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L’essere, il nulla e un bicchiere di gin

Come potevano menti così raffinate, si chiede l'autrice, credere alla palingenesi umana promessa dal comunismo? Le risposte nelle loro vite, nel libro di Sarah Bakewell
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Il New York Times ha inserito l’ultimo libro di Sarah Bakewell, già autrice di una fortunata biografia di Montaigne, fra i dieci migliori libri del 2016. Il libro è uscito in contemporanea anche in Italia, pubblicato dall’editore Fazi con il titolo Al caffè degli esistenzialisti. Libertà, Essere e Cocktail ( traduzione di Michele Zurlo, pagine 470, euro 20).

Rispetto al titolo inglese scompare la parola apricot: l’allusione dell’attrice non è infatti a generici aperitivi, ma a quello all’albicocca che è la ‘ specialità della casa’ al Bec- de- Graz. Fu proprio in questo bar infatti che si incontrarono, fra il 1932 e il 1933, tre giovani amici e compagni di studi: Jean Paul Sartre, Simone de Beauvoir e Raymond Aron. Fu, in particolare proprio quest’ultimo, reduce da un viaggio di apprendimento in Germania, proprio a Friburgo ove operava Edmund Husserl, che parlò per la prima volta agli altri due commensali del «metodo fenomenologico», cioè del programma husserliano di «andare alle cose stesse». Ad esempio, fu questo l’esempio che fece Aron, proprio al cocktail all’albicocca che stavano degustando in quel momento. «Andare alle cose stesse» significa, per Husserl e la sua scuola, considerare direttamente i «fenomeni», cioè ciò che appare davanti a noi sulla scena del mondo e a cui spesso non prestiamo la dovuta attenzione. Oppure affrontiamo con la mente ingombra di idee ricevute, preconcetti e pregiudizi. Il «metodo fenomenologico» imponeva di fare astrazione ( epoché) da tutto il pregresso e di considerare tutto l’apparire come oggetto degno di studio: fosse pure esso un semplice e banale cocktail all’albicocca.

È da qui che si dipana la storia raccontata, in modo lieve e godibile ma mai banale, da Sarah Bakewell: la storia di un movimento filosofico, l’esistenzialismo, che può essere, da una parte, considerato una filiazione eretica, e comunque autonoma, della fenomenologia; e, dall’altro, una stimmung, una menta- lità che da Parigi, grazie a Sartre e alla De Beauvoir, si sarebbe, nel dopoguerra, diffusa in tutto l’Occidente, e anche nel terzo mondo ( ad esempio nel cosiddetto pensiero anti e post colonialistico).

Fra Husserl e Sartre c’è però un terzo incomodo in questa storia, un altro ‘ pezzo da novanta’, a sua volta considerato padre dell’esistenzialismo, ma che mai si riconobbe in questa definizione. E che, soprattutto, proprio nei primi anni Trenta, riorientava in un senso opposto all’esistenzialismo, soprattutto nella versione umanistica che sarà propria di Sartre, il suo primigenio pensiero affidato all’’ analitica esistenziale’ di quel capolavoro che indubbiamente è Essere e tempo ( 1927). D’altro canto, l’Essere e il nulla, il capolavoro sartriano del 1943, è a suo modo una sfacciata riscrittura in un senso empirico che Heidegger non avrebbe potuto mai accettare della descrizione fenomenologica dell’essere umano concreto avviata da Heidegger. La storia di Bakewell si svolge perciò soprattutto in due luoghi: la Parigi degli esistenzialisti veri e propri e la baita di Todnauberg, nella Foresta Nera, in cui per lo più visse e operò il ‘ mago di Messkirch’, come era pure chiamato Heidegger. La capacità in cui l’autrice eccelle è quella di accompagnarci per mano alla scoperta delle molteplice connessioni, cioè dei rapporti umani e ideali, delle relazioni di amicizia o anche di odio, fra i protagonisti di questa storia, che è la storia di un bel pezzo della filosofia novecentesca.

È in questo contesto che si stagliano le personalità dei protagonisti della vicenda e le idee che mano a mano vanno elaborando e che in qualche modo noi oggi cataloghiamo sotto il nome di ‘ esistenzialismo’. È un libro sicuramente divulgativo quello della Bakewell, che non va mai ( o dà l’impressione di non andare mai) in profondità, ma che non per questo, anche quando illustra importanti concetti filosofici, scade nel banale o peggio nel poco rigoroso. Esso introduce in maniera efficace alle tematiche filosofiche anche chi mai la filosofia ha coltivato, ma non urta mai la suscettibilità degli esperti, fra l’altro carezzata con l’ampia mole sia di note sia di libri e documenti consultati che troviamo alla fine del volume. Senza contare che l’impianto storico- sincronico fa capire meglio molti passaggi anche a chi per mestiere o vocazione commercia da sempre con certe idee. Il tono lieve e apparentemente superficiale, che è forse il motivo principale del successo del libro, scaturisce in verità anche da un modo di vedere la vita che ha la Bakewell e che ha poca cittadinanza purtroppo fra i filosofi di professione, pur essendo motivato da una scelta a suo modo ‘ filosofica’. Un modo di vedere che, contrariamente a quanto lei pensa, non è che c’entri più di tanto con l’esistenzialismo storico preso nel suo complesso. Ce lo illustra l’autrice stessa a conclusione del suo libro: «Quando lessi Sartre e Heidegger per la prima volta, non pensavo – scrive – che i dettagli della personalità e della biografia di un filosofo fossero importanti. All’epoca, era questa l’opinione convenzionale in campo filosofico, ma ciò derivava anche dal mio essere troppo giovane per avere abbastanza sensibilità storica. Mi intossicavo con i concetti, senza tener contro del loro legame con gli eventi e con tutti i dati bizzarri delle vite dei loro ideatori. Poco importava della vita; a contare erano le idee. Trent’anni dopo, sono giunta alla conclusione opposta. Le idee sono interessanti, ma le persone lo sono di gran lunga di più». Ecco perché, i personaggi che della sua storia più affascinano l’autrice sono Simone De Beauvoire, la cui biografia è piena di dettagli umani e di ‘ idee incarnate’, e Maurice Merleau Ponty, che ella definisce come «l’eroe intellettuale della sua storia» e «il filosofo felice delle cose come sono». D’altronde, quella esistenzialistica, ovviamente nella versione parigina, era una filosofia ‘ mondana’, non solo nel senso ‘ engagé’ che era soprattutto di Sartre e della De Beauvoir, ma anche in quello che era una sorta di ‘ spirito del tempo’ vissuto di un momento particolare della vita sociale parigina: quasi una moda, che contagiava scrittori, uomini dello spettacolo, cantanti come Juliette Greco, un po’ la loro musa. Era lo stile esistenzialista che fece di Parigi la capitale più à la page e che attirò nella città una sorta di turismo intellettuale, comunque persone non banali e sempre interessanti. Questo tempo finì negli anni Sessanta, allorquando in ambito teorico prevalsero le filosofie dello strutturalismo e in ambito sociale la corrente engagé seppellì quella più ‘ frivola’ e dette vita alla rivolta studentesca. La quale rappresentò, all’una tempo, l’apogeo e la crisi degli ideali di ribellione e emancipazione umana degli esistenzialisti, ormai confluiti in un sinistrismo basato più sui diritti delle minoranze che non sulla questione sociale. Sartre fu riconosciuto dagli studenti come il grande padre, e come tale fu celebrato, ma anche sostanzialmente come un uomo appartenente a un’altra epoca o generazione alla quale più che un omaggio formale non poteva concedersi. Lo stesso omaggio Sartre ebbe il giorno del funerale, ove una massa di cittadini abnorme si raccolse attorno al feretro. C’era anche Aron, l’anti- Sartre, come è stato definito, ma cui pure, paradossalmente, tutta la vicenda ha preso inizio. Come potevano menti così raffinate, si chiede la Bakewell, credere alla palingenesi umana promessa dal comunismo? E come poteva Heidegger sottrarsi a un’assunzione piena di responsabilità ( a cui lo avevano chiamato i suoi allievi, a cominciare dalla sua amante Hannah Arendt) nei rispetti delle nefandezze di Hitler e dei suoi accoliti? La storia è tragedia, cioè un miscuglio di bene e male, a cui forse si può rispondere solo con la leggerezza non banale di chi prova di realizzare non il Bene particolare, ma ( lo diceva proprio Arendt) quello particolare, e solo alla nostra portata, di ci sta vicino. Al Merleau Ponty che sogna la rivoluzione l’autrice preferisce, e noi con lei, quello disincantato e che balla sfrenato nei locali parigini. Qual è il senso complessivo dell’esistenzialismo? Io, sulla scia di quel che è scritto in queste pagine, mi sentirei di dire che è sicuramente una filosofia dell’individuo e della concretezza, umanistica e fallibilistica. E a questo elemento non può non farcela amare. Ciò che però più non possiamo amare, perché profondamente inattuale, è la sua idea, ai nostri occhi ancora metafisica, di un’idea di emancipazione e di progresso lineare e semplice nella sua struttura di fondo. Quasi che bastasse vivere alla bohémien, e sconfessare lo spirito e le tradizioni della borghesia, per considerarsi uomini liberi e senza pregiudizi. Quasi che bastasse uccidere Dio e gli idoli vecchi per immunizzarsi dai nuovi. Non possiamo nemmeno amare poi quell’insistenza sull’ “autenticità”, che sa ancora di metafisica, anch’essa, ma che soprattutto non coglie la contraddizione che essa genera proprio con l’esistenza reale e la sua dimensione ( pr dirla con la De Beauvoir) profondamente ambigua. Quella esistenzialistica è sicuramente una filosofia dell’individualismo e umanistica, ma in una versione ancora da ‘ tempi eroici’ e per molti aspetti ‘ ingenua’ ( ammesso e non concesso che di ingenuità si possa parlare a proposito degli innamoramenti sartriano per tutti i regimi più oppressivi, da quello di Stalin a quello di Pol Pot: celebre la sua frase che «è meglio sbagliare con Stalin che aver ragione con gli americani». Forse per questa più marcata consapevolezza del l’essenza vera del totalitarismo e dei valori morali e borghesi, i veri eroi di questa storia sono Raymond Aron e Karl Jaspers, Hannah Arendt e Arthur Koestler, tutti partecipi dell’atmosfera ( e nel caso di Jaspers non solo dell’atmosfera), del movimento. Ma anche Husserl, soprattutto nell’ultima fase del suo pensiero, isolato dai nazisti e espulso dall’Accademia ( affascinanti le pagine in cui Bakewell racconta la messa in salvo dei suoi archivi) seppe dire parole alte sulla civiltà occidentale. E credo, inoltre, che abbia ragione Bakewell quando riconosce alla fenomenologia una radicalità per certi aspetti maggiore a quella dell’esistenzialismo, il cui radicalismo era alla fine più predicato ostentato che praticato. D’altronde, la ‘ riduzione fenomenologica’ non è un lasciarsi sorprendere dall’infinita ricchezze delle cose del mondo? È quel nietzschiano «dir di sì» alla vita che l’autrice ha cercato negli esistenzialisti e che ci invita, attraverso di loro, a fare in qualche modo nostro.

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