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Arrestato tunisino radicalizzato. Nelle nostre prigioni dal 2011

Il 33enne Saber Hmidi indagato per terrorismo, affiliato ad Ansar Al- Sharia, si trovava a Rebibbia. È stato recluso a Velletri, Civitavecchia, Frosinone, Napoli, Salerno e Viterbo e si è sempre segnalato per episodi di violenza legati alla sua attività di proselitismo
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Black Flag, bandiere nere. Questa è stata l’operazione condotta dalla Digos e coordinata dal pool antiterrorismo della procura della repubblica capitolina che ha messo a segno una serie di perquisizioni in tutta la regione Lazio e notificato un’ordinanza di custodia cautelare a un tunisino dell’ 82 detenuto alla casa circondariale di Rebibbia. Si chiama Saber Hmidi ed è sospettato di essere affiliato ad Ansar Al-Sharia, organizzazione libica legata ad al Qaeda. Secondo le indagini, l’uomo in questione faceva proselitismo in carcere. Avrebbe ricevuto in custodia il vessillo del gruppo terroristico al quale apparteneva e nei vari penitenziari di transito istigava alla discriminazione religiosa e all’arruolamento nelle fila dell’Isis in Libia e in Siria. La radicalizzazione religiosa dell’uomo era iniziata durante la prima detenzione nel carcere di Velletri nel 2011. Da quell’istituto di pena, dove si trovava per violazione della legge sugli stupefacenti, era uscito profondamente cambiato, iniziando a praticare la religione islamica con assiduità nelle moschee della città. Proprio in quel periodo il 33enne sarebbe entrato in contatto con i fratelli tunisini della Sharia entrando in possesso di una bandiera del gruppo terroristico simile a quelle del califfato dell’Isis. Saber Hmidi è arrivato in Italia nel 2008 e si è sposato con una donna italiana con la quale ha avuto una figlia. La coppia risulta residente a Ciampino e anche la donna si sarebbe convertita all’islam.

È dal 2014 che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha inserito il gruppo terroristico Ansar Al-Sharia nelle fazioni terroristiche. Per gli Stati Uniti faceva parte della lista delle organizzazioni terroristiche, dopo l’esecuzione da parte di tale gruppo di una serie di attentati, nel 2012, nei confronti della missione speciale statunitense nella città libica di Bengasi. Ansar Al-Sharia è considerata appartenente alla rete di al-Qaeda nel nord Africa e gestisce campi per l’addestramento di terroristi stranieri che vengono poi inviati in Siria, Iraq e Mali. Nel corso delle attività tecniche di intercettazione delle telefonate tra Hmidi e il padre, gli inquirenti hanno raccolto non solo la preoccupazione del genitore per le scelte del figlio ma anche elementi che confermano la conoscenza diretta dell’indagato con un leader di Ansar Al Shari’a, tale Zarrouk Kamal, morto in Siria nella città di Raqqa, nota roccaforte dell’Isis. Hmidi era ritenuto un vero e proprio leader all’interno del gruppo Ansar al- sharia nonchè referente per molti tunisini e siriani.

LE TAPPE IN CARCERE. Gli inquirenti hanno spiegato il percorso di radicalizzazione e di proselitismo del tunisino avuto nelle varie carceri. Tutto ebbe inizio, come già ricordato, all’interno del carcere di Velletri nel 2011, poi è stato arrestato altre volte e, secondo la ricostruzione degli inquirenti, il tunisino è diventato sempre più violento e radicalizzato. Nel 2015 si era messo a capo di un gruppo di preghiera con lo scopo di creare problemi di natura gestionale e di adattamento con gli altri detenuti. E da allora la sua condotta è anche diventata violenta: nello stesso anno è stato mandante, nel carcere di Civitavecchia, di una vera e propria spedizione punitiva, con bastoni e sgabelli, nei confronti di un detenuto che si era lamentato delle preghiere notturne. Nel luglio 2015, nella Casa Circondariale di Frosinone, dove era stato trasferito per motivi di sicurezza, ha aggredito un detenuto italiano che aveva contestato i continui ed insistenti discorsi inneggianti all’Islam, mentre nel carcere di Napoli aggredì un nigeriano di fede cristiana. Le sue condotte violente si sono ripetute anche a Salerno e Viterbo.

Un iter, quello delle conversioni e radicalizzazioni in carcere, ben noto in altri paesi europei come la Francia e il Belgio, dove sono stati forgiati i terroristi che hanno seminato il panico negli ultimi due anni con agghiaccianti attentati. Tra questi ricordiamo Salah Abdeslam, l’unico attentatore che non si fece saltare in aria durante il sanguinoso attentato del 3 novembre 2015 a Parigi, e Abdelhamid Abaaoud, cittadino belga considerato l’uomo che ha progettato la strage di Parigi. Proprio a quest’ultimo si deve la radicalizzazione di Salah tra le mura di un carcere dove scontava la pena per un furto. Solo due nomi di una lunga lista che comprende quelli di Adel Kermiche, il terrorista che ha sgozzato il prete nella chiesa di Saint Ètienne du Rouvray in Normandia, o Amedy Coulibaly il terrorista che ha agito nei giorni successivi all’attentato di Charlie Hebdo, uccidendo i clienti di un supermercato kosher. E poi c’è l’ultimo caso, l’attentatore del mercato di Berlino, anche lui radicalizzato nelle carceri. Le nostre.

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