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Bianco: «Rifare l’Ulivo? Macché, l’hanno ucciso D’Alema e Rutelli »

«Quella stagione politica oggi non è più recuperabile. L'allora leader del Pds tentò un'azione di tipo egemonico che io contrastai apertamente»
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«Ricostruire l’Ulivo oggi? Quella forza politica non mi sembra più recuperabile». È lapidario Gerardo Bianco, storico esponente della Democrazia Cristiana e segretario del Partito popolare italiano proprio nella stagione ulivista, durante la quale contribuì in modo determinante alla nascita della coalizione che elesse Romano Prodi a presidente del Consiglio.

Proprio Romano Prodi, però, ha rilanciato l’ipotesi di un nuovo Ulivo. Impossibile?

Io onestamente mi chiedo in che senso intenda ricostruirlo. L’Ulivo degli anni Novanta è stata un’esperienza fondamentale per il Paese, ma che è stata dissipata con la logica del partito unico che sta alla base del Partito Democratico.

Eppure l’Ulivo viene spesso citato come fondamento del Partito Democratico.

Questo perchè spesso si dà un’interpretazione distorta di ciò che fu l’Ulivo, dal punto di vista storico. L’Ulivo non è mai stato una formazione politica unitaria nè era composto da forze politiche che puntavano a costituire un partito unico. Anzi, esattamente il contrario: quella alleanza puntava alla creazione, secondo lo spirito degasperiano, di una coalizione che desse all’Italia un progetto di governo fondato sul risanamento dell’economia e sull’inserimento del Paese nel quadro dell’Unione Europea.

Lei che contribuì a crearla, come ricorda la coalizione dell’Ulivo?

L’Ulivo non era una confusione di dottrine, ma si fondava sul principio di coalizione che aveva ispirato i governi De Gasperi nel 1947-’ 48. Le matrici politiche erano chiare ed erano state, in passato, anche in contrasto tra di loro. Da una parte c’era il socialismo del Partito democratico della sinistra e dall’altra il Partito popolare italiano, che era diretta eredità di De Gasperi e del suo ideale di un centro che guardasse a sinistra. Il 1995 rappresentò la sintesi di forze politiche, che però non perdevano la loro identità culturale. Chi cominciò ad alterare questo discorso, però, fu Massimo D’Alema.

Ad alterare in che modo?

D’Alema tentò un’azione di tipo egemonico all’interno dell’Ulivo, che io contrastai apertamente. Nel 1999, purtroppo, seguirono una serie di errori sia del mio partito, il Ppi, che delle altre componenti della coalizione, fino alla creazione della coalizione dell’Asinello. Quella scelta ridusse la forza del Partito popolare e iniziarono le spinte interne per la creazione di un partito unico, prima con la Magherita e poi con il Partito Democratico.

Lei non condivise questa scelta?

La Margherita era una formula più accettabile, perchè racchiudeva forze politiche omogenee. Il Partito Democratico, invece, fu una scelta sbagliata, la cui responsabilità ricade principalmente sul Francesco Rutelli. Così nacque l’idea del partito maggioritario e la fusione di forze politiche e culturali completamente diverse. Il risultato è un partito informe.

E in questo nuovo contenitore è impossibile ricostruire quello spirito ulivista che molti oggi richiamano?

Io penso che la forza politica dell’Ulivo che raccolse così largo consenso nel Paese, oggi, non sia più recuperabile. E’ stata dissipata con la logica del partito unico e soprattutto con la scelta del Partito Democratico di collocarsi in Europa nel Partito socialista. In questo modo è venuta a mancare la forza essenziale della tradizione dei cattolici democratici. Non dimentichiamo che fu la Democrazia Cristiana europea a creare l’Europa e questa componente è venuta meno, Se non il Partito Democratico, esiste oggi una forza politica che incarna questa eredità?

No, è rappresentata solo da singoli parlamentari. La matrice politica dei cattolici democratici del Partito popolare, però, è completamente persa e ignorata. Detto questo, oggi, il Pd è l’unico ad avere ancora una sua dignità ti partito, ma sconta tutte le debolezze dovute alla mancanza di una omogeneità di cultura politica. Per questo oggi si parla solo di leadership individuali e non di formazioni in grado di elaborare una dottrina politica coerente, dal punto di vista sociale, economico e istituzionale.

A proposito di leadership, a vent’anni di distanza dall’Ulivo, può essere ancora Romano Prodi a rilanciare il progetto?

Io credo che Prodi rimanga una risorsa importantissima. Lui interpreta l’essenza dell’Ulivo al massimo livello, perché la sua candidatura fu un momento di sintesi alta di quell’accordo di coalizione.

Guardando all’oggi, però, la figura del leader è incarnata da Matteo Renzi. Non potrebbe attualizzare i valori dell’Ulivo?

Renzi oggi è la forza del Pd, il problema è come riuscire a recuperare all’interno del suo Partito Democratico i valori dell’Ulivo, tenendo presente che il partito e quella coalizione non sono la stessa cosa. Renzi dovrebbe preoccuparsi di costruire un’asse concettuale e pratica soprattutto con l’Europa. Solo con questa bandiera saldamente in mano potrebbe avvicinarsi a ciò che l’Ulivo fu, spogliandosi di questo concetto dell’uomo forte che governa, come un salvifico deus ex machina.

Lei che non volle il Partito Democratico, crederebbe a un progetto di questo tipo?

Io sono uno che è stato costretto a votare il Pd perché non c’era nulla di meglio, anche se non l’ho mai gradito. Ciò non toglie che il Pd sia l’unica risorsa oggi in Italia per ricostruire la politica, ma per farlo dovrebbe depurarsi dei suoi personalismi e soprattutto dall’idea che le istituzioni siano finalizzate al potere e non alla costruzione di uno stato democratico.

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