globalismo giuridico, rischia di ricacciare indietro il processo di individuazione storicamente in corso delle patrie naturali.

Come avvenne per lo stato na- zionale moderno infatti, la vocazione imperialista del globalismo giuridico si manifesta nella diffusione di un pensiero unico che, a seconda di momenti e particolari congiunture, si presenta ammantato con la sua duplice retorica socialdemocratica o liberaldemocratica, strutturalmente tesa a garantire la gestione e il controllo delle risorse, della produzione, dell’economia, della cultura e del potere, alla classe politica organica al vertice dell’impero globale e alla sua logica verticistica e giacobina.

La prima fase dello Stato- Nazione, del resto, aveva subito manifestato la sua tendenza colonialista: strutturalmente votato all’esportazione del proprio modello dapprima ha aggredito in tutto il globo popoli il cui diritto di autodeterminazione è stato calpestato, poi, in seconda batuta, ha ingaggiato una lotta mortale contro entità a se simili, provocando con il disastro della prima guerra mondiale, la fine dell’ordine Europeo.

Il problema della nazione è stato ulteriormente aggravato dal wilsonismo ( una ricetta che avrebbe dovuto lenirne gli effetti più distruttivi) da quella concezione cioè secondo cui per garantire la “sicurezza collettiva contro l’aggressione” deve vigilare e all’occorrenza intervenire la “comunità mondiale” nella funzione di poliziotto internazionale. Una dottrina, quelle wilsoniana, che struttura quella stessa mentalità che oggi pretende di legittimare la costruzione di una Nazione- mondo e di un Superstato internazionale sotto la cui cap- pa ogni nazione genuina, ogni patria spontanea è condannata ad essere soffocata.

L’alternativa in tempo di globalizzazione al globalismo giuridico e all’organizzarsi definitivo di un Leviatano superstatuale, poggia oggi sulla cognizione geopolitica di un mondo pensato per grandi spazi culturalmente omogenei e composti di nazioni genuine liberamente confederate al loro interno.

Spazi dove il locale e il globale ( glocalismo) si intersecano in un modello a rete di connessioni volontarie verticali e orizzontali.

Che rimettono in discussione il profilo politico dell’Europa e dell’Occidente assieme all’artificialità delle organizzazioni politiche sorte col nascere della moderna statualità.

 

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