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De Mauro, il professore che non amava le mode

Tullio de Mauro è morto a roma a 84 anni: fu docente universitario, politico e ministro dell'istruzione
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Con Tullio De Mauro, morto ieri a 84 anni, si allontana definitivamente da noi l’ultima generazione di grandi professori universitari e uomini di cultura del 900 italiano. Autorevole linguista prestato alla politica, è stato Ministro dell’Istruzione.

Con Tullio De Mauro, scomparso ieri a 84 anni, si allontana definitivamente da noi l’ultima generazione di grandi professori universitari e uomini di cultura del 900 italiano. Autorevole linguista, tra i padri della filosofia del linguaggio in Italia, intellettuale prestato alla politica in almeno un paio di occasioni, presidente del comitato direttivo del Premio Strega, socio dell’Accademia della Crusca, direttore della Fondazione Bellonci, saggista e scrittore di vaglia, De Mauro è autore di opere fondamentali come Linguistica elementare, Storia linguistica dell’Italia unita, Lezioni di linguistica teorica, Grande dizionario italiano dell’uso, La cultura degli italiani.

E mai ha avuto problemi nel non inseguire le mode culturali del momento: «Io, insieme ad altri pochi parrucconi, sono favorevole – disse una volta – a che il latino e persino elementi di greco siano generalizzati in Europa e in Italia in tutta la scuola media superiore, insieme alla filosofia. Là non sono solo le nostre radici: là ci sono le ragioni e i significati delle parole che adoperiamo nelle nostre lingue d’oggi, compreso l’inglese».

Nato a Torre Annunziata nel 1932 da una famiglia d’origine foggiana e di sentimenti fascisti, compie gli studi ginnasiali al liceo Giulio Cesare di Roma, dove i genitori si trasferirono nel ’ 42. «Naturalmente – ha raccontato da bambino avrei voluto fare prima l’aviatore, come mio fratello maggiore, poi il giornalista, come mio fratello Mauro e questa immagine è rimasta a lungo nei miei sogni, non più infantili, sino ai 12- 14 anni». Al liceo, comincia a “pensarsi” come crociano, sulla scorta dei suoi professori. Ma all’università si imbatte in Antonio Pagliaro, grande glottologo, che sarebbe diventato il suo maestro. Tutti gliene avevano parlato male: «Perché era stato fascista e perché nelle prime elezioni del Consiglio superiore della Pubblica istruzione, nel ’ 47, Pagliaro appena uscito dal processo di epurazione, si era presentato, lanciando quasi una sfida». Ma tale era il livello dell’accademia a quei tempi che – raccontava ancora De Mauro il primo professore comunista ad essere accolto nella facoltà di Lettere a Roma fu Ranuccio Bianchi Bandinelli, nel 1956, con una candidatura sostenuta proprio da Pagliaro e da Ettore Paratore, non certo di sinistra.

Tullio, comunque, non era comunista. Aveva militato nell’Unione goliardica romana e inizia a collaborare con il gruppo olivettiano di Comunità. Frequenta inoltre – insieme a Stefano Rodotà, Luigi Spaventa, Sabino Cassese e qualcun altro – la rivista Nord e Sud e il cenacolo laico di Elena Croce. Quindi, insieme al suo amico di sempre Gabriele Giannantoni viene precettato dal giovane Marco Pannella per iscriversi al partito liberale per sostenere la componente di sinistra: «Lì, nella sede di via Frattina, conobbi Nina Ruffini, mitica segretaria del Mondo. Venimmo iscritti e poco dopo però fummo persuasi a stracciare la tessera perché nel frattempo la sinistra uscì dal Pli. Io seguitai a organizzare a Roma l’Unione goliardica. E fu per me un’esperienza ricchissima: eravamo appoggiati dal gruppo Comunità e da Ignazio Silone, che ci vedeva di buon occhio perché non eravamo comunisti».

Nel 1961 viene incaricato di Filosofia del linguaggio nella facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Roma e avvia quel rinnovamento epocale della nostra cultura che passa attraverso la sua traduzione del Corso di linguistica generale di Ferdinand de Saussure. «Non guardavo ammise De Mauro anni dopo alla cultura come a una sovrastruttura di natura intellettuale». Nonostante questo approccio, poco marxista, De Mauro – avvicinato da figure come Giorgio Napolitano e Gerardo Chiaromonte – collabora con il Gruppo di riforma della scuola. E quindi, nel ’ 75, gli viene proposto di candidarsi alle elezioni regionali nel Lazio come “indipendente”, cui seguì un anno dopo la richiesta di diventare assessore alla Cultura: «Doveva essere un incarico per tre mesi, legato a complesse vicende ed equilibri tra il Comune, la Provincia e la Regione. Fra tre mesi, mi dicevano si va a un riequilibrio, e tu torni a studiare sanscrito o quello che vuoi». Lascerà l’assessorato nel ’ 78: «Mi chiesero poi di candidarmi alla Camera, ma rifiutai perché capivo che era impossibile praticare seriamente la vita politica e studiare». Proprio in quegli anni, infatti, gli studi di teoria del linguaggio, di linguistica, di semiologia compivano progressi vorticosi.

La politica tornerà comunque a interpellare De Mauro molto più avanti, con il secondo governo presieduto da Giuliano Amato, nominandolo ministro dell’Istruzione dal 26 aprile 2000 all’ 11 giugno 2001. E, in polemica con il mondo dei sindacati e col resto della politica, ebbe il coraggio di dire quale fosse secondo lui il vero problema della scuola: «Io continuo a credere che centinaia di migliaia di insegnanti italiani non vivono bene, soprattutto nelle grandi città, a meno che non abbiano un marito o una moglie che portano a casa un alto stipendio. Gli altri dipendenti pubblici percepiscono un accessorio legato alla laurea che nei ministeri, nella polizia, negli enti locali arriva al 25 o 30 per cento persino il 38 per cento in più rispetto allo stipendio base. Ma negli insegnanti si ferma al 2 o 3 per cento. E questo significa che noi valutiamo due soldi la scuola».

Ultima annotazione sul trauma familiare, successivo alla scomparsa il 16 settembre 1970 del fratello Mauro De Mauro, grande giornalista investigativo sequestrato mentre aiutava il regista Francesco Rosi a scrivere il film Il caso Mattei. «Il magistrato – ha spiegato proprio Tullio De Mauro a Francesco Erbani nel libro La cultura degli italiani – che ha riaperto e condotto a termine, 35 anni dopo, l’indagine sull’attentato a Enrico Mattei, il presidente dell’Eni precipitato col suo aereo nel 1962, il primo a studiare approfonditamente le carte processuali relative a Mauro, è fermamente convinto che mio fratello avesse ricostruito modi e mandanti dell’assassinio di Mattei».

 

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