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I fratelli Occhionero al Gip: «Mai rubato dati»

Ieri l'interrogatorio di garanzia nel carcere romano di Regina Coeli
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«Possedevamo solo indirizzi email, servivano per lavoro» : questa, in estrema sintesi, la tesi difensiva dei due fratelli Giulio e Francesca Maria Occhionero, interrogati ieri all’interno del carcere romano di Regina Coeli dal Gip Maria Paola Tomaselli e dal pm titolare dell’indagine, Eugenio Albamonte. I due indagati sono sospettati dagli inquirenti di avere tentato di infettare, negli ultimi sei anni, migliaia di utenze elettroniche, appropriandosi illecitamente di una montagna di dati sensibili, anche se molti dei tentativi effettuati, ha chiarito ieri sera la polizia postale, soprattutto quelli rivolti alle massime cariche dello Stato, non si sarebbero realizzati fino in fondo, finendo respinti dalle protezioni elettroniche delle utenze stesse. I fratelli Occhionero hanno respinto le accuse negando di essere in possesso di file criptati e negando di avere messo sotto controllo le utenze elettroniche di migliaia di persone. «Quegli elenchi sono pubblici, non abbiamo fatto niente di illegale» hanno detto ancora gli indagati che hanno raccontato di come i server – attualmente sotto la tutela del Fbi americana e nei quali potrebbero esserci, secondo gli inquirenti, migliaia di file sottratti illecitamente a buona parte del mondo della politica, degli affari e della massoneria italiana – si trovassero negli Stati Uniti solo per caso. La “Westland” infatti, la società di cui i due indagati sono proprietari, era in affari con una società statunitense che aveva imposto per la collaborazione la presenza in Usa dei server stessi. Francesca Maria Occhionero ha poi raccontato di essere a sua volta vittima di un virus informatico e che i numerosissimi cataloghi con gli indirizzi mail degli uomini più influenti del Paese rinvenuti dalla polizia postale erano stati realizzati solo per una sorta di fissazione del fratello che aveva la mania di catalogare minuziosamente qualsiasi cosa. La donna ha poi raccontato di essersi avventata sul computer ( disconnettendolo dai server e rendendo inutili le successive indagini degli investigatori della scientifica) al momento della perquisizione solo come atto di ribellione per la perquisizione stessa: all’interno del computer c’erano infatti, ha raccontato, tutti i suoi dati personali. Una tesi difensiva molto distante dall’ipotesi formulata dalla Procura di Roma che sostiene invece che i fratelli Occhionero erano stati in grado di tentare di infettare ( i numeri reali delle utenze effettivamente colpite sarebbero meno) almeno 19 mila utenze informatiche, riuscendo a clonare tutti i dati dei computer colpiti. Una mole infinita di dati, mail e documenti carpiti nel mondo della politica, della finanza delle professioni e della massoneria.

E proprio con gli ambienti della massoneria, l’ingegnere nucleare accusato di avere creato e aggiornato con regolarità il malewere in grado di clonare e monitorare l’utenza colpita, ha invece ammesso di essere in contatto. Così come alla massoneria sarebbe legato anche il terzo indagato dell’indagine “Pyramid Eye”. Sarebbe infatti la comune passione per grembiulini e compassi a legare Occhionero all’ispettore di polizia individuato dagli inquirenti e accusato di favoreggiamento: entrambi risulterebbero essere membri del Grande oriente d’Italia. Al poliziotto, l’ingegnere che vanta collaborazioni con il governo degli Stati Uniti, si sarebbe rivolto, dopo le perquisizioni dell’ottobre scorso, per ottenere informazioni sul sostituto procuratore titolare dell’indagine. Gli inquirenti ora attendono la rogatoria internazionale ( che si prevede abbia tempi piuttosto lunghi) per controllare i dati finiti, dopo essere stati criptati, nei due server conservati nello Utah e in Minnesota. Dentro quelle scatole elettroniche gli investigatori contano di trovare i tasselli dell’indagine che ancora mancano. L’operazione di martedì, oltre all’arresto dei due indagati, ha provocato intanto il cambio della guardia al timone della polizia postale. Roberto Di Legami, che ha curato in prima persona le fasi della complicata indagine sui presunti cyberspioni, è stato infatti destituito ieri sera dal capo della polizia Franco Gabrieli. Secondo le indiscrezioni filtrate, alla base della rimozione di Di Legami ( passato all’Ucis) ci sarebbe il fatto che lo stesso ex capo della postale non avrebbe tempestivamente informato lo stesso Gabrieli della portata dell’indagine stessa. A capo della polizia postale – che si occupa principalmente delle truffe informatiche – arriverà Nunzia Ciarli.

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